Dai fratelli Ryan a Pallante: per Steven Spielberg e Virgilio le giovani vite spezzate sono il lato peggiore dei conflitti.

Quanti saranno i morti che ciascuna nazione compiange periodicamente nell’anniversario di grandi conflitti? Purtroppo molte di queste vite appartenevano ai giovani, stroncati fin troppo presto dal crudele meccanismo della guerra, vera e propria mietitrice di sogni e speranze mai realizzati.
La tragica storia della famiglia Ryan
‘Salvate il soldato Ryan’ è senza ombra di dubbio uno dei più famosi e meglio riusciti film di guerra mai realizzati. Il cast stellare e l’illustre regia, del resto, portano la pellicola a vincere nel 1999 ben 5 premi Oscar, tra cui quello per la miglior regia assegnato a Steven Spielberg. Ambientata nella Francia del 1944 durante l’Operazione Overlord – meglio conosciuta come “sbarco in Normandia” – la storia racconta di una missione di recupero affidata ad un plotone di militari americani. L’obiettivo? Portare al sicuro e rimpatriare il soldato semplice James Francis Ryan (nel film Matt Demon). I suoi fratelli, tutti soldati, sono morti nei diversi teatri di guerra che coinvolgono gli Stati Uniti d’America; per questo il Ministero della Difesa e il Capo di Stato Maggiore Marshall decidono di porre un limite all’enorme contributo che la famiglia ha dato al Paese, riportando a casa almeno l’unico Ryan superstite.

Il film si apre con la famosa scena dell’assalto ad Omaha Beach, il 6 giugno 1944 (il D-Day). Sopravvissuto ai primi sanguinosissimi combattimenti, una volta presa la spiaggia il sergente John Miller (qui interpretato da Tom Hanks) viene designato per portare a termine la missione di salvataggio del soldato Ryan, paracadutatosi al di là delle linee nemiche in Normandia. Riunito un gruppo di soldati affidabili, parte alla sua ricerca, al termine della quale Ryan viene finalmente ritrovato e ingaggia con il plotone un’eroica battaglia contro un più numeroso e armato gruppo di tedeschi. Nel corso di tutta l’operazione, però, a fronte dell’esito positivo del salvataggio, il gruppo di commilitoni giunto in suo soccorso cade progressivamente nelle braccia della morte, dopo aver dato prova di grandissimo coraggio.
La strage descritta da Virgilio
Le guerre e le morti da esse causate, comunque, sono tutt’altro che un fenomeno recente: tutta la storia dell’uomo ne è caratterizzata e tanti sono i giovani caduti in battaglia. I poemi epici della classicità, d’altronde, danno una rappresentazione dei cruenti scontri del passato e delle pratiche ad essi collegate. L’Eneide virgiliana può esserne un esempio. Scritta per nobilitare ulteriormente la genesi del popolo romano – già legata al mito dei gemelli figli di Marte – , l’opera racconta del viaggio compiuto da Enea, fuggito da Troia e giunto dopo un lungo peregrinare sulle coste del Lazio, dove il Fato gli aveva indicato di fondare una nuova città dal roseo futuro.

L’integrazione nella regione, però, non è semplice: dopo aver instaurato buoni rapporti con il re di Laurento, Latino, ottenendo anche la mano della figlia Lavinia, Enea deve far fronte all’inimicizia degli altri popoli italici. Più in particolare è Turno, re dei Rutuli, il primo a rifiutare l’arrivo dello straniero: d’altronde, prima che giungesse, Lavinia gli era stata promessa in sposa, salvo poi essere destinata al troiano in nome del volere divino. Scoppia quindi un sanguinoso conflitto tra le parti, in cui sono moltissimi gli eroi a perdere la vita. Emblematica è però la morte di tantissimi e valorosi giovani: Camilla, Lauso, Eurialo e l’amico Niso, e, soprattutto, Pallante, figlio di Evandro, re degli Arcadi, popolo di origine greca schierato con Enea. La fine del principe arriva quando sulla sua strada si staglia Turno, contro il quale nulla possono la freschezza e l’entusiasmo di un ragazzo. Così l’episodio è descritto da Virgilio:
Qui Turno, a lungo librando l’asta munita di aguzzo
ferro in punta, le getta contro Pallante dicendo:
“Prova a vedere se mai il nostro dardo sia più penetrante”.
Questo ebbe detto; e la cuspide, al colpo vibrante, trapassa
lo scudo al centro, gli strati e strati di ferro e di bronzo,
tante volte fasciati all’intorno da pelle di toro,
e la corazza a difesa e il petto imponente perfora.
Dalla ferita invano egli strappa il tiepido strale:
l’una e medesima strada seguono l’animo e il sangue.
Crolla sulla ferita, risuona su di lui l’armatura,
piomba la bocca cruenta, morendo, alla terra nemica. (Aen., X, 479-489)

La ricerca della “bella morte”
“La guerra è bella anche se fa male”: così scriveva Francesco de Gregori nel suo brano ‘Generale’ e soprattutto nell’ottica del mondo classico, è una frase perfettamente calzante che ci sentiamo di dover citare. Infatti il sacrificio di tanti giovani così ben descritto da Virgilio è in realtà una fine del tutto dignitosa volentieri accettata dagli eroi. Perire sul campo di battaglia costituisce una morte gloriosa che può regalare al guerriero anche la notorietà tra i posteri: questa è la cosiddetta bella morte , auspicata sempre dallo stesso Pallante:
O avrò la gloria oramai di spoglie sovrane, o di morte
nobile: mio padre è pronto all’uno e all’altro degli esiti.
[…] Per le mense ti prego cui, Alcide, straniero giungesti
ospite di mio padre, assisti l’impresa imponente.
In agonia, mi veda strappargli cruente le armi
Turno e i suoi occhi morenti sopportino me vincitore. (Aen., X, 449-450, 460-463)
Nonostante questi propositi, però, Virgilio non può trattenersi dall’esprimere il suo disappunto per quella che di fatto è solo un’inutile strage. Così, nei versi finali dell’opera in cui Enea uccide Turno vendicando Pallante e concludendo la guerra, così scrive:
[…] “Pallante, con questo colpo Pallante
ti sacrifica, e impone la pena al tuo sangue assassino”.
Questo dicendo, gli affonda il ferro diritto nel petto,
fervido. E a lui in un brivido si disciolgon le membra,
e con un gemito fugge, sdegnata, la vita fra le ombre. (Aen. XII, 948-952)

Con l’aggettivo ‘sdegnata’ l’autore esprime tutto il suo dissenso: l’anima è indignata per essere giunta nell’Ade troppo presto, così come per non aver ricevuto da Enea tutta quella pietas a lui sempre attribuita.
Sono ancora tanti i giovani che muoiono
Nonostante portata e frequenza siano drasticamente ridotte, al giorno d’oggi le guerre sono ancora molte e in diverse parti del mondo. Allo stesso modo, sono tante le famiglie falcidiate da lutti, così come accaduto per la famiglia Ryan: sono recenti le immagini giunte, ad esempio, dalla Palestina, dove tantissimi bambini sono coinvolti negli scontri, troppo spesso fino al punto di soccombervi. Il film di Spielberg, di fatto, racconta quasi un tentativo di risarcimento da parte di un’autorità militare nei confronti di una famiglia: tuttavia, anche restituendo solo uno dei quattro fratelli, nulla avrebbe potuto mai riempire il vuoto che la scomparsa degli altri tre aveva creato nel cuore della loro madre. Pertanto auspichiamo che, memori degli errori del passato, chi di dovere si impegni per evitare anche solo che questi giovani partano per i teatri di guerra, rischiando di distruggere le speranze proprie e delle loro famiglie.
