Il Superuovo

Trasvestitismo e Medioevo: come Giovanna d’Arco ha sovvertito l’ordine sociale vestendosi da uomo

Trasvestitismo e Medioevo: come Giovanna d’Arco ha sovvertito l’ordine sociale vestendosi da uomo

La celeberrima “pulzella d’Orleans” sotto accusa: quando l’abito ti condanna al fuoco eterno.

Giovanna d’Arco in armatura completa monta su un cavallo bianco

Oggigiorno il tema del trasvestitismo è molto attuale, tanto che ci sembra sia appannaggio della nostra epoca. In realtà ha interessato anche personaggi illustri del passato; Giovanna d’Arco è l’esempio perfetto.

La vicenda umana di Giovanna d’Arco è in bilico tra storia e mito

Tutti noi abbiamo sentito parlare almeno una volta di Giovanna d’arco e del tragico epilogo della sua singolare avventura; più o meno tutti sappiamo che è stata condannata al rogo con un processo politico che aveva il precipuo scopo di condannarla. Ma chi era la cosiddetta vergine d’Orleans?

Su Giovanna sono stati versati fiumi di inchiostro e la sua figura ha subito una mitizzazione talvolta estrema ed ideologica, che ha inevitabilmente distorto la realtà storica della cultura diffusa. Giovanna nasce intorno al 1412 in un’agiata famiglia contadina (suo padre è nominato più volte sindaco del loro villaggio) e fino ai 13 anni vive come tutte le bambine della sua condizione, quando sente per la prima volta una “voce” e vede una “luce”, cioè ha delle visioni; da questo momento in poi la sua vita cambia e la frequenza e l’insistenza di queste visioni la spingono a fuggire di casa per andare a comandare l’esercito francese nella Guerra dei Cent’Anni. Giovanna consegue diversi successi che le attirano addosso l’ira degli inglesi, sempre più desiderosi di poter mettere le mani su di lei. Il colpo di fortuna non tarda ad arrivare; Giovanna viene catturata da alcuni alleati degli inglesi, i borgognoni, che su ordine e pressione della componente britannica istruiscono un processo contro la giovane, che ci è giunto integralmente, e che nel suo complesso funge da miniera di informazioni su Giovanna e sulle sue “particolarità”. Il capo d’accusa che si inventano per processarla è l’eresia, che scaturisce da due comportamenti della giovane: il primo, il più noto, è legato alle sue visioni, considerate diaboliche e devianti; il secondo, meno noto, e che in realtà costituirà l’elemento con cui riusciranno a metterla al rogo, è che Giovanna si vestiva come un uomo e portava un’acconciatura maschile (probabilmente a scodella); non solo si vestiva come un uomo, ma si comportava come un uomo, comandando migliaia di uomini, conducendo assalti, combattendo personalmente. Naturalmente tutte questo era inaccettabile dato che contravveniva il naturale ed il divino, tanto che il Vescovo di Beauvais, Pierre Cauchon, capo del processo contro la giovane dice: “ Indossò con stupefacente e mostruosa sfacciataggine, impudichi indumenti appartenenti al sesso maschile”; il problema del vestiario è centrale nella condanna di Giovanna, in quanto è praticamente l’unico elemento realmente fondato sui cui le autorità ecclesiastiche possono sorreggere la loro farsa e riuscire così a condannare la fanciulla. Le visioni e le voci hanno certo pesato sul verdetto del processo ma non sono state L’elemento determinante, la chiave di volta con cui sorreggere il castello (di carte!) dell’accusa; l’accusa di travestirsi da uomo e di appropriarsi di un’identità che non le apparteneva, turbando l’armonia della natura creata da Dio, unita al suo ostinato rifiuto di togliersi l’abito maschile concorrono ad incastrare Jeannette, come lei stessa dice di essere chiamata al suo villaggio d’origine.

