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The lighthouse: Robert Eggers dà vita al racconto incompiuto di E.A.Poe tra inquietudine e letteratura

Il nuovo horror di Robert Eggers si ispira all’ultimo racconto di Edgar Allan Poe, rimasto incompiuto, e attraversa mitologia e folklore, tra continui ed arguti rimandi letterari.

 

Proteo e Prometeo, Edgar Allan Poe, Melville, Coleridge: The Lighthouse è tutto questo, condensato in un formato 1,19:1 capace di catturare la claustrofobica palette del bianco e nero, a metà tra esercizio di stile ed omaggio alla letteratura.

 

 

Il racconto mai finito di Poe

Il film nasce dalla penna di Edgar Allan Poe, comunemente riconosciuto come ideatore del genere horror. The lighthouse è infatti il suo ultimo racconto, mai completato però a causa della morte. Il manoscritto si presenta sotto forma di diario e inizia il giorno di capodanno del 1796, su un’isola su cui è stato costruito un faro. Il 1º gennaio il narratore appunta la sua gioia nell’iniziare un nuovo lavoro, lontano dalla società, e si concentra poi su un’attenta e oculata descrizione del faro, coerentemente all’ossessione di Poe per le minuziose rappresentazioni dei luoghi delle sue storie, come per esempio ne “Il crollo de la casa Usher”. Il faro, nella pellicola di Eggers, si aggiunge come terzo protagonista. Infatti il film di Robert Eggers non ha la struttura di un horror, ma è più che altro un horror sulla struttura.

Il faro stesso è uno spazio limite tra terra e mare che funziona come un moderno purgatorio, con salde fondamenta nell’inferno- il mare, dove risiedono mostri tentatori che attaccano le più profonde debolezze dell’uomo, come la sirena, simulacro del desiderio e della voluttà- e paradiso, la lanterna vera e propria, dalla quale entrambi i protagonisti sono ammaliati.

 

 

Da Coleridge alla mitologia

La pellicola si concentra su due uomini che potrebbero nascondere segreti oscuri che li stanno divorando dentro ma che alla fine si distruggono a vicenda per la loro incapacità di stabilire confini personali e professionali.  Diametralmente opposti, Thomas Wake (William Defoe) incarna la passione eroica, mentre Ephrim Winslow (Robert Pattinson) coerentemente a quel residuo di incontrastato puritanesimo, vede il lavoro come mezzo per sopravvivere e affermarsi- pregando di continuo il suo superiore di chiamarlo per nome e non meramente “ragazzo”.

Entrambi incarnano quella tipica virtù del romanticismo ottocentesco che è il titanismo, perennemente diviso tra la sfumatura dell’eroe virtuoso e dell’eroe tragico: Thomas e Ephrim sono il doppio volto di un’unica moneta che non si sa mai da che parte potrà cadere. Eggers ripercorre la linea dell’ambiguità romantica, affascinata dalla tensione culturale dello Sturm und Drang, ma anche dall’inquietudine delle credenze folkloristiche.

È per questo che dalle labbra di Wake escono di continuo moniti popolari, come il semplice avvertimento di non uccidere uccelli marini. Ma Winslow noncurante, sempre più rancoroso nei confronti dell’isola ostile e claustrofobica, ammazza un gabbiano scagliandolo contro uno scoglio. Avviene così la medesima maledizione della “Ballata dell’antico marinaio” di Coleridge, e in un clima onirico tendente al grottesco, si inizia a perdere ogni senso della realtà.

Eppure Eggers non si ferma al folklore, ma va oltre. Wake, portatore di saggezza e conoscenza, rappresenta la divinità marina Proteo, mentre il giovane Wimslow è Prometeo, per il suo desiderio di scalare il faro (l’Olimpo) e di arrivare finalmente alla lanterna (il fuoco).

 

Thomas Wake (William Dafoe) e Ephrim Winslow (Robert Pattinson)

Scavare e scovare l’animo dell’uomo

La scalata verso la conoscenza è tutt’altro che facile. A proteggere il faro c’è Wake, attento custode che non si separa mai dal suo mazzo di chiavi e che le stringe sempre a sé come se fosse un moderno San Pietro pronto a vegliare le porte del paradiso, per dovere e per la consapevolezza che non tutti possono reggere ciò che lui sorveglia. È così che nel finale Wimslow pecca di tracotanza, oltrepassa la barriera ed esterrefatto guarda la luce della laterna, con occhi pieni di sgomento e meraviglia, ma anche di angoscia e disperazione, prima di ricadere nel vuoto, per poi completare il suo ciclo e divenire definitivamente un Prometeo alternativo, martoriato dagli stessi gabbiani che aveva ucciso. “The lighthouse” è un film ambizioso e simbolico, una pellicola ermetica che non si limita a scavare nell’animo, ma che si propone l’ambizioso compito di scovare le perversioni di tutti noi e di riproporle sul grande schermo. È per questo che Eggers ricorre all’ausilio dei grandi della letteratura per eviscerare i due, perché è nella letteratura che risiedono non solo la storia, ma anche i desideri e quindi gli incubi più celati dell’uomo.

 

 

 

 

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