E se il motivo della devianza, fosse esso stesso la devianza?

Qualche giorno fa, Giorgia Meloni ha proposto la promozione dello sport per evitare le “devianze giovanili”. A distanza di quasi 24 ore, Fratelli d’Italia ha presentato un elenco di “devianze” includendo anche obesità e anoressia.
Devïanza s. f. [der. di deviare]. – 1. Termine usato per indicare quei comportamenti che si allontanano da una norma o da un sistema di regole; in partic., in sociologia, la non conformità agli standard normativi del gruppo o sottogruppo sociale di appartenenza, e più spesso a quelli del gruppo dominante, il quale, non potendo accettare tale comportamento abnorme, lo disapprova e spesso lo condanna con l’emarginazione o con sanzioni sociali di vario tipo.
Se si fa una rapida ricerca sulla Treccani, è questa la prima definizione in cui si incappa. Definire i disturbi alimentari come devianze non è solo errato, ma anche profondamente ingiusto: si sta parlando di salute fisica e mentale. Anche se il post è stato rimosso subito dal profilo Twitter del partito, parlare di questi temi descrivendoli in accezione negativa durante la campagna elettorale è inaccettabile e non solamente indice di populismo.
Oggi, in Italia, ci sono quasi 3 milioni di adolescenti che soffrono di un disturbo alimentare. Promuovere lo sport e denigrare queste problematiche non cambierà assolutamente nulla. Ciò che davvero deve essere esaminato è il contesto sociale; a una persona che soffre, che ha un rapporto complicato con il cibo, non si può semplicemente dire “vai a correre”. Perché quel ragazzo non riesce a smettere di ingurgitare piatti, nonostante abbia smesso di essere affamato? Perché quella ragazza nonostante sia bellissima continua a vedersi maledettamente sbagliata, pesandosi ossessivamente sulla bilancia, privandosi di nutrimento per sopperire a quel vuoto che sente dentro?
Sono queste le domande che la Meloni e con lei il suo partito avrebbe dovuto chiedersi prima di lanciare un tweet del genere. Sono queste le riflessioni che una donna molto più indietro nel tempo, molto più colta e sensibile, aveva fatto alla fine del 1700. Nelle sue opere associa a ogni personaggio un particolare rapporto col cibo, per delineare così anche i tratti psicologici.
Morire di fame per depressione: il caso di Ragione e Sentimento
Spesso, all’interno dei romanzi della Austen, il cibo diviene il segnale principale di un malessere grande ed evidente. In Ragione e Sentimento, ad esempio, troviamo ben illustrato il caso della sorella minore di Elinor.
Marianne Dashwood è innamorata perdutamente di John Willoughby, un affascinante giovane che durante una caduta in un prato la soccorre, riportandola a casa fra le sue braccia. Subito tra i due scatta un’attrazione impossibile da reprimere, alimentata anche dall’amore che entrambi condividono per la letteratura, soprattutto per i sonetti di Shakespeare. La loro passione è talmente travolgente da suscitare scandalo, ma lei non se ne cura. É certa che lui le chiederà la mano, così ignora i rimproveri della sorella e le occhiate indignate delle signore dabbene e si lascia condurre dal sentimento. Tuttavia, improvvisamente, John scompare: proprio il giorno in cui sembrava che sarebbe avvenuta la fatidica proposta, egli viene diseredato dalla ricca zia da cui sperava di ottenerne la benedizione per il testamento. É costretto quindi a scappare a Londra, scomparendo senza più dare notizie di sé.
La fanciulla è disperata, invano cerca di mettersi in contatto con lui spedendo lettere a qualsiasi ora del giorno e della notte. Solamente quando anche lei si recherà in città assieme alla sorella e alla compagnia di Lady Middleton lo incontrerà nuovamente… Ottenendo però nient’altro che risposte fredde e occhiate sfuggenti. Marianne viene così a conoscenza del suo fidanzamento con una ricca dama londinese, per cui il giovane non prova alcun tipo di sentimento ma di cui potrà approfittare per le sue finanze.
É qui che la depressione comincia: la folle passione che aveva provato, quell’amore travolgente, il primo, che tanto aveva agognato leggendo di Marco Antonio e di Cleopatra, di Romeo e Giulietta, non valeva nulla. La ragazza smette di mangiare, rifugge la compagnia e si isola in lunghe passeggiate solitarie, finendo per ammalarsi gravemente. Quando si riprenderà grazie alle cure di un valente dottore, la ragazza confesserà che se fosse morta si sarebbe trattato di una sorta di suicidio.

