Sylvia: come la ninfa di Torquato Tasso ha conquistato il mondo del balletto

È all’insegna di “Sylvia”, coreografata da Manuel Legris, che la Scala di Milano ha aperto la stagione del 2020, riprendendo direttamente il capolavoro di Torquato Tasso intitolato “Aminta”.

 

Sylvia è un balletto dalla tradizione antica, dal momento che la sua prima apparizione alla Scala fu nel lontano 1894, quando Giorgio Saracco riprodusse la coreografia di Mérante. In realtà il balletto, nonostante la fama odierna, nelle prime rappresentazioni in assoluto, cioè all’Opéra di Parigi nel 1876, non fu un successo e se non  fosse stato per la brillante ed esplosiva musica di Léo Delibes, sarebbe probabilmente andato dimenticato.

 

La Sylvia della Scala

È nel solco di questa tradizione francese che Manuel Legris creò nel 2018 la sua versione, ispirato da una ricca e articolata trama che intreccia divinità e umanità tratta liberamente dal dramma pastorale “Aminta” di Torquato Tasso, che affascina ed incanta ancora oggi per una storia d’amore senza tempo e ricca di fascino immersa in un’Arcadia meravigliosa, in grado di far sognare qualsiasi spettatore.

La drammaturgia e il libretto sono stati curati da Manuel Legris e Jean-François Vazelle, che hanno reso la vicenda chiara e leggibile, nonostante i numerosi intrecci e l’ampollosità dell’opera del Tasso. Legris ha affermato che i temi di fondo del balletto- che sono attualissimi- sono l’amore, il potere e la posizione della donna. L’etoile scaligera Nicoletta Manni, che debutta per la prima volta nel ruolo di Sylvia, nell’esibizione si è destreggiata in un magistrale pizzicato e in interminabili equilibri, e a proposito della ninfa protagonista ha detto:

” Sylvia è una donna forte, coraggiosa, una guerriera che sento molto vicina a me (…)Pur essendo guerriera, Sylvia nasconde un lato romantico che scoprirà grazie ad Eros e in scena si vedrà anche questo lato più umano”.

Tra fasti mitologici, ninfe, satiri, pastorelli e dei dell’Olimpo, trionfa la straordinaria partitura di Delibes, ma anche la rilettura di uno dei più grandi capolavori letterari di sempre.

 

L’etoile scaligera Nicoletta Manni in Sylvia.

 

La Sylvia di Tasso

La favola boschereccia di Tasso è intitolata “Aminta” perché è su di lui che si concentra la narrazione, in quanto Sylvia appare, a primo impatto, come una giovane ninfa priva di sentimenti, che gode nel vedere Aminta struggersi per lei, e che del pastorello non ne vuole proprio sapere, nemmeno quando lui la salverà dallo stupro da parte del Satiro.

Per quanto l’Aminta sia stata spesso vista come un’opera leggera e rivelatrice di un Tasso cortigiano, interessato unicamente a creare un’opera d’intrattenimento o un idillio, essa offre comunque lo spunto per cogliere la sensibilità delicata dell’autore, in una felice rappresentazione di stati d’animo vicini a quelli della vita quotidiana, con una magistrale fusione tra verità e fantasia.  Il mondo dell’Aminta, con le parole di Francesco De Sanctis, è un mondo raffinato, e la stessa semplicità è un raffinamento.

L’amore è variamente concepito, secondo i dubbi e le tensioni che agitavano l’animo del Tasso: sentimento puro e dolce in Aminta; forza naturale a cui bisogna rispondere con disincanto per Tirsi; istinto bestiale nel Satiro dei boschi.

 

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Sylvia: nasce un’eroina

Con la trasposizione da favola a balletto si assiste ad un mutamento dell’opera, modificata nella trama, ma  mai nello spirito generale di ode all’età dell’oro, alla perfezione e al rigore classico, e soprattutto alla forza dell’amore.

La scelta, in primis, di puntare l’attenzione non più su Aminta, ma su Sylvia, è notevole. La capricciosa ninfa diviene il simbolo di una donna volitiva e autrice del proprio destino, capace di lottare tanto quanto di amare. Infatti nel balletto per la prima volta ci si stacca dal canone della ballerina che interpreta una creatura eterea e perfetta come una silfide o una principessa, e ci si ritrova davanti ad una cacciatrice munita di arco e frecce.

Piuttosto che una figura femminile caricata da sentimenti barocchi, pomposi, che da un atto all’altro dell’opera oscillano da odio e repulsione ad amore incondizionato, la Sylvia del balletto è una donna bifronte, divisa tra forza e vulnerabilità, tra aggressività e tenerezza, che scopre la forza del vero amore assieme al risvegliarsi della propria sensualità.

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Con una coreografia carica di virtuosismi ed energia, una musica di una bellezza tale da far dire a  Čajkovskij:

Mi vergogno. Se avessi conosciuto questa musica solamente poco dopo, certamente non avrei scritto “Il lago dei cigni”

facendogli definire il suo capolavoro come “poca roba a confronto”, Sylvia è un balletto che restituisce freschezza ad uno dei classici della letteratura italiana e che approda sul palco della Scala, facendo breccia nel cuore dello spettatore, proprio come Aminta alla fine fa breccia nel cuore della sua amata Sylvia.

 

 

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