Il Superuovo

Suicidio: eroismo o viltà? Risponde “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”

Suicidio: eroismo o viltà? Risponde “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”

Se, nel mondo, la religione, la cultura o addirittura la legge condannano la pratica del suicidio, rendendolo spesso un tabù, la figura del dottor Jeckyll potrebbe farci cambiare idea.

Per la chiesa cattolica costituisce un peccato, per alcuni è il punto di arrivo dopo una malattia mentale, altri invece sono perseguitati dallo stigma sociale che si abbatte su di loro: il suicidio è una tematica difficile da trattare oggi, ma non è sempre stato così.

LA MODA DEL SUICIDIO

Può sembrarci impensabile ma, anticamente, quella del suicidio era una vera e propria moda. Nel mondo classico si riteneva che tra tutti i doni della natura, quello di potersi donare una morte opportuna fosse tra i migliori. Il suicidio trova larga accoglienza nella mentalità greco-romana, considerato come una forma di morte nobile e una scelta preferibile a una vita priva di dignità. Il gesto era spesso accompagnato da motivazioni politiche ma si sposava anche con l’approvazione della mentalità corrente. Tacito, negli “Annales”, narra del suicidio di Seneca che diviene un vero e proprio topòs nonché esempio per gli amici e per la moglie. La morte del filosofo stoico è fortemente spettacolarizzata: egli si recide le vene del braccio, delle gambe e delle ginocchia, chiede di bere cicuta, poi, immerso in una vasca, viene portato in un bagno a vapore, dove muore soffocato. E’ chiaro come la morte sia presentata come un evento teatrale, espediente per sottolineare la riverenza nei confronti di un gesto tanto esemplare. Tacito presenta poi il suicidio di Petronio, che vede la fermezza nell’affrontare la morte unirsi all’ironia verso la messa in scena del suicidio stoico, con uno sguardo particolarmente ironico nei confronti di quello dello stesso Seneca. Questa ossessione per il suicidio eroico andrà scemando con lo scorrere del tempo, dimostrando che i più raggiungono l’ambitiosa mors, ossia la morte ostentata, senza nessun vantaggio per lo stato. Sicuramente questa tendenza si accosta perfettamente al desiderio di tranquillità e di approdo in quel “porto quiete” che solo la morte può donare, del resto Dante, nel Purgatorio, tramite Catone l’Uticense, dice che il suicida è mosso dal desiderio di libertà che è “sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”.

 

Manuel Domìnguez Sànchez, Il suicidio di Seneca, 1871

PAROLE NERE DI VITA

Leopardi, sebbene tanto arrabbiato con la vita, arriverà a considerare il suicidio come atto estremamente vile. Il poeta, dall’istruzione fortemente classica, era inizialmente testimone dell’eroicità del suicidio, motivato dal tedio per la vita e dalla Natura che è “carnefice della sua propria famiglia”, tanto che egli presenta nel “Bruto minore” e ne “L’ultimo canto di Saffo” due suicidi eroici, nei quali si riflette l’animo del poeta stesso. Nelle “Operette morali”, invece, il punto di vista del poeta cambia radicalmente: Leopardi spiega che “colui che si uccide da se stesso, non ha cura né pensiero alcuno degli altri”, chi si uccide aggrava infatti l’infelicità dei superstiti, procurando dolore alle persone care. Di qui il potente messaggio solidaristico al quale si aggiunge un’esortazione a consolarsi a vicenda e ad unirsi in quella “social catena” che verrà poi presentata nella “Ginestra”.

E SE FOSSERO EROISMO E VILTA’ ASSIEME?

Le idee esposte, tanto contrastanti, entrano in crisi proprio con la doppia figura del dottor Henry Jeckyll, illustre medico, cittadino rispettabile, di bell’aspetto e dai modi affabili che si trasforma di frequente nel suo alter ego, Edward Hyde, ripugnante e goffo, che è la pura rappresentazione del male e, in quanto tale, agisce in maniera brutale sulle sue vittime, tanto adulte quanto bambine. L’idea del medico è quella di cercare di scindere il binomio bene-male insito nell’animo umano, cosa che si rivelerà impossibile e che lo condurrà al suicidio. Hyde infatti, viene tenuto sotto controllo tramite una pozione che permette al protagonista di recuperare istantaneamente le spoglie di Jeckyll: tuttavia è sempre più difficile fermare la trasformazione in quell’essere diabolico che terrorizza la città ed è autore di efferati omicidi, motivo per cui, preso dalla disperazione del suo fallimento, il medico decide di ingerire acido prussico per mettere fine tanto alla sua quanto alla vita di Hyde, in modo da preservare quelle anime innocenti che la furia omicida non avrebbe certo risparmiato. E’ viltà quella che porta il protagonista ad uccidersi perché non riesce più a mettere un freno alla malvagità che dilaga in lui e di cui lui stesso è responsabile? Oppure è eroismo quello che lo porta a compiere il gesto fatale che vede anteporre le vite dei concittadini innocenti alla sua? Probabilmente, come dimostra l’opera di Stevenson, tanto quanto è impossibile separare il male dal bene nell’uomo, è altrettanto impossibile cercare di etichettare il suicidio nella dicotomia eroismo-viltà.

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