In virtù dell’evidente manipolazione del processo e delle numerose illegalità di procedura commesse dalla commissione inquisitrice, più di vent’anni dopo viene istruito un processo voluto questa volta dal re di Francia, il cui scopo è quello di annullare il precedente. Il processo di nullificazione riabilita la giovane condottiera che assurgerà a simbolo della lotta per la patria e vittima di una presunta caccia alle streghe. La mitizzazione della figura della giovane deve molto alla sua tragica morte ma altrettanto alla sua straordinaria vita, incredibile a concepirsi. Ben presto si diffonde l’idea che Giovanna fosse un eroina della Francia, che guida le truppe in una guerra di riscossa contro lo straniero, guidata da Dio; questi elementi si stabilizzato e si radicano nell’immaginario, soverchiando ed eclissando non solo l’aspetto centrale del suo processo, ma anche gli aspetti più umani ed imperfetti della sua vicenda. La realtà storica, come sempre accade, è più complessa di quel che si pensa.

Scena tratta dal film “Giovanna d’Arco” di Luc Besson (1999)

Giovanna sotto accusa: “la donna deve obbedire, non essere obbedita”

Il processo svoltosi a Rouen, in Normandia, ha coinvolto nel suo complesso più di 130 fra teologi, dottori, canonisti, giuristi, maestri e così via. La gigantesca mole di pareri emersa dal connubio di queste alte menti è riportata negli atti del primo processo, che sono fantastici da leggere; la cosa più sorprendente che emerge è la fierezza di sé di Giovanna, la quale risponde in maniera ferma e ponderata, quasi fosse consapevole dei sottili tranelli dei suoi inquisitori e del modo in cui evitarli. In realtà il processo, che dovrebbe garantire la legalità della forma, inizia con un grossolano errore: la commissione non legge a Giovanna i capi d’accusa e le chiede di giurare di dire la verità senza comunicarglieli; le regole prevedono invece che l’imputato giuri solo dopo aver sentito i capi d’accusa, dato che deve sapere su che cosa sta giurando di dire il vero. Il problema è che la commissione non ha ancora elaborato nulla, per cui non sanno ancora bene di che cosa incolparla, visto che all’effettivo il suo comportamento non era stato diverso da quello che la legge consentiva e non aveva commesso nessun peccato mortale; dovendo però accusarla ad ogni costo, il vescovo di Beauvais forza le norme e cerca di far emergere i capi d’accusa dall’interrogatorio processuale, che si svolge alla presenza di numerosi testimoni. Le domande che vengono poste a Giovanna sono diversissime e numerosissime, ma i fili conduttori sono due: le visioni e il vestiario.

La commissione cerca a tutti i costi di incastrare Giovanna facendole dire, con sottili tranelli ideologici, eresie di fede, così da poterla condannare per eresia, a meno che lei non abiuri; l’abiura infatti può sempre salvare dal rogo l’eretico, dato che lo scopo del processo inquisitoriale è quello di redimere, non uccidere. Se Giovanna si fosse tradita e, una volta smascherata, avesse abiurato, si sarebbe potuta salvare la vita. Per diverse settimane Giovanna viene interrogata insistentemente, e viene sottoposta a sottili esami teologici; lei tiene testa ai suoi inquisitori e dimostra una capacità notevole nel non cadere nelle trappole che le tendono, riuscendo a rispondere in modo evasivo oppure inopinabile, lasciando stupefatti i suoi accusatori. L’unico punto su cui le sue risposte non sembrano convincenti né coerenti è quello inerente al vestirsi da uomo. Quando, durante le numerosissime volte in cui questo genere di domande le vengono poste, Giovanna si degna di rispondere lo fa in modo contraddittorio; la sensazione che si ha è quella di una profonda ansia ed imbarazzo, che non le consentono di riuscire così decisa e forte come fa invece in altri argomenti. All’inizio ci viene detto che la sua prima risposta alla richiesta che spiegasse come mai osasse portare abiti maschili è esemplare quanto ambigua: “quando le fu chiesto per quale consiglio (o motivo) portasse vestiario maschile ella si rifiutò di rispondere per diverse volte. Alla fine disse che non glielo aveva imposto nessuno. Alcune altre volte invece dette risposte differenti e varie” con queste parole, il verbale steso dalla commissione registra la risposta di Giovanna la prima volta che le venne posta la fatidica domanda. Premesso che noi non sappiamo le ragioni per cui Giovanna insiste nel vestirsi da uomo, e possiamo solo fare delle ipotesi, quello che qui è interessante sottolineare non è tanto se Giovanna volesse essere un uomo anche esteriormente o magari sessualmente, quanto questa sua “scelta” abbia scioccato e disgustato gli uomini incaricati di esaminarla e giudicarla. In un mondo tutto maschile, la devianza, specie se femminile, era percepita come diabolica e demoniaca, da estirpare ed aborrire: “sei dedita all’idolatria e alle venerazione del tuo ego e dei tuoi abiti, in accordo ad usanze pagane” così si legge nella dichiarazione di accusa finale che precede il rogo. Bisogna precisare che Giovanna ad un certo punto abiura, promette di non vestirsi più da uomo e viene dunque risparmiata ma condannata al carcere a vita; dopo due giorni si fa ritrovare vestita da uomo, cadendo quindi nella recidività del crimine e giocandosi ogni possibilità di salvezza. Non sappiamo come mai Giovanna si rivesta da uomo nonostante l’abiura; ci sono diverse ipotesi, tra cui la più convincente sembra essere quella di evitare potenziali violenze sessuali da parte dei carcerieri; ad ogni modo questa sua scelta è il suo scacco matto, il suo vicolo cieco.

