Le strofe sconosciute dell’inno di Mameli e l’unità d’Italia: insieme si vince

L’inno di Mameli che noi conosciamo è solo una piccola parte del testo originale che molti di noi non conosciamo. 

In questo momento così duro per noi, in cui tutto ci è bastato tolto, ma non per sempre, è bello scoprire e riscoprire le nostre radici come nazione, quindi oggi vi propongo la lettura delle strofe sconosciute dell’inno e come sia parallelo alla nostra unità d’Italia.

 

Le strofe sconosciute dell’inno e spiegate

All’interno della seconda strofa si fa invece riferimento ad un desiderio: la speranza (chiamata, nell’inno, la “speme”) che l’Italia, ancora divisa negli stati preunitari e quindi da secoli spesso trattata come terra di conquista («Noi siamo da secoli / calpesti, derisi, / perché non siam popolo, / perché siam divisi»), si raccolga finalmente sotto un’unica bandiera fondendosi in una sola nazione («Raccolgaci un’unica / Bandiera, una speme: / di fonderci insieme, / già l’ora suonò»). Mameli, nella seconda strofa, sottolinea quindi il motivo della debolezza dell’Italia: le divisioni politiche. La terza strofa incita alla ricerca dell’unità nazionale con l’aiuto della Provvidenza e grazie alla partecipazione dell’intero popolo italiano finalmente unito in un intento comune («Uniamoci, amiamoci, / l’Unione, e l’amore, / rivelano ai Popoli / le vie del Signore; / Giuriamo far libero, / il suolo natìo: / Uniti per Dio, / chi vincer ci può?»). L’espressione “per Dio” è un francesismo (fr. “par Dieu”): Mameli intende “da Dio”, “da parte di Dio”, ovvero con l’aiuto della Provvidenza. Questi versi riprendono l’idea mazziniana di un popolo unito e coeso che combatte per la propria libertà seguendo il desiderio di Dio. Infatti i motti della Giovine Italia erano proprio «Unione, forza e libertà» e «Dio e popolo». In questi versi è anche riconoscibile l’impronta romantica del contesto storico dell’epoca. La quarta strofa è ricca di riferimenti a importanti avvenimenti legati alla secolare lotta degli italiani contro il dominatore straniero: citando questi esempi, Mameli vuole infondere coraggio al popolo italiano spingendolo a cercare la rivincita. La quarta strofa inizia con un riferimento alla battaglia di Legnano («Dall’Alpi a Sicilia / dovunque è Legnano»), combattuta il 29 maggio 1176 nei pressi della città omonima, che vide la Lega Lombarda vittoriosa sull’esercito imperiale di Federico Barbarossa. La battaglia di Legnano pose fine al tentativo di egemonizzazione dell’Italia settentrionale da parte dell’imperatore tedesco. Legnano, grazie alla storica battaglia, è l’unica città, oltre a Roma, a essere citata nell’inno nazionale italiano. Nella stessa strofa è citato anche “Ferruccio” («Ogn’uom di Ferruccio / ha il core, ha la mano»), ovvero Francesco Ferrucci (noto anche come “Francesco Ferruccio”), l’eroico condottiero al servizio della Repubblica di Firenze che fu sconfitto nella battaglia di Gavinana (3 agosto 1530) dall’imperatore Carlo V d’Asburgo durante l’assedio della città toscana. La quinta strofa è invece dedicata all’Impero austriaco in decadenza. Nel testo si fa infatti riferimento alle truppe mercenarie asburgiche («Le spade vendute»), di cui la monarchia asburgica faceva ampio uso[126]. Esse – secondo Mameli – sono “deboli come giunchi” («Son giunchi che piegano») dato che, combattendo solo per denaro, non sono valorose come i soldati e i patrioti che si sacrificano per la propria nazione. La presenza di queste truppe mercenarie, per Mameli, ha indebolito l’Impero austriaco. La sesta ed ultima strofa, che non viene quasi mai eseguita, comparve nelle edizioni stampate dopo il 1859 in aggiunta alle cinque definite da Mameli nella scrittura originaria del canto (Mameli morì il 6 luglio 1849 durante la difesa della Repubblica Romana) e preannuncia, con gioia, l’unità d’Italia («Evviva l’Italia, / dal sonno s’è desta») . La strofa prosegue chiudendo il canto con gli stessi tre versi che concludono la quartina della strofa iniziale («Dell’elmo di Scipio, / s’è cinta la testa. / Dov’è la Vittoria? / Le porga la chioma, / ché schiava di Roma, / Iddio la creò»).

