Souvenir from China: Ai Weiwei e le Proteste degli ombrelli
Goodness of Democracy, statua in carta pesta simbolo delle proteste di Tienanmen e riproposta ad Hong Kong.

Tra sentimenti rivoluzionari e repressioni emerge, in queste proteste, la figura di un artista- attivista: Ai Weiwei e le sue creazioni

Durante la protesta (fonte Panorama)

L’agitazione socio- politica cinese in questi giorni sembra non trovare pace; dalle proteste che infiammano Hong Kong ormai da tre mesi, alla parata militare organizzata per commemorare il settantesimo anniversario della nascita della Repubblica Popolare Cinese, sembra che tutti abbiano un buon motivo per scendere in piazza. E tra chi chiede a gran voce maggiori libertà e diritti, e chi invece si gloria dell’apparente solidità dello Stato testimoniata da enormi missili, sembrano riproporsi all’attenzione mondiale problematiche per niente nuove: l’ingerenza del governo nel negare i diritti propri di un popolo e la serrata repressione attuata contro lo stesso.

Un Paese, due sistemi

Una mossa su cui abbiamo discusso questa mattina e che riteniamo necessaria’, afferma la governatrice Carrie Lam, vietando l’uso di maschere nelle manifestazioni divenute quasi simbolo delle nuove agitazioni. Iniziate circa tre mesi fa proprio in seguito alla proposta del disegno di legge riguardo le estradizioni ad opera della stessa Lam, le proteste si sono accentuate espandendo l’ambito di discussione dalla legge (già ritirata dalla stessa governatrice) alla generale condizione in cui versa il popolo cinese.

C’è da dire che Hong Kong gode di una condizione privilegiata essendo una regione a statuto amministrativo speciale in quanto dal 1997 è passata dallo stato di colonia Britannica a regione cinese con il patto Un Paese, due sistemi. Tale patto rende Hong Kong una regione speciale per 50 anni (fino al 2047) con una sua costituzione (che garantisce il diritto di stampa), moneta e sistema politico, che rende i residenti più liberi del resto della popolazione cinese.

Questa libertà, questa diversa concezione di popolo è quella che sottolinea Ai Weiwei a proposito di un suo progetto (la cui terza ed ultima parte sviluppata proprio nel 1997) ‘Black, White and Grey Cover Book’, dichiarando ‘La cultura moderna cinese post- Mao è una storia di negazione dei valori personali; tutte le rivolte degli ultimi cento anni sono nate dalla dipendenza dalla cultura di qualcuno e sono terminate in compromessi’. Con questo spirito la sua opera si poneva lo scopo di ridurre la distanza tra gli artisti e il mondo che dalle tremende repressioni del ’89 si era notevolmente ampliata, e di espandere al contempo quei confini mentali estremamente limitanti del governo comunista della Repubblica Popolare Cinese che hanno portato più volte lo stesso artista a vivere da dissidente.

Dopo il 1989 la regione si era già resa partecipe di sommosse nel 2014 passate alla storia come Rivolta degli ombrelli, scoppiate in seguito alle intenzioni di Pechino di cambiarne il sistema elettorale, imponendo una preselezione dei candidati da parte del governo centrale.

Ai Weiwei- Souvenir from Shanghai (fonte inabitat)

Le radici della protesta

Il governo centrale non si sarebbe certo aspettato un movimento così ampio quando più di un mese fa si apprestava a ritirare la proposta della governatrice Lam; eppure molti leader, giovani studenti, sono rimasti nelle piazze seguiti da un enorme numero di manifestanti con richieste ben diverse da quella iniziale. Oltre alle dimissioni della leader Lam, i manifestanti spingono per porre all’attenzione le violente repressioni messe in atto dalla polizia e le condizioni dei molti fermati (più di 100 solo da martedì). Più in generale si rivolgono all’attenzione mondiale per sottolineare la negazioni dei diritti al popolo cinese.