Le persone coinvolte nel processo condividono dunque una visione particolare del mondo: il cosmo e la terra sono ordinati, e qualunque interferenza con l’ordine divino o naturale delle cose è da perseguire ed eliminare. L’idea poi che una donna volesse somigliare ad un maschio, o si identificasse con una corporalità maschile appariva tanto ridicola quanto sovversiva e pericolosa, oltre che innaturale. Il mondo medievale era patriarcale e misogino, soprattutto nella sua componente clericale, e relegava le donne al ruolo di madri e mogli, che avevano un compito certo importante ma limitativo; non era concepibile che la donna emigrasse da questi ruoli e che si ritagliasse delle dimensioni proprie. Non era neanche lontanamente immaginabile che una donna, o meglio una ragazzina, si arrogasse il diritto non solo di sembrare un uomo nell’aspetto, ma di comportarsi come tale, sfregiando la natura divina del creato che l’ha voluta donna. L’idea che una sedicenne avesse comandato in guerra degli uomini, invadendo lo spazio più virile e mascolino che il medioevo conosca, la battaglia, conducendo l’esercito in prima fila, appariva ai giudici abominevole; d’altronde, secondo loro, “la donna deve obbedire, non essere obbedita”.

Il mondo è al rovescio. L’attualità indiscussa della “pulzella d’Orleans”

La storia di Giovanna d’Arco è così affascinante anche per i suoi richiami con l’attualità. Viviamo in un mondo (almeno la nostra parte) in cui la libertà di espressione si è moltiplicata esponenzialmente rispetto al passato. Questo significa che al contempo siamo anche più esposti a questa miriade di dati; inoltre, la tecnologia ha amplificato l’immediatezza e la rapidità di comunicazione, permettono un collegamento sociale senza precedenti: social, piattaforme, giochi, ecc… ci tengono collegati e connessi gran parte del nostro tempo. Vediamo spesso o sentiamo spesso parlare di argomenti quali il cambiamento di sesso, sia esso solo nel vestiario oppure anche nell’anatomia. Anzi, si potrebbe dire che le comunità accomunate da questa caratteristica si siano guadagnate una relativa capacità di espressione e le tematiche da esse sollevate assurgono a notevole visibilità; per cui, è naturale sentir parlare di questi argomenti e magari di rifletterci. A chi non è capitato di sentir dire, almeno una volta, che ormai di questi tempi si vede di tutto, uomini che diventano donne e donne che diventano uomini, come se fosse un segnale della decadenza dei tempi attuali? Si parla spesso di come ai bei vecchi tempi certi “problemi”, come purtroppo vengono spesso percepite queste questioni, non esistevano o erano rari, e le donne facevano le donne e gli uomini facevano gli uomini. Bene, la storia di Giovanna ci insegna che queste sono tutte sciocchezze, che i problemi di identità di genere ci sono stati anche nel passato, e che non per questo devono pregiudicare una persona: dopotutto Giovanna era una valente guerriera e un abile politica, oltre che una ragazza intelligente anche se analfabeta.

