The Hot Zone: National Geographic racconta come l’uomo ha rischiato di estinguersi negli anni ’80

Era il 1989 quando, a causa di un piccolo incidente, scoppiò un principio di epidemia di ebola negli Stati Uniti. Una nuova miniserie racconta gli eventi di quei fatidici giorni.

Quando pensiamo all’estinzione di una specie, ci vengono in mente meteoriti e altre catastrofi naturali. In pochi sanno però che nel 1989 l’uomo ha rischiato di estinguersi a causa di un incidente di laboratorio che coinvolgeva una nuova specie di ebolavirus. La nuova serie tv, targata National Geographic, mostra la vicenda dal punto di vista degli scienziati coinvolti: un thriller ricco di suspance. Cosa rende i virus così pericolosi?

La prima Tv in Italia è andata in onda, con i primi due episodi, lo scorso mercoledì su National Geographic.

Sinossi

Nel settembre del 1989, la dott.ssa Nancy Jaax è stata promossa a lavorare nell’area di contenimento presso l’istituto di ricerca medica delle malattie infettive dell’esercito degli Stati Uniti, ed è incaricata di fare ricerca sul virus Ebola. Dopo un incidente di laboratorio, Nancy si trova si trova di fronte ad un possibile focolaio di Ebola sul suolo Americano. Quando i rappresentanti di diverse agenzie non sono d’accordo su come gestire la ‘scoperta’, un dipendente della struttura si ammala, mostrando che esistono pochi protocolli per contenere un’epidemia mortale in America.

Virus e variabilità genetica

Il genere Ebolavirus  contiene sei membri, i quali prendono il nome dalla regione in cui ciascuno è stato originariamente identificato. Tra queste troviamo cinque regioni africane e una città di media grandezza situata a 24Km da Washington: Reston, dov’è ambientata la serie. La malattia da virus Ebola, nota anche come febbre emorragica da Ebola, è una febbre estremamente contagiosa che si diffonde attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei, come il sangue di esseri umani infetti o altri animali. Inoltre la diffusione può anche verificarsi a seguito del contatto con oggetti recentemente contaminati da questi fluidi.  Nonostante le varie specie note, la forma più aggressiva ha un alto tasso di morte, uccidendo circa il 50% delle persone infette. Ciò è spesso dovuto alla bassa pressione sanguigna dovuta alla perdita di liquidi, in genere dopo una decina di giorni.

I virus sono organismi extracellulari che non possono riprodursi senza l’ausilio di una cellula ospite. In pratica, dopo essersi insinuati in una cellula, sfruttano i meccanismi di quest’ultima per la costruzione di nuove entità virali. Infatti i virus non possiedono processi di mitosi o meiosi, tuttavia la progenie è geneticamente diversa dalla linea parentale. Tale fenomeno è dovuto a modificazioni volontarie durante la sintesi: il virus sfrutta il DNA della cellula ospite per diversificare la progenie. Questo provoca un enorme variabilità genetica, in grado di creare nuove specie nell’arco di tempi brevissimi, superando vaccini e terapie considerate all’avanguardia fino a pochi mesi prima.

Immagine al microscopio elettronico del Reston virus, chiamato anche “The good cousin” del genere Ebolavirus.

Un lieto fine con un pizzico di fortuna

La variante del virus scoperta durante le ricerche sui macachi del 1989 a Reston, Virginia, nonostante lo status di rischio biologico massimo (livello 4) e la sua patogenicità nei primati, non ha causato malattie nei lavoratori del laboratorio contagiati. Un lieto fine per il quale ha giocato un ruolo chiave la fortuna di non aver riscontrato altre specie letali, come quella più aggressiva dello Zaire (coinvolta nelle epidemie del 2014). Dopotutto l’uomo impara dai suoi sbagli, già nel gennaio del 1990 il CDC (centro per la prevenzione e il controllo delle malattie) ha brevettato nuovi piani, progetti e sistemi di prevenzione per evitare il ripetersi di questi eventi. Gli incidenti possono sempre capitare ma è fondamentale saperli gestire, a maggior ragione se accadono nel tuo paese.

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