Il cibo come modo per placare le ansie sociali
All’interno dei romanzi della Austen sono spesso i pranzi, le merende e le cene a scandire il tempo. Questi momenti sono infatti le grandi occasioni che i personaggi sfruttano per incontrarsi e poter conversare. Il cibo, quindi, ha un ruolo rilevante da un punto di vista sociale: fornisce l’occasione per ritrovarsi, per creare pretesti per riunirsi. La socialità, tuttavia, porta inevitabilmente con sé situazioni spiacevoli. Dagli amori non corrisposti ai doveri cui bisogna sottostare contro la propria volontà, sono molte le preoccupazioni e i disagi che specie le protagoniste dei romanzi si ritrovano a dover affrontare… E, se da una parte la conseguenza è la depressione seguita dalla mancanza di appetito, dall’altra parte spesso si ricorre al meccanismo inverso. Il cibo e le bevande sono una protezione, qualcosa a cui aggrapparsi per calmare i nervi.
Quale può essere il principe di questi calmanti, all’interno della cultura inglese? La risposta è quasi scontata: si tratta ovviamente del the. Questo non solo fornisce una scusa per conversazioni più intime, ma viene anche versato a fiumi ogniqualvolta che un turbamento scuote l’aria. Tratto caratteristico di tutte le opere, si può ben analizzare nuovamente all’interno del romanzo Ragione e Sentimento. All’interno dell’opera troviamo spesso la famiglia Dashwood intenta a calmare la tristezza e la depressione offrendo proprio il the. Quando Marianne viene lasciata senza spiegazioni da John, sarà proprio il suo rifiuto della bevanda a dare l’avvio alla sua discesa nel baratro della depressione.

Dimmi quanto mangi e ti dirò chi sei
Attraverso il proprio rapporto con il cibo, attraverso la quantità e la qualità di ciò che viene mangiato, la Austen tratteggia con maestria le identità dei suoi personaggi. Le personalità di ciascuno di noi, l’estrazione sociale, lo stato d’animo, si riflettono inevitabilmente anche sul nostro rapporto con ciò che ingeriamo. E questo, come già la scrittrice aveva capito nel XVIII secolo, non ha niente a che fare con devianze o con la mancanza di sport. Tutto ruota attorno al contesto sociale e interpersonale che sta attorno al singolo individuo, ed è proprio questo che viene riflesso sulla tavola da pranzo.
Così, per esempio, in Ragione e Sentimento scopriamo che il fratellastro delle sorelle Dashwood e sua moglie, Mr e Mrs John Dashwood, sono avidi proprio per le scelte fatte in materia culinaria. O ancora, le abitudini alimentari e di consumo denunciano la classe cui si appartiene: la presenza della selvaggina a tavola o la mancanza di the evocano ricchezza o povertà. In “Emma”, poi, la triste Jane Fairfax lotta con una forma di anoressia nervosa. Anche in quest’ultimo caso, è la componente emotiva a influenzare la mancanza di appetito della giovane: la malattia infatti peggiora sempre di più nel momento in cui Frank, di cui è innamorata, comincia a flirtare con Emma.
Mi pare poi interessante notare come, proprio in luce di quanto ho appena descritto, siano per la maggior parte i personaggi femminili a soffrire di disturbi del comportamento alimentare. Non è un caso, questo, dal momento che a causa delle pressioni socio-culturali anche attualmente le donne ne soffrono in maniera esponenzialmente maggiore rispetto agli uomini. In quest’ottica vale la pena evidenziare nuovamente come all’interno dei romanzi siano proprio le protagoniste a rifiutare il cibo… E se forse la Austen avesse voluto in questo modo denunciare le regole di un mondo patriarcale che costringeva le donne dentro a delle gabbie dorate?