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Tibet e Cina: il film “Sette anni in Tibet” racconta come cominciarono le tensioni

Tibet e Cina: il film “Sette anni in Tibet” racconta come cominciarono le tensioni

Era il 7 ottobre 1950 quando il Tibet fu attaccato dalle mire espansionistiche della Cina comunista. Iniziò così un capitolo costellato da repressione, violenza e rastrellamenti ai danni dello stato teocratico buddista. 

Il film “Sette anni in Tibet” racconta la storia di Heinrich Harrer (nome dell’autore dell’omonimo romanzo autobiografico), uno scalatore austriaco giunto in Tibet. La pellicola, oltre ad offrire una descrizione della cultura tibetana, dà rappresentazione anche alle tensioni tra Cina e Tibet. Affrontiamo l’argomento passo per passo.

Sette anni in Tibet: la cultura tibetana e l’attacco maoista

Prodotto nel 1997, la pellicola Sette anni in Tibet racconta l’avventura realmente esistita dello scalatore Heinrich Harrer. Cittadino austriaco  inizialmente iscritto al Partito Nazionalsocialista Tedesco, nel 1939 Heinrich ottenne l’incarico di scalare le vette dell’Himalaya per conto della nazione tedesca. Partì con Peter Aufschnaiter e diede così principio ad una spedizione che lo portò a rivoluzionare la sua intera esistenza. Poiché la Seconda Guerra Mondiale ebbe inizio, il gruppo composto da cittadini del Terzo Reich venne trattenuto in una prigione indiana presieduta dall’Impero Britannico. A seguito dell’evasione, Heinrich e Peter decisero di raggiungere il Tibet, la nazione più remota del globo. Caratterizzato da un forte senso tradizionalista che riconosce nel Dalai Lama il vertice della fede buddista, il paese si rivelò dai primi istanti come profondamente lontano dalle pratiche note al mondo occidentale. La spedizione temporanea si trasformò in un desiderio di permanenza, motivato dall’attrazione verso una cultura così diversa ma al contempo affascinante. Qui Heinrich ebbe una conversione ideologica radicale, grazie all’amicizia che ebbe il modo di costruire con Tenzin Gyatso, attuale Dalai Lama. I due diedero vita ad uno scambio bidirezionale, dove Heinrich insegnava al giovane leader la lingua inglese e le vicende europee, mentre Tenzin lo avvicinava alla cultura locale, basata su sacrificio, dedizione alla purificazione spirituale, amore verso il creato. Il film offre poi una descrizione dell’inizio delle tensioni tra Tibet e Cina maoista, determinate dalle volontà espansionistiche del secondo paese che portarono a scontri armati e rappresaglie. La forza militare cinese si mostrò immediatamente superiore e bramosa di vittoria, e non rinunciò al servirsi di metodi violenti. Al tempo, il Dalai Lama era particolarmente giovane e riconosceva in Heinrich una figura di riferimento. Quando però quest’ultimo gli propose di lasciare il paese per salvaguardare la propria incolumità, rispose negativamente, contrario all’abbandonare la propria terra.

L’occupazione cinese del paese

Fu nel 1949 che Mao Tse Tung annunciò per la prima volta la volontà di annettere il Tibet ai possedimenti cinesi, considerando lo stato sottoposto a un controllo eccessivo da parte dei monaci buddisti. La nazione si trovò a fronteggiare l’imminente tragedia da sola, in quanto l’appoggio britannico aveva già conosciuto una precedente estinzione. Il 7 ottobre del 1950 decine di migliaia di soldati cinesi vennero inviati in loco per dare riscontro concreto a tale progetto. Di fronte al ridotto esercito tibetano, le forze maoiste riuscirono facilmente a porre varie località sotto il proprio controllo. In vano, dopo aver ottenuto pieni poteri, il Dalai Lama Tenzin Gyatso si recò a Pechino  per poter raggiungere un accordo con il leader comunista Mao Tse Tung. Le crudeltà maoiste si dispiegarono su cittadini, monaci, monasteri, manifestandosi sotto forma di violenze ai danni della popolazione civile, bombardamenti aerei e distruzione dei luoghi sacri. Nel 1951 si giunse alla sottoscrizione dell’accordo dei 17 punti, il quale introdusse dei cambiamenti radicali, come il riconoscimento della sovranità cinese in loco affiancato al mantenimento dell’autonomia regionale dello stato in riferimento alle materie interne, l’introduzione di membri dell’esercito tibetano nelle forze armate cinesi e la gestione cinese della politica estera tibetana. Nove anni dopo il primo ingresso arbitrario cinese in Tibet le tensioni tornarono a manifestarsi, questa volta in modi più accesi e sofferenti. Il desiderio di tornare ad un’amministrazione propria che animava i cittadini dello stato teocratico fu brutalmente soppresso dalla rappresaglia cinese, che agì per annettere ufficialmente il territorio ai propri possedimenti, costringendo il Dalai Lama a rifugiarsi in India. Nel 1964 poi, si verificò la divisione delllo stato in cinque zone, quattro delle quali rientrarono nel dominio cinese mentre solo una, con centro a Lhasa, si vide riconosciuto l’appellativo di regione autonoma.

Un’indipendenza ancora oggi soppressa

Nel corso del tempo le vicende che hanno coinvolto l’altopiano e la vicina potenza comunista sono entrate nel dibattito internazionale. Emblematiche sono le proteste dei monaci buddisti, che in segno di opposizione rispetto a quanto era accaduto e continuava a delinearsi arrivarono a darsi fuoco in strade pubbliche. Immagini sofferenti che esprimono un radicato senso di frustrazione e desolazione che affligge l’animo tibetano. Lo stesso Dalai Lama, privato della possibilità di poter vivere nella propria terra, non ha mai abbandonato i propri principi e l’obiettivo di valorizzare la cultura tibetana. Nel 1989 difatti, ottenne il Premio Nobel per la Pace in virtù del suo impegno pacifico volto a rendere noto ciò che il Tibet ha dovuto affrontare e subire. Al desiderio indipendentista dei cittadini locali si contrappone la strategia cinese concentrata sul mantenre il controllo del territorio, in modo da poter contare su uno “stato cuscinetto” contro la storica rivale India e da usufruire delle risorse naturali che il paese offre. L’intervento cinese non si limita però a questioni meramente politiche, difatti rivendica anche il diritto di potersi esprimere in merito alla definizione della linea di successione dei Dalai Lama, ledendo profondamente una tradizione secolare. Tra i volti noti che riconoscono la causa tibetana e credono nel bisogno di rivendicarne i diritti di autonomia troviamo Richard Gere. Egli difatti è presidente del Consiglio di Amministrazione dell’International Campaign for Tibet e il suo impegno sociale arricchito dall’amicizia con Tenzin Gyatso gli è costato il diritto di accesso in terra cinese, stessa sorte capitata a Brad Pitt e molte altre icone vicine a questi temi.

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