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“The Report”: torture fisiche e psicologiche dietro le tecniche d’interrogatorio della Cia

Due psicologi dietro le tecniche d’interrogatorio, meglio dette torture, messe in atto dagli agenti CIA durante la guerra in Afghanistan.

"The Report": torture fisiche e psicologiche dietro le tecniche d'interrogatorio della Cia 

Su Amazon Prime c’è un film col buon Adam Driver, ormai protagonista di numerose e importanti pellicole, intitolato The Report. Nascosta tra le due parole ce n’è una che s’intravede appena e che subito, molto cinematograficamente, viene tagliata: torture.

 The Torture Report: il vero volto della CIA in Afghanistan

Buchi neri è così che vengono chiamati le carceri in cui venivano rinchiusi i terroristi o presunti tali. Nel 2014 dopo diversi anni passati a svolgere un’inchiesta, una commissione del Senato americano pubblicò il sunto delle scoperte che erano state fatte. Cinquecento pagine circa in cui sono stati descritti perfettamente gli interrogatori a cui i prigionieri furono sottoposti. Camere di privazione sensoriale, scientificamente chiamate, in cui i poveri cristi incarcerati venivano trattati in modo disumano. Costretti in posizioni innaturali, dette stress position, legati, appesi al soffitto o ripiegati su se stessi, nudi con temperature gelide, costretti a fare i propri bisogni in un secchio o peggio in un pannolone. E pensate che questo in realtà non era nemmeno il peggio. Questi moderni metodi prevedevano musica sparata a tutto volume per non farli dormire in modo che il giorno si confondesse con la notte e viceversa, violenti schiaffi tesi ad insultare, waterboarding e penetrazione anale. Nel film viene mostrata la minuziosa indagine di come la CIA abbia provato a nascondere tutto violando addirittura i server del Senato e di come, alla fine dei giochi, non sia stato punito nessuno. Anzi molti fra gli agenti coinvolti furono promossi.

"The Report": torture fisiche e psicologiche dietro le tecniche d'interrogatorio della Cia

I due psicologi dietro le torture

 James Mitchell e John Jessen sono i due psicologi assoldati dalla celebre agenzia di spionaggio che hanno ideato queste tecniche d’interrogatorio avanzate. Queste procedure erano tanto avanti che causarono gravi danni fisici e psicologici e, in un caso accertato, persino la morte. Gul Rahaman era un cittadino afgano che, al momento dell’invasione americana, decise di scappare con moglie e figlie in Pakistan. Nel 2002, giunto ad Islamabad, venne prelevato e trascinato alla prigione di Salt Pit, ribattezzata successivamente la casa della morte. Fino al 2010 non si ebbero più notizie dell’uomo, nessuno pensò mai di avvisare la famiglia. Otto anni di silenzio. Rahaman era deceduto per ipotermia poco dopo la sua incarcerazione. Quello che l’autopsia non diceva apertamente era che Gul era disidratato, lasciato nudo dalla vita in giù, incatenato al pavimento e preso a secchiate di acqua ghiacciata mentre c’era una temperatura di soli 2 gradi. Ma i detenuti in generale subivano quello che viene definito annientamento psicologico. Privati di ogni genere di potere su ognuna delle proprie funzioni vitali, uno dei capi della Cia affermò che così avevano il totale controllo. Nei casi in cui le torture diventavano più cruente anche l’alimentazione veniva somministrata per via rettale. Costretti a masturbarsi davanti al personale militare femminile, cani feroci aizzati contro i poveri prigionieri e molto altro ancora, come la pratica del waterboarding o meglio del quasi – annegamento. Nel primo caso si posizionava uno straccio su naso e bocca e si versava l’acqua, in modo da bloccare il respiro per 40 secondi e indurre panico. C’è chi ha subito questa tortura per ben 183 volte. Addirittura gli agenti pensarono di eliminare lo straccio e affondare la testa nell’acqua, un ero e proprio tentativo di affogamento.

 

Annientamento psicologico

Si definiscono torture le sofferenze fisiche e mentali che vengono inflitte arbitrariamente, sistematicamente da una o più persone. Più semplicisticamente i torturatori tentano di eliminare l’identità delle persone, non prestando, innanzitutto, ascolto ai bisogni primari dei carcerati. Le conseguenze, come facilmente intuibile, sono devastanti. Il disturbo da stress post traumatico è uno degli effetti che più frequentemente si sviluppa nei poveri individui, ma in generale chi viene torturato sia fisicamente che psicologicamente vive una condizione assolutamente penosa, è difficile rapportarsi con queste persone che possono, in seguito, mostrare sintomi di disturbi mentali gravi e depressione. Un evento così terribile e traumatico provoca nella vittima reazioni estremamente debilitanti. Incubi, flashback, pensieri o semplicemente oggetti e azioni che possono riportare alla mente ciò che si è subito, sentimenti di paura o orrore sono quelli che caratterizzano l’animo dei torturati. L’80% di chi è colpito da DPTS svilupperà più facilmente ansia, depressione, problemi di sonno, problemi di alimentazione, abuso di sostanze e altre sostanze.

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