Tutte le strade portano alla poesia? La wall poetry dall’epigrafia pompeiana al MeP

La lezione più importante della poesia antica è che l’espressione umana più autentica è quella che abbatte le barriere, ed è scritta sui muri.  

La poesia non è una dimensione elitaria da consumare in un prezioso salotto letterario, accompagnata da un buon Earl Grey. La poesia è viva espressione interiore e si vive anche per strada, ce lo insegna l’epigrafia antica.

Iscrizione pompeiana

La sensibilità poetica di un popolo si misura per strada

La raffinatezza di un popolo o, in senso lato, della sua civiltà si misura anche dalla sua sensibilità poetica. Non di solo pane vive l’uomo, recita il saggio, né di sola realizzazione professionale, potremmo aggiungere oggi. La verità è che l’uomo vive anche di poesia, la prima forma di espressione scritta della storia dell’umanità.

A scuola ci insegnano che la storia si distingue dalla preistoria per la presenza di attestazioni scritte oltre a quelle materiali: non è un caso se i primi documenti, con cui ogni civiltà decide di raccontare la sua storia, sono scritti in versi. Ancora nel XIX secolo, Leopardi, una delle menti più brillanti della storia della letteratura italiana, diceva di concepire i suoi pensieri in versi.

La poesia fa parte della nostra identità, è una condizione di esistenza dell’essere umani e, fin dall’antichità, è un bisogno quotidiano. Come possiamo dirlo? La risposta è nelle strade. Quelle antiche, nei casi più fortunati, come quello di Pompei, conservano ancora graffiti in metri lirici, di carattere politico, satirico e amoroso.

Numerosi sono i rinvenimenti epigrafici che l’archeologia riporta alla luce dalle pietre che costituivano le vie, le mura esterne dei palazzi, dei monumenti, dei cippi ai crocevia e delle case. Molti di questi “graffiti” sono di natura poetica e in alcuni casi mostrano una sensibilità verso i grandi autori della letteratura antica (Catullo, Virgilio, Orazio, gli elegiaci) e dimostrano una certa consuetudine alla produzione di versi.

Nell’immagine, la trascrizione del graffito menzionato in questo paragrafo.

Le strade di Pompei sono un diario poetico da sfogliare camminando

Pompei ha trovato paradossalmente nella sventura che su di lei si abbattè il privilegio di conservare memoria imperitura della ricchezza spirituale della sua gente e, in particolare, di quegli “artisti di strada” che altrimenti sarebbero stati immeritatamente destinati all’oblio.

Un intero volume del Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) è dedicato alle iscrizioni dall’area di Pompei. I temi sono molteplici: insulti, scritte elettorali, promemoria, sfoghi personali. Non manca certo l’amore, come dimostra questo messaggio venuto da lontano (CIL IV, 5092):

Amoris ignes si sentires, mulio, / magis properares, ut videres Venerem. / diligo iuvenem venustum, rogo, punge, iamus. / Bibisti: iamus, prende lora et excute / Pompeios defert, ubi dulcis est amor./ Meus“.
Trad. “Se sentissi le fiamme d’amore, carrettiere, ti sbrigheresti ancor più per vedere Venere. Amo un bel giovane, ti prego, dà di sprone, andiamo. Hai bevuto: andiamo, prendi le briglie e scuotile, portami a Pompei, dov’è il dolce amore. Mio…”

Gli schemi metrici più ricorrenti sono quelli del distico elegiaco e del senario giambico, lo stile spesso ricalca quello dei poeti più affermati, soprattutto per motivi parodici, il contenuto è un caleidoscopio di esperienze umane e di sentimenti condivisibili. Le strade di Pompei ci permettono di immaginare la condizione delle strade antiche e di poterle definire un diario vivente, che si sfoglia camminando.

Ad oggi, questa tradizione non è andata perduta, perché il bisogno di poesia, in un mondo che rischia di metterla da parte per occupazioni più redditizie, è più forte del nostro tempo. Le strade italiane sono ancora oggi un diario vivente di versi e poesie, opera del MeP.

Una poesia del MeP con risposta del passante.

Il MeP è la poesia di strada attenta all’architettura

Il Movimento per l’Emancipazione della Poesia è stato fondato a Firenze nel marzo 2010 Ha l’obiettivo di riavvicinare le persone alla poesia pura, svincolata dal lustro degli autori e dai rigidi schemi dei programmi scolastici, attraverso la creazione e diffusione di poesia contemporanea.

Come gli antichi “artisti di strada” di Pompei, i poeti del MeP non si firmano, è difficile rintracciarli, e quel che rimane di loro sono versi in cui riconoscere se stessi. I temi sono i più vari, ma l’amore, specialmente non corrisposto, è l’interesse più prolifico di questi “ultimi romantici”, come sono stati spesso definiti.

Il loro modus operandi è meno drastico rispetto all’antichità, perché al posto dei graffiti usano diffondere le poesie stampate su carta. Forse è una soluzione meno green e meno audace, ma di certo più rispettosa dell’architettura delle nostre città d’arte.

Sullo Statuto, fruibile online, si legge che il movimento è “espressione di un’esigenza collettiva”, l’esigenza tutta umana della poesia. Il MeP, come si legge sul loro Manifesto, “non fa critica, non seleziona, non censura – piuttosto intende creare uno spazio di incontro e dialogo con la poesia”.

Un dialogo che si intrattiene per strada, per comunicare con i passanti e trasmettergli un messaggio, secondo la tradizione dell’epigramma greco, un dialogo che spesso suscita la reazione e la risposta del passante. La carta è un materiale facilmente deperibile, a differenza della pietra, ma la necessità di instaurare un dialogo poetico con la comunità è, come direbbe Orazio, più “resistente del bronzo”.

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