A volte abbiamo la sensazione di vivere in un mondo molto libero, in cui la mentalità è “aperta”, così aperta che c’è chi grida al degrado; restiamo quindi giustamente turbati quando leggiamo o sentiamo di discriminazioni di genere, di disparità dei sessi e di mancanza di tolleranza nei confronti del “diverso” per usare una parola che ha ormai una connotazione pesantemente ideologica. Ci stupiamo, o almeno dovremmo, dei discorsi che ogni tanto girano sui social o sul web in generale; eppure, nonostante questo clima diffuso, in molte parti del mondo, le persone che scelgono un’identità di genere altra rispetto a quella biologica vengono discriminate, sia sul piano individuale-sociale, sia, purtroppo, su quello pubblico-giuridico. Ci sono paesi in cui il trasvestitismo è considerato reato ed è perseguito. E senza andare troppo lontano episodi di intolleranza si verificano molto spesso anche qui dalle nostre parti, nella “civilissima” Europa, creando fratture e divisioni all’interno del tessuto sociale. Il problema dell’accettazione del diverso, a qualunque livello e in particolare su quello sessuale, è preponderante nella cultura contemporanea; il Novecento d’altronde ci ha lasciato delle lezioni fondamentali su questa tematica.

Come spesso accade per le problematiche del presente, il passato può offrire un aiuto inaspettato e gradito, non perché ci fornisce le soluzioni ai problemi, ma perché ci tramanda un campionario di esempi e di esperienze che ampliano il nostro orizzonte mentale e ci permettono di elaborare pensieri ed idee fondati anche sulla conoscenza delle esperienze passate; l’utilità della storia è, in questo senso, molto attuale. Il concetto di Magistra Vitae è ancora valido, anche se in una prospettiva diversa da quella precedente: la storia non fornisce previsioni sicure sui fenomeni come invece si arroga di fare la scienza, però può fornire un elenco molto esteso di comportamenti e di idee che concorrono ad arricchire chi se ne interessa, permettendogli di vedere il mondo con un respiro più ampio. La vicenda di Giovanna d’Arco, o sarebbe meglio dire di Giovanna Romèe, dato che al suo villaggio le signorine erano solite prendere il cognome della madre, ci fa dono di alcuni insegnamenti importanti ed attuali per il nostro mondo; uno tra questi, forse il più importante, è che, in un’epoca patriarcale e misoginia come quella del Rinascimento, una donna è riuscita a ritagliarsi degli spazi sociali e politici incredibili, straordinari e impensati; sempre una donna è riuscita a scalare i vertici delle gerarchie militari e a diventare comandante dell’esercito francese in uno dei momenti peggiori, a livello militare, della Francia; ancora una donna ha potuto sovvertire l’ordine e l’equilibrio sociale, appropriandosi di gesti e compiti che, in quanto femmina, le erano proibiti. Il suo vestirsi da uomo, al di là delle possibili implicazioni di un problema di genere, travalica la dimensione dell’identità individuale di Giovanna per allargarsi ad un orizzonte più ampio; non è più solo un problema di aspetto ma di ordine sociale, divino e naturale. Si assiste infatti alla preoccupazione dei dotti di chiesa, i quali sono convinti che un tale comportamento sia un’aberrazione e uno sfregio alla perfezione della natura creata da Dio, il quale ha dato giusta e perfetta armonia a tutte le sue opere, senza bisogno che l’uomo osi modificarle. In certi ambienti del nostro mondo queste posizioni sono ancora presenti; si sentono spesso affermazioni di gruppi fortemente avversi al fenomeno del trasvestitismo ( e di altri, quali il transgenderismo ecc..) che sembrano ricalcare sulle parole degli inquisitori di Giovanna.

Purtroppo, ancora oggi, i pregiudizi che gravano su alcune categorie di persone sono così radicati e forti da lasciarci con un quadro un po’ cupo, anche se composito. Speriamo solo che col tempo le testimonianze, passate, presenti e future, reperibili sull’argomento, siano in grado di renderci più consapevoli e meno inclini al giudizio e alla condanna di ciò che all’apparenza può sembrare “diverso”.

 

 

 

 

 

 

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