“Tutta la vita” di Gazzelle. Perchè ci emozioniamo come se stessimo leggendo Leopardi?

Flavio Bruno Pardini, in arte Gazzelle , è un cantautore italiano. All’età di 22 anni inizia a suonare in alcuni locali di Roma, la sua città. Dal 2016 decide di storpiare il nome del modello di scarpe prodotto da Adidas, Gazelle, farlo suo, aggiungere una z, dando vita ad uno pseudonimo a dir poco sui generis. Così irrompe nello scenario musicale italiano ed inizia a farsi seguire sulle note del singolo Quella te , uscito il 9 dicembre del 2016.

La voce di una generazione

Gazzelle, è di certo un artista ormai conosciuto, affermato, in continua evoluzione, ma innanzitutto direi figlio del suo tempo e portavoce di temi che trascendono ogni limite generazionale . Ascoltando uno dei suoi brani più toccanti, “Tutta la vita”, non possiamo far altro che percepire l’inquietudine di un dramma  che tocca nel profondo i giovani del ventunesimo secolo, che  mette dinanzi alla bellezza e alla tragicità della vita così com’è: unica perché diversa per ognuno di noi, semplice perché scandita da esperienze, ritmi che ci rendono tutti appartenenti alla stessa specie, colorata ed estremamente dolorosa perché oggi non è uguale a nessun altro giorno e la meraviglia di ogni momento che passa non si ripete mai alla stessa maniera. La sua musica si colloca nel genere Indie , è un dato di fatto, ma le sue tematiche vanno talmente oltre che sembra necessario riservargli l’occasione di ascoltarlo e capirlo, come se ci prendessimo un attimo per dialogare con noi stessi. Perché alla fine è proprio per questo che Gazzelle funziona. Canta l’amore, la nostalgia, la felicità e lo fa  così bene da renderci  tutti uguali e disarmati di fronte a parole che nessuno di noi saprebbe dire meglio.

Una grinta emotiva che scavalca le barriere dell’età

Mi rendo conto che risulta difficile trovare un adulto che ascolti Gazzelle. In radio, nella playlist del telefono, nei cd dei nostri genitori è raro scovare un suo brano. C’è un perché? Sì. Flavio, così piace chiamarlo ai followers e al suo uditorio, come per una sorta di confidenza naturalmente instaurata grazie alla musica, si è affermato negli ultimi anni. Flavio è una novità, un originale modo di parlare alla gente, Flavio è una poesia cantata, distante da stereotipi, oserei dire anche distante da una salda tradizione musicale ed è per questo che non è strano che non piaccia a tutti. Ciononostante, se provassimo a soffermarci sulle parole, se togliessimo le note di sottofondo, ne uscirebbe qualcosa come una poesia, un messaggio universale:

Ma abbiamo tutta la vita davanti

Sì davanti a un bar

Mentre la notte ci mangia la pelle

Fermiamola

Spegnete i colori, i tormenti, i dolori, gli ombrelli e i malumori

Che noi, che noi stiamo bene anche soli

Dove sta dunque la forza di Gazzelle? Le sue canzoni si possono leggere. E non è una qualità che appartiene a tutta la musica.  Gazzelle parla a se stesso come uomo, a se stesso come vittima della realtà e del mondo, proprio come tutti noi. Gazzelle non consola, ci apre gli occhi. Ci chiede di lasciarci trascinare dal tempo senza pretese verso il futuro. Ci chiede di trovare una pace e di colmare le assenze cercando nella solitudine stessa la soluzione al nostro senso di incompletezza. Gazzelle non ci chiede di correre, ci esorta a camminare, a contare ogni passo, a sentire la vita nella sua brutalità. Gazzelle ci sta chiedendo di sognare con i piedi ben saldi a terra. Gazzelle esprime così il dramma della nostra generazione. Una generazione che chiede, ma che non trova risposte nella freddezza della realtà, che sente il peso della solitudine e che per questo tenta di conviverci come se fosse un valore aggiunto, un’amica. La tragedia però non tocca solo noi, riguarda tutti. Il senso di fallimento e la voglia di ristabilire un ordine interiore ha sempre riguardato l’umanità intera. Ce lo hanno spiegato anche i grandi poeti e i grandi poeti scavalcano le barriere generazionali. Ecco perché Gazzelle ci emoziona. Perché ci ricorda la poesia più sublime.

La meraviglia della solitudine: un filone noto

Chi ama e ascolta Gazzelle saprebbe emozionarsi leggendo uno dei pilastri della letteratura italiana: Giacomo Leopardi. Il comune credere lo relega ingiustamente in uno spazio della nostra cultura che accoglie le grida degli incompresi, di quelli che sembrano inadeguati alla vita, che soffrono l’esistenza più degli altri. Se avessimo la possibilità di leggere solo uno dei suoi manoscritti ci accorgeremmo che nessuno potrebbe amare l’esistenza come ha fatto Giacomo Leopardi. Correzioni, note marginali, una continua ricerca di miglioramento si riversano su una poesia che è monumentale e che spiega perché è tanto dolorosa quanto bella la nostra solitudine.

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,

silenziosa luna?

Così esordisce nel Canto notturno di un pastore errante dell’ Asia. E chissà perché ci sembra sempre di leggere un non so che di obsoleto, di distante. In realtà la sola chiave per capire Leopardi sarebbe semplicemente contestualizzarlo o accostarlo all’arte, alla letteratura, alla musica di oggi. Ascoltare Tutta la vita di Gazzelle o leggere la poesia leopardiana, non importa in quale momento della nostra vita, non importa che Leopardi sia un pezzo della nostra tradizione poetica o che Gazzelle sia l’ultimo arrivato dei cantanti Indie, ci farebbe provare lo stesso senso di nostalgia, di solitudine. Entrambi parlano a giovani, adulti, anziani che non trovano risposte nel caos della vita, nella giungla dei dubbi che rende tutti meravigliosamente umani.

La “luna in ciel” e la “goccia fuori la finestra”

Così, se Giacomo interroga la luna appesa nell’infinito spazio dell’universo, invidiando la sua indisturbata e naturale solitudine, ignara però della sofferenza esistenziale, Gazzelle nel brano in questione dichiara di sentirsi solo come una goccia fuori la finestra. Ed entrambi affidano a due oggetti inanimati una condizione che, appunto, non riguarda solo l’uomo, ma la natura tutta. Entrambi quindi, due voci diverse di due forme d’arte diverse di due tempi distanti, ci aprono gli occhi, dichiarano apertamente e senza indugi che solo un uomo con una mente, con un cuore e con un pizzico di nostalgia per quello che non è che e non sarà mai, può fare dell’incompleto un modo di essere, una sfida a cuor leggero, consapevole che niente spezza e niente immobilizza come l’ossessione delle certezze.

 

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