C’è anche chi, tra gli abitanti di vecchia data di Hong Kong, sostiene che non tutti i manifestanti siano in rivolta per questioni umanitarie, bensì per fattori economici: la vita della città dal 1997 ad oggi sembra cambiata decisamente. Il prezzo dei trasporti pubblici costa 10 volte di più rispetto quello della Cina continentale e vi è sempre più evidente la questione dell’emergenza abitativa. Prima della bolla immobiliare dovuta alla crisi del ’97 si costruivano 25.000 unità abitative a fronte delle 2.000 risultanti dopo la crisi, causando così un aumento dei prezzi insostenibile che ha reso la città invivibile: Hong Kong è, secondo stime Ubs del 2016, la città dove si lavora più ore al giorno.

Mettendo da parte il fattore economico, è innegabile che il governo cinese usi metodi irrispettosi dei diritti di un popolo e non sorprende se i manifestanti sottolineano l’eccessiva violenza; come risposta a ciò però il governo in questo weekend ha raddoppiato le unità di polizia in città, portandole a circa 12.000 uomini. Un altro aspetto critico del governo di Pechino è quello della censura: il sito BBC Cina è bloccato, e le testate giornalistiche spingono la popolazione della cina continentale a credere che i rivoltosi siano in realtà antidemocratici e supportati dagli Stati Uniti d’America. Così come successo ad Ai Weiwei sui motori di ricerca è impossibile cercare parole come ‘Hong Kong, Umbrella, Occupy Central’.

Digging a Han Dynasty hurn, 1997 (fonte Pinterest). Ai Weiwei vuole rappresentare il desederio di rottura con la tradizione

Arte come scultura sociale

Così H. Olbrist definisce il blog e il lavoro di Ai Weiwei, sempre pungente ed estremamente diretto nelle sue provocazioni. Ogni sua esperienza di vita è stata analizzata e riproposta sotto un punto di vista critico tramite Performance (Dropping a Han Dinasty hurn, 1997), installazioni (S.A.C.R.E.D., Souvenir from Shanghai) e sul web prima tramite il suo blog e ora su twitter e Instagram, sui quali pubblica incessantemente riprese degli scontri per testimoniare l’eccessiva violenza della polizia.

Da sempre considerato un artista scomodo al governo , figlio di Ai Quin, poeta a sua volta esiliato,  Ai Weiwei è entrato nel linguaggio quotidiano degli appassionati d’arte da quando dal 1993, tornato in Cina dagli States, si è impegnato costantemente ad esprimere le sue idee nonostante la censura, la demolizione del suo studio da parte del governo (con le quali macerie ha creato l’installazione Souvenir from Shanghai), la chiusura del sul blog e la reclusione per circa tre mesi nel 2011 per presunte cospirazioni in favore di una ‘primavera cinese’. Quest’ultima avventura, avvenuta senza un dichiarato capo d’accusa, si è conclusa con una multa multimilionaria per evasione fiscale (pagata da una colletta spontanea nata sul web) e con l’installazione S.A.C.R.E.D., che vale la partecipazione alla 55° edizione della Biennale d’Arte di Venezia. L’opera testimonia la sua permanenza per 81 giorni in carcere, e in sei scene riprodotte circa a grandezza naturale, l’artista riesce a farci percepire il senso di claustrofobica chiusura dovuto alla costante presenza delle guardie di sorveglianza.

Queste non sono le uniche opere che lo hanno visto in prima linea contro in governo, rendendolo quasi il profeta di questa nuova ondata rivoluzionaria: alcune delle più eloquenti sono quelle create nel 2008 in relazione al sisma che ha colpito il Sichuan, regione a sud della Cina, causando circa 70.000 vittime e incalcolabili danni. L’artista, recandosi sul posto e raccogliendo dalle macerie elementi a lui utili, ha indagato sui criteri di costruzioni di vari edifici scolastici crollati, schiacciando almeno 5.000 studenti, come risulta da un elenco da lui stesso reso pubblico sul suo blog prima che questo venisse oscurato. Da questo nascono le installazioni ‘Rebar and case’, ‘Snake bag’ e ‘Straight’.

Ai Weiwei- Fuck off (fonte Pinterest)

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