Taiwan: analizziamo le tensioni del paese che ancora oggi sono al centro delle relazioni internazionali

Prima denominato Isola di Formosa, lo stato di Taiwan appare storicamente segnato da tensioni esterne, le quali si riverberano ancora oggi sul panorama internazionale.

Dapprima sede di scali commerciali europei, poi colonia cinese e successivamente conquista giapponese, per poi tornare in mano cinese, Taiwan continua ad essere al centro di dibattiti politici e dialoghi a livello internazionale.

La presenza europea

L’isola di Taiwan fu a lungo una meta preziosa per gli scali commerciali delle potenze europee. Primi fra tutti i portoghesi, che giunsero sulle sue coste nel 1544, e le attribuirono la denominazione di Ilha Formosa, ossia “Isola Bella”. Poco meno di un secolo più tardi, gli olandesi vi si stabilirono con l’intento di godere di una base privilegiata per intrattenere relazioni commerciali con Giappone e Cina. La Compagnia Olandese delle Indie Orientali strutturò in loco un vero e proprio sistema di amministrazione, che si tradusse nella costruzione di scuole e nell’istituzione di un sistema fiscale. La volontà di base era quella di fare dell’isola una colonia olandese, motivo per cui si parla di Formosa Olandese, un dominio che durò dal 1624 al 1662 . Anche la presenza spagnola fu molto importante, e fu particolarmente forte dal 1626 al 1642. In quel periodo difatti, l’isola conobbe anche un controllo iberico, prevalentemente nella zona a nord dello stato. L’obiettivo spagnolo era quello di proteggere il proprio commercio dalla presenza olandese. A partire dal 1644 inoltre, si cominciarono a registrare i primi flussi migratori cinesi.

Il dominio giapponese e cinese

Dopo la presenza europea, l’isola passò sotto il controllo cinese, che si estese su quasi la metà del territorio, lasciando alle popolazioni locali la gestione delle zone interne che registravano un’intensità demografica molto scarsa. Dall’altro lato il Giappone si mostrò particolarmente turbato dalle tendenze espansionistiche cinesi, motivo per cui si aprirono tensioni relative al controllo della Corea, sebbene nel 1885 Cina e Giappone avessero firmato la Convenzione di Tientsin, che prevedeva che entrambe le parti avrebbero ritirato le forze di spedizione dalla Corea, non avrebbero inviato istruttori militari per l’addestramento dell’esercito coreano e avrebbero notificato all’altra parte se una delle due avesse deciso di inviare truppe in Corea. Le tensioni sfociarono comunque in un vero e proprio scontro, ovvero la Prima guerra sino-giapponese, combattuta dal 1° agosto 1894 al 17 aprile 1895. La Cina ne uscì sconfitta, mostrando un forte indebolimento nella dinastia Qing, e firmò, il 17 aprile 1895,  il Trattato di Shimonoseki, che tra i vari aspetti (come l’indipendenza totale della Corea), disciplinò altri punti, tra cui la cessione di Taiwan al Giappone. Il potere nipponico si articolò in loco elaborando un sistema economico che potesse garantire al Giappone un certo rilievo. Tra i punti fondamentali difatti, vi erano la fornitura di prodotti agricoli, la lavorazione delle terre e l’apertura del mercato all’industria giapponese. A Taiwan venne istituito l’Ufficio del Governatore Generale, la cui direzione spettava a un Governatore generale nominato a Tokyo, che si stabilì generando un sistema di controllo centralizzato nell’esercitazione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. La situazione cambiò brutalmente quando durante la Seconda Guerra Mondiale, la Cina mostrò chiaramente il proprio intento di tornare a controllare l’isola di Taiwan. Un progetto che divenne realtà a seguito della resa incondizionata giapponese del 1945. Il 25 ottobre 1945 venne denominato Giorno della Restituzione di Taiwan. La presenza cinese si mostrò presto repressiva nei confronti della popolazione locale, alimentando un desiderio locale di autonomia e indipendenza.

Il desiderio indipendentista e le tensioni internazionali

Le tensioni circa la situazione di Taiwan si mostrano oggi tutt’altro che scemate. La Cina mantiene viva la volontà di controllo del territorio, denunciando ogni tendenza avversa. In questo quadro, i protagonisti non sono solo Cina e Taiwan, ma anche gli Stati Uniti, il cui leader Joe Biden ha annunciato la volontà di garantire la difesa di Taiwan.

“Il separatismo indipendentista di Taiwan è il più grande ostacolo al raggiungimento della riunificazione della madrepatria e il più grave pericolo nascosto per il ringiovanimento della nazione”

Queste parole, pronunciate da Xi Jinping lo scorso ottobre lasciano ben poco spazio all’interpretazione, mostrando quanto radicato sia l’obiettivo cinese di combattere tendenze secessioniste e indipendentiste a Taiwan. Nel novembre del 2021 inoltre, Pechino ha identificato alcuni oppositori in territorio taiwanese, definendoli irriducibili indipendentisti. Tra questi figurano il Primo Ministro taiwanese Su Tseng-Chang, il Ministro degli Esteri Joseph Wu e il Presidente del Parlamento You Shyi-kun. Tale esternazione non si è limitata a delinearsi sul piano teorico, bensì ha conosciuto attuazione pratica con l’introduzione del divieto, per tutte queste figure, di attraversare i confini di Cina, Hong Kong e Macao. Negli ultimi mesi ci sono state varie occasioni di dialogo tra Joe Biden e Xi Jinping, durante i quali sono stati affrontati svariati temi, ma quello relativo alla realtà taiwanese si delinea ancora oggi fortemente ostico, nei confronti della quale la Cina non sembra voler effettuare alcuna retromarcia. Per il leader cinese infatti, la riunificazione tra Cina e Taiwan non è solo irrinunciabile, ma anche la missione del Partito Comunista Cinese.

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