Era il 13 giugno 1986 quando, a Stirling City, nel Canada, scomparvero 14 bambini dal parco giochi cittadino. La polizia si attivò immediatamente, cercandoli senza sosta. Ma nonostante ciò le ricerche non diedero alcun risultato. A rafforzare il sentimento di paura ed ansia che pervadeva la comunità fu un gigantesco incendio pochi giorni dopo la scomparsa. Furono completamente distrutti gli uffici in cui erano conservate le poche prove del caso. Vennero recuperate solo 2 foto, scattate quel giorno maledetto da una donna, Mary Thomas, che in seguito ad ulteriori ricerche risultò essere scomparsa. Tuttavia, una delle immagini salvate dalle fiamme ha fatto in questi anni il giro del mondo. È solo un particolare, ma basta per gettare una luce inquietante sullo misteriosa scomparsa di Stirling City.

Fonte: Creepypasta Italia Wiki

Lo avete visto anche voi. Quella figura alta, allampanata, vestita di nero, circondata dai bambini che non saranno più ritrovati. E i più attenti di voi avranno notato ciò che esce dalla sua schiena, quelli che a prima vista possono sembrare tentacoli, sottili e filamentosi o che il suo volto non ha lineamenti, è bianco come un cadavere. Venne presto battezzato Slender Man, quando i suoi avvistamenti iniziarono a moltiplicarsi, mentre circolavano in rete sempre più foto che ne catturavano la sagoma inquietante. Quella però scattata al parco di Stirling City fu senza dubbio la prima. Quella su l’inizio della leggenda dell’uomo smilzo. Quella, come tutte le altre, è un fotomontaggio. Venne postata da un ragazzo, Eric Knudsen, il 10 giugno 2009 sul sito Something Awful per un contest, dove i partecipanti condividevano i fotomontaggi più inquietanti a tema paranormale. Ad essa si accompagnava inoltre la leggenda della creatura, ovvero di un essere dalle fattezze umane, ma dal volto pallido, privo di occhi, naso e bocca, con lunghi tentacoli neri che emergevano dalla schiena, invisibile ai più anche se mai nascosto, di cui potevi solo percepire l’inquietante presenza, che rapiva bambini e bambine, portandoli con sé nessuno sa dove. Un moderno babau, o boogyeman, come dicono all’estero. L’aspetto più interessante della vicenda di Slender Man non è però tanto la nascita dell’ennesima creatura mostruosa che rapisce i bambini, ma il gigantesco fenomeno culturale che si è creato in rete, la diffusione virale della leggenda intorno al personaggio. Già pochi giorni dopo la pubblicazione della foto venne pubblicata su Youtube la prima web-series riguardante la creatura di Knudsen, intitolata “Marble Hornets“, che riscosse in America pareri molto favorevoli. Era questione di tempo prima che il mostro in smoking allungasse i propri tentacoli verso altre grandi piattaforme, come 4Chan o CreepyPasta Wiki.

Fonte: Marble Hornets

Una spiegazione interessante  è stata data da Abigail Curlew