Su Mercurio c’è più ghiaccio di quel che si pensasse: nuovi depositi ai poli

Trovato del ghiaccio d’acqua ai poli del pianeta più vicino al Sole del nostro Sistema Solare.

Potrebbe esserci davvero del ghiaccio su Mercurio, il pianeta più vicino al Sole nel nostro sistema solare. Nonostante infatti sia difficile credere che del ghiaccio possa essere presente su un pianeta che supera i 400 °C

Ghiaccio sul pianeta

Potrebbe esserci davvero del ghiaccio su Mercurio, il pianeta più vicino al Sole nel nostro sistema solare. Nonostante infatti sia difficile credere che del ghiaccio possa essere presente su un pianeta che supera i 400 °C per quanto riguarda le temperature superficiali, un nuovo studio mostra che il ghiaccio potrebbe esistere grazie allo stesso calore del pianeta. Su Mercurio, infatti, ci sono piccole zone in crateri posti ai poli che sostanzialmente non vedono mai la luce del Sole. In queste zone può formarsi del ghiaccio, come spiegano gli scienziati del Georgia Institute of Technology. Il modello sviluppato dai ricercatori vede innanzitutto il calore estremo del pianeta liberare i cosiddetti gruppi idrossilici, minerali presenti nel suolo superficiale del pianeta. Questo processo porta alla produzione di molecole d’acqua e di idrogeno che si sollevano spostandosi intorno al pianeta. La maggior parte delle molecole d’acqua viene scomposta dalla luce solare oppure si alza molto al di sopra della superficie del pianeta stesso. Tuttavia alcune di queste molecole finiscono per atterrare nelle suddette zone vicino ai poli, zone in ombra permanente proprio a causa della conformazione dei crateri. Non essendoci un’atmosfera su Mercurio, non c’è neanche una trasmissione di aria che possa condurre il calore. Questo significa che queste molecole d’acqua che vanno a poggiarsi all’interno di questi crateri in ombra si ghiacciano permanentemente.

Il ghiaccio sarebbe presente all’interno dei crateri nei poli del pianeta, in zone permanentemente in ombra

Le scoperte della sonda Messenger

La sonda Messenger dalla Nasa in orbita attorno al pianeta più vicino al Sole ha avvalorato l’ipotesi avanzata negli anni Novanta quando con il grande radiotelescopio di Arecibo si era scandagliata la superficie di Mercurio. Nei crateri polari dove le ombre sono perenni una riflessione particolare aveva spinto gli scienziati a immaginare il ghiaccio, analogamente a quanto accade in alcuni crateri della Luna. Ora Messenger scrutando da vicino la superficie che raggiunge anche i 425 gradi centigradi ha raccolto prove a favore pubblicate dalla rivista americana Science. Per conservarsi il ghiaccio deve essere coperto da un sottile strato di materiali spesso una decina di centimetri e che lo mantengono stabile. La sonda ha inoltre scoperto che il cuore del pianeta è avvolto da una sorta di guscio di solfuro di ferro; una condizione unica nel nostro sistema solare. Al fine di approfondire il risultato la Nasa ha deciso di prolungare la missione di Messenger lanciata da Cape Canaveral nel 2004, e dall’anno scorso in orbita attorno a Mercurio. La prima era stata Mariner-10 sempre della Nasa, e spedita lassù nel 1973, la quale raccolse grandi risultati grazie all’italiano Giuseppe Colombo. Colombo era un meccanico celeste dell’Università di Padova che collaborava con il Jet Propulsion Laboratory della NASA nello studio delle traiettorie interplanetarie. Egli suggerì una particolare orbita grazie alla quale la sonda passò tre volte nelle vicinanze del pianeta invece di una sola volta. Così triplicò il bottino scientifico e il New York Times dedicò un articolo in prima pagina a Colombo. Ora l’Agenzia spaziale europea ESA ha battezzato “BepiColombo” una sonda che sta costruendo e che sarà la prossima visitatrice di Mercurio.

Il bacino Caloris in un’immagine a colori elaborata a partire dai dati raccolti dallo strumento MDIS della sonda MESSENGER

Mercurio e il suo splendore

Ad oggi è il pianeta più interno del sistema solare gode di un’invidiabile proprietà: quella di avere, rispetto a tutti gli altri pianeti, la massima escursione termica fra l’emisfero diurno, rivolto verso il vicino Sole, e quello notturno. Sul primo, infatti, si raggiungono temperature pari a 700 kelvin (oltre 400 °C), mentre nel secondo si può arrivare a toccare gli 80 kelvin (circa -200 °C). Visibile a occhio nudo e quindi conosciuto sin dall’antichità il pianeta più vicino al Sole, percorrendo un’orbita interna a quella del nostro pianeta, non si discosta mai troppo dalla stella, così che è possibile scorgerlo solo come un tenue puntino luminoso immerso nelle luci dell’alba o del tramonto. Gli astronomi antichi si erano accorti che era un pianeta perché si muoveva molto velocemente rispetto al Sole e alle stelle, ma ci vollero mille anni prima che qualcuno si rendesse conto che l’astro del mattino e l’astro della sera erano in realtà lo stesso oggetto. E’ impossibile chiudere un articolo su Mercurio senza citare il contributo fondamentale di questo pianeta alla conferma della teoria della relatività generale. Le osservazioni mostrano infatti che, ogni volta che compie un giro attorno al Sole, la sua orbita ellittica ruota nello spazio, facendo avanzare nel tempo il punto di massimo avvicinamento al Sole. Questo fenomeno, chiamato precessione del perielio, è solo in parte spiegabile attraverso la teoria della gravitazione classica, formulata da Isaac Newton alla fine del XVII secolo. Ma Albert Einstein, calcoli alla mano, dimostrò nel 1919 che la sua teoria della relatività generale era in grado di rendere conto dell’intera entità dello spostamento osservato. Fu così che la precessione del perielio di Mercurio divenne uno dei primi banchi di prova della nuova teoria della gravitazione di Einstein, superato con successo come tutti quelli condotti da quel momento in poi.

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