L’unità d’Italia dai moti del 1848 allla spedizione dei mille del 1861

Quando debuttò il Canto degli Italiani, mancavano pochi mesi ai moti del 1848. Poco prima della promulgazione dello Statuto Albertino, era stata abrogata una legge coercitiva che vietava gli assembramenti formati da più di dieci persone. Da questo momento in poi, il Canto degli Italiani conobbe un crescente successo anche grazie alla sua orecchiabilità, che ne facilitò la diffusione tra la popolazione. Con il passare del tempo, l’inno fu sempre più diffuso e venne cantato quasi in ogni manifestazione, diventando uno dei simboli del Risorgimento. Il brano fu infatti cantato diffusamente dagli insorti in occasione delle cinque giornate di Milano (1848), e venne intonato frequentemente durante i festeggiamenti per la promulgazione, da parte di Carlo Alberto di Savoia, dello Statuto Albertino (sempre nel 1848). Anche la breve esperienza della Repubblica Romana (1849) ebbe, tra gli inni più intonati dai volontari, il Canto degli Italiani, con Giuseppe Garibaldi che fu solito canticchiarlo e fischiettarlo durante la difesa di Roma e la fuga verso Venezia. Quando il Canto degli Italiani diventò popolare, le autorità sabaude censurarono la quinta strofa, estremamente dura con gli austriaci; tuttavia dopo la dichiarazione di guerra all’Austria e l’inizio della prima guerra d’indipendenza (1848-1849), i soldati e le bande militari sabaude lo eseguivano così frequentemente che re Carlo Alberto fu costretto a ritirare ogni censura. L’inno era infatti diffusissimo, soprattutto tra le file dei volontari repubblicani. Durante la prima guerra d’indipendenza, oltre al Canto degli Italiani, era molto diffuso tra le truppe sabaude il canto risorgimentale Addio mia bella addio. Pagina con le sei strofe dell’edizione 1860 stampata da Tito I Ricordi. Il Canto degli Italiani fu uno dei brani più popolari anche durante la seconda guerra d’indipendenza (1859), questa volta insieme al canto risorgimentale La bella Gigogin e al Va, pensiero di Giuseppe Verdi. Fratelli d’Italia fu uno dei canti più intonati anche durante la spedizione dei Mille (1860), con la quale Garibaldi conquistò il Regno delle Due Sicilie; durante questa spedizione, un altro canto diffuso tra i garibaldini fu L’inno di Garibaldi. A Quarto i due brani vennero spesso cantati anche da Garibaldi e dai suoi fedelissimi. Queste sono le sue origini, ma in realtà ci vollero 100 anni quasi per farlo diventare ufficialmente il nostro inno.

L’inno di mameli che sta tenendo unita l’Italia anche ora il flashmob di Genova

Tantissime bandiere colorare e l’Inno di Mameli sparato a tutto volume. Singolare flashmob nel pomeriggio in via Bobbio nel quartiere genovese di Marassi da parte dei ragazzi della scuola di ballo, canto e recitazione Naima Academy. Marciando con le bandiere il gruppo di giovani artisti ha ricevuto tantissimi applausi e ringraziamenti dai balconi degli edifici adiacenti: «Nella nostra scuola, oltre ad esserci ragazzi genovesi ci sono talenti da tutta Italia – spiega Matteo Addino, direttore di “Experience company” (compagnia di giovani talenti italiana) – tutti coloro che vengono da altre città alloggiano sopra la scuola di danza e molti di loro dopo il decreto non sono potuti tornare a casa per paura che dopo le tournée a Milano qualcuno fosse stato contagiato dal virus». Così nasce l’idea: «Da sabato pomeriggio alle ore 18 abbiamo tenuto compagnia alle persone come simbolo di forza e unione, facendo un piccolo spettacolo di danza sopra la terrazza. C’è stato così tanto entusiasmo, affetto, applausi e ringraziamenti da tutte le persone che ci guardavano. Bambini, anziani, ragazzi hanno gridato chiedendoci il bis e ringraziandoci, ed è per questo che abbiamo pensato di ripeterlo ogni giorno allo stesso orario».

 

 

 

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