Quanti modi esistono per reagire al dolore? Che sia fisica o mentale, la sofferenza è infatti una grande costante dell’esistenza umana, ed imparare a gestirla è essenziale. Purtroppo, soprattutto nel caso del secondo tipo, riuscire a farlo non è sempre facile. Come superare un lutto, una delusione, una mancanza, una malsana idea di noi stessi? Come superare la solitudine improvvisa?

Esistono diversi atteggiamenti che l’uomo prende in considerazione, anche a seconda del proprio carattere. Solitamente le reazioni più comuni sono due: il reagire, più o meno lentamente, o il lasciarsi andare, più o meno drasticamente. Seguire la prima opzione non è sempre semplice. È troppo soggettiva, complicata e necessita forte impegno. Ci sono infatti molti e differenti modi di reagire. Come capire quale è quello migliore per noi?

Giacomo Leopardi è uno dei primi poeti che ci arriva alla mente quando si parla di fronteggiare la sofferenza. Ma non è l’unico che ha qualcosa da insegnare

Fortunatamente la letteratura insegna. Si può sempre trovare conforto nelle pagine, comprendere che nessuno è mai veramente solo. O anche solo prendere spunto da uno dei molti modi di approcciarsi al dolore. La letteratura, di qualunque genere sia, nasce proprio come insegnamento ancora prima di evasione. La morale è quasi sempre celata tra le parole di inchiostro; una spinta a riflettere (o ad agire) più o meno esplicita. Ed essendo la letteratura uno specchio, anche deformante, della realtà, non può certamente esimersi dal trattare proprio quegli argomenti più difficili da sopportare per l’uomo. Proprio per questo è un continuo ragionamento sul dolore umano.

 

How to: una guida secondo One Piece, tra determinazione…

Non bisogna andare con la mente per forza solo a Leopardi, se si parla di come reagire al dolore. Esempi validi si ritrovano anche in una letteratura di altre zone e di altro tempo, come nel manga One Piece. I personaggi di Eiichirō Oda sono stratificati e non comuni; tutti sono protagonisti di storie difficili, dove hanno dovuto lottare ognuno contro un dolore diverso

Si pensi anche solo ai primissimi episodi, dove si fa la conoscenza di Roronoa Zoro, Usop e Kaya. Tutti e tre sono esempi di modalità differenti di avere a che fare con la sofferenza, e sono in grado di insegnare qualcosa al lettore. Zoro subisce la perdita di un’amica, Kuina, con la quale condivideva un sogno, una passione ed una sfida. Entrambi appassionati dell’arte della spada, da bambini si allenavano avendo entrambi l’obiettivo di diventare ‘il/la migliore spadaccino/a del mondo’.

Zoro si rifugia nel suo sogno più grande, rendendo la sua esistenza un continuo elogio all’amica ed insieme una costante celebrazione della vita stessa

Kuina però un giorno ha un incidente e muore. Per confrontarsi con il lutto, Zoro reagisce con fermezza e determinazione, ripromettendosi di diventare il migliore anche per l’amica, così da renderla immortale almeno nella memoria. La strategia di Zoro è quella di perseguire un sogno, davanti ad ogni ostacolo. Si rifugia nell’impegno, si concentra su un obiettivo preciso. Il lettore impara così un modo di reagire alla sofferenza: la determinazione, il grande potere di concentrarsi su ciò che ci rende soddisfatti di noi stessi.

 

…e negazione

Diversamente si comporta Usop, che alla morte della madre si nasconde nella negazione. Lasciato solo dal padre che era partito con una ciurma di pirati, al piccolo Usop rimane solo la mamma, che non smette di lodargli la figura del marito-pirata, anche in punto di morte. Per renderla felice, così, Usop inizia a correre ogni mattino per le vie del villaggio urlando ‘Sono arrivati i pirati!’, di modo da dare una speranza alla madre di rivedere per l’ultima volta il suo amato. Quando però per lei non rimane nulla da fare, Usop continua per tutta la vita a lanciare le stesse urla ogni mattina, mentendo costantemente a tutti gli abitanti. Chi legge si rende conto che esiste anche la possibilità della negazione quando si tratta di dolore; oltre che di immersione in una routine sicura e, almeno quella, apparentemente stabile.

