“Toy Story” e la filosofia mostrano il rapporto che l’uomo ha con gli oggetti cari

I nostri, come Woody e Buzz, non sono solamente giocattoli…

Woody, fonte: https://unsplash.com/@zakariahada

Dietro il mondo degli adulti si nasconde quello dei giocattoli: i protagonisti di Toy Story parlano, si muovono, vivono davvero. Ma, per quanto tentino di nascondersi, noi possiamo vederli comunque. 

Il mondo di Andy

Per chi è cresciuto con questo film d’animazione, il cowboy Woody e lo Space Ranger Buzz Lightyear rievocano dolci ricordi, figli dell’infanzia. Giocattoli, sì, ma che si comportano come persone, come esseri viventi in tutto e per tutto. Tuttavia, loro nel cartone cercano di nasconderlo: si comportano da semplici oggetti di plastica nei confronti degli umani, facendo attenzione a non essere scoperti “vivi”. Ma non importa, anche se loro rimangono immobili, c’è chi li tratta comunque come compagni reali: il piccolo Andy, proprietario di Woody e Buzz nel film, gioca e parla con loro, intrecciando storie e avventure. D’altronde, non si comporta diversamente rispetto a tutti i bambini: secondo lo psicologo Piaget, il fatto di considerare la realtà animata è una tipica tendenza appartenente al mondo dell’infanzia: non ancora capaci di distinguere bene il mondo interiore da quello esteriore, ecco che i più piccoli tendono a dare un’anima a ciò che li circonda, riempiendo la realtà delle emozioni e dei pensieri che vivono dentro di loro. 

Buzz Lightyear, fonte: https://unsplash.com/@derveit

Delle pietre vive 

Tuttavia, non è necessario essere bambini per guardare ciò che ci circonda con occhi diversi. Il fatto di guardare il mondo, e in particolare gli oggetti intorno a noi, come se avessero un’anima non è un fatto recente. L’animismo è un’antica concezione religiosa e filosofica: a esempio, colui il quale è considerato il primo filosofo della storia, Talete, affermava che tutto cambiava e si muoveva in quanto possessore di un’anima. Una storia attuale, invece, è quella che racconta l’antropologo Tim Ingold riguardo Berens, capo villaggio della tribù degli Anashinabee, in America del Nord. In una conversazione con lo studioso Hallowell Berens afferma di credere fermamente che le pietre siano in vita (sì, le pietre). Per noi occidentali questa sembra una credenza alquanto bizzarra, fa trasparire quasi ilarità e la bolleremmo facilmente come una visione infantile del mondo. Tuttavia, secondo Ingold, non abbiamo mai fatto caso al fatto che le pietre si muovano trascinate dal vento o dall’acqua, viaggiando il mondo, e che producono suoni colpite l’una contro l’altra. Berens sì. Ma il punto è che, trattando questa affermazione con superficialità , non ci accorgiamo che in alcune situazione anche noi trattiamo altri oggetti allo stesso modo.

Fonte: https://unsplash.com/@bravediggs

Parte della (nostra) vita

E se vi chiedessero di strappare la foto di una persona cara? O di buttare qualcosa che le appartiene? Tentennereste, vi blocchereste. Se vi imponessero di disegnare degli scarabocchi sulla bellissima maglia della vostra squadra del cuore? Probabilmente preferireste prendervi a schiaffi. Se portassero Andy ad abbandonare Woody e Buzz? Oh, nel primo film li perderà: e potete benissimo immaginare la sua reazione, anche senza aver visto il film. Quindi, anche noi trattiamo spesso gli oggetti come se fossero vivi, quasi come delle persone, soprattutto quelli più cari. Il punto qui, come nota lucidamente Ingold, non è comprendere se le pietre di Berens, così come i giocattoli di Andy, siano realmente in vita: questi sono nella vita, parte costitutiva di essa. Un nuovo modo di guardare all’animismo: non una spiritualità delle cose, ma un tentativo più dinamico e pieno di rapportarsi al mondo. Come noi stessi con le nostre storie ed esperienze, tutto ciò che ci circonda fa parte di questo flusso che chiamiamo vita. E, a volte, può succedere che rompiamo quella visione che ci vede soggetti razionali immersi in una realtà puramente materiale e strumentale e trattiamo le cose come nostri pari, riempiendo anche, come Piaget credeva facessero solo i bambini, alcuni oggetti delle emozioni che le nostre esperienze ci lasciano. Tanto da diventarne colonne portanti, in grado di scatenarle nuovamente.

Uno scrittore come Pirandello, ne Il fu Mattia Pascal, descrive quest’ultimo aspetto perfettamente: 

“Ogni oggetto in noi suol trasformarsi secondo le immagini ch’esso evoca e aggruppa, per così dire, attorno a sé […]. La fantasia lo abbellisce cingendolo e quasi irraggiandolo d’immagini care. Né noi lo percepiamo più qual esso è, ma così, quasi animato dalle immagini che suscita in noi o che le nostre abitudini vi associano. Nell’oggetto, insomma, noi amiamo quel che vi mettiamo di noi, l’accordo, l’armonia che stabiliamo tra esso e noi, l’anima che esso acquista per noi soltanto e che è formata dai nostri ricordi”.

Sembrano, così, accompagnarci attraverso le trame della nostra esistenza, e, se siamo fortunati come Andy, trovano sempre un modo per tornare da noi. Quando, in Toy Story 3, un Andy ormai cresciuto regala i suoi giocattoli alla piccola Bonnie, si esprimerà così nei confronti di Woody: 

“Sai, io e Woody siamo molto amici da tantissimo tempo: è coraggioso, come si addice a un cowboy, è generoso, in gamba. Ma ciò che rende Woody speciale è che non ti volterà mai le spalle, mai. Potrai sempre contare su di lui, qualunque cosa accada”. 

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