Trovare la felicità: la ricetta di Epicuro, Russell e Harry Potter

C’è chi trova la felicità in questa o quella cosa, e chi crede si nasconda nell’animo. Ma esiste una terza via?

il filosofo Bertrand Russell

Cos’hanno in comune un filosofo greco, un logico e il mago più famoso della letteratura? Probabilmente nulla, ma tutti e tre si pongono la stessa domanda di ogni uomo fin dall’alba dei tempi: cos’è che ci rende felici?

Busto del filosofo Epicuro

Il piacere e la felicità

Nel terzo libro del mago della Rowling, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, il lettore incontra per la prima volta delle oscure figure, chiamate Dissennatori, capaci di nutrirsi della felicità degli esseri umani. Se non si interviene prontamente, riescono a succhiare via ogni ricordo felice della vittima, lasciandola nella disperazione. Come combatterebbe i Dissennatori il filosofo Epicuro? La sua visione della felicità è strettamente legata al piacere, che rappresenta il vero scopo della filosofia. Ma non bisogna fraintendere, questo non significa andare alla ricerca di ogni tipo di piacere possibile. Nella Lettera a Meneceo, egli scrive: 

“ Quando dunque diciamo che il piacere è il bene, non intendiamo i piaceri dei dissoluti o quelli delle crapule, come credono alcuni che ignorano la nostra dottrina, ma il non avere dolore nel corpo né turbamento nell’animo.”

Il piacere di cui parla il filosofo non è dunque quello momentaneo dei sensi, ma una condizione che possa mantenersi stabile nel tempo. Esso non va ricercato in qualcosa di astratto o in un altro mondo, ma nell’assenza di dolore nel corpo e di turbamento nell’anima. Bisogna estirpare le passioni che generano instabilità dentro di noi, vivendo in un sentimento di tranquillità che possa mantenersi a prescindere dalle situazioni che la vita può imporci: che siano cattiva fortuna o malattie, colui che raggiunge la  felicità sta al di sopra degli eventi. La felicità non è qualcosa da trovare al di fuori di noi stessi, ma è ciò che rimane una volta eliminato il fattore della sofferenza. Quindi, Epicuro resterebbe probabilmente imperturbabile di fronte a un Dissennatore, poiché la felicità per lui non si nasconde nei ricordi, ma è uno stato che si raggiunge con il tempo e non può essere intaccato da altro, se non da noi stessi.

L’Incanto Patronus

Come combattono i Dissennatori nel mondo dei maghi? Lo strumento è un incantesimo chiamato Incanto Patronus: evocabile solo dopo un lungo allenamento, scatta attraverso un ricordo felice da parte del mago che lo adopera, ma non un ricordo banale, bensì di grandissima intensità e così potente da non permettere a quella oscura figura di potersi nutrire di esso. Per combattere l’infelicità, è dunque necessario anteporre qualcosa di più forte: non basta essere imperturbabili, ma bisogna scatenare un’emozione attiva, come direbbe il filosofo Spinoza. Per costui, le emozioni attive possono nascere solamente dal piacere e dal desiderio, mentre quelle passive sono figlie del dolore, che è una riduzione fisica e mentale della potenza umana. Il Dissennatore rappresenta per eccellenza un’emozione passiva, dalla quale usciamo completamente svuotati: e per poterla vincere è necessario un sentimento talmente vibrante, da far ricordare a se stessi il perché valga la pena allontanare l’infelicità. Infatti, è l’unico ricordo dei propri genitori, morti quando egli aveva solo un anno, che rende Harry capace di evocare un Patronus e di scacciare via quell’oscurità che, prima di essere nel Dissennatore, è dentro di lui. Perché quelle figure così tenebrose non sono altro che lo specchio dei nostri sentimenti più cupi, e sono solo i nostri ricordi e le nostre emozioni più attive a poterli mandare via. 

Il “Bacio” del Dissennatore in una scena del film (Foto: Warner Bros)

Accendere la luce 

Dunque la felicità sembra nascondersi nella reazione a ciò che di oscuro è dentro di noi. E di un parere simile è anche Bertrand Russell, filosofo e matematico del Novecento, autore de La conquista della felicità. Nella visione di Russell, infatti, non è nella completa chiusura in se stessi che si può essere felici, perché l’uomo vive anche di altro: ha interessi, passioni, vive in relazione con altre persone e cose, e non può trovare la felicità soltanto nella meditazione, rifiutando di vedere tutto il resto. Per il britannico, la felicità è al polo opposto rispetto a quella dei saggi antichi e di Epicuro: non è nell’autosufficienza e nell’atarassia che l’uomo è a suo agio, ma ha bisogno di estendersi oltre l’io per poter raggiungere la soddisfazione. Focalizzarsi solo in se stessi significa illudersi di poter fare a meno di chiunque, mentre espandersi verso gli altri e verso il mondo offre di poter trovare più stabilità. Questo non significa eliminare completamente l’introspezione, anzi: bisogna cercare di equilibrare riflessione e mondo esterno, altrimenti si rischia di essere superficiali. Come Harry, Russell crede che non basti essere imperturbabile per combattere l’infelicità: abbiamo bisogno di emozioni forti, di altre persone che ci ricordino chi siamo, come il ricordo dei genitori per il mago. La felicità è qualcosa da conquistare e non basta sradicare ciò che ci provoca sofferenza, ma occorre ricercare anche ciò che scatena le emozioni attive, reagire di fronte all’oscurità. Perché come dice Albus Silente, preside della scuola di magia di Hogwarts nei libri della Rowling: 

“La felicità la si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo uno si ricorda di accendere la luce”. 

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