Trovare riparo nella menzogna, per non accettare un male troppo forte. Crearsi una realtà parallela, o semplicemente continuare incessantemente con la stessa abitudine che ci aveva dato sicurezza un tempo quando ancora il dolore non c’era. Anche così le persone tendono a reagire, anche se non è sempre un bene. Per tutti però arriva il momento di fronteggiare la realtà e ci si rende conto che talvolta osare è più utile che rimanere al sicuro tra delle mura conosciute.

Usop e Kaya sono l’esempio che nessuno è mai solo davanti al dolore, e che prima o poi, tutti sono costretti a fronteggiarlo

Oltre a Usop, questo accade a Kaya. Anche la ragazza ha dovuto fronteggiare un pesante lutto: la perdita di entrambi i genitori. Rimasta orfana e sola in una villa troppo grande per lei, l’unica reazione che mette in pratica è quella di non reagire. Infatti, si ammala gravemente. Non accetta la prematura dipartita dei genitori e si lascia andare al dolore, che la accompagna costantemente. Rimane così passiva al male, abbandonandosi ad esso. Ci mette poco il lettore a comprendere come quello sia un atteggiamento da evitare.

In primis, grazie alla figura di Usop, che racconta delle storie alla ragazza. Ci si rende conto, così, che non si è mai davvero soli e che lasciarsi andare è solo controproducente. In secondo luogo, poco dopo si vede come anche Kaya viene costretta a fronteggiare le sue fragilità, mettendosi in gioco per salvare Usop stesso e il suo villaggio. Da queste due storie si evince come l’evitare il dolore non serva, perché prima o poi ognuno è costretto a trovarselo davanti ancora. Sfuggirgli è impossibile, ma combatterlo no.

 

How to: Montale e l’arte 

Un altro esempio di reazione alla sofferenza ci viene dato da Eugenio Montale. Anch’esso costretto a sopravvivere ad una persona cara, trasforma il suo dolore in arte. Dona così al mondo ‘Ho sceso dandoti il braccio’, uno dei suoi più celebri ed amati componimenti. Una dedica alla moglie scomparsa, un grido di amore che ormai lei non potrà più sentire.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Nel suo stile semplice, Montale esalta la quotidianità, accostando oggetti comuni e apparentemente semplici e creando con essi un sentimento di vuoto e disorientamento. Con questi versi siamo in grado di comprendere l’enorme sofferenza del poeta, che non ha perso solo una moglie, ma anche una guida ed una compagna di esperienze. Senza di lei, dopo ogni gradino sembra di cadere in un abisso senza fine, nero ed intricato.

Eugenio Montale sceglie di reagire rendendo bellissimo ed immortale il ricordo della moglie, trasformandola in arte

Il lettore riesce a percepire l’enorme dolore dell’autore, a farlo suo, ma impara anche come reagire ad esso. Da questi versi infatti non fuoriesce soltanto un sentimento di perdita, ma anche un tentativo di convivere con questo tremendo vuoto. Montale rende esplicito il consiglio ‘fare del proprio dolore arte’. Trasforma il suo tormento in poesia, reagendo così alla perdita. Non vanifica in questo modo la figura dell’amata moglie, ma la eleva, dando a lei gloria eterna e a lui un nuovo modo per ricordarla per sempre.

 

La letteratura, come si è visto, offre quindi numerosi spunti: dalla determinazione, alla negazione, alla consapevolezza che fuggire non serve e al rendere degno ogni momento che la vita offre. Insomma, è un continuo suggerire di reagire, di far sentire la propria voce, di non abbattersi ma di combattere, sempre. Ed è anche un continuo ricordo che nessuno è mai davvero solo davanti al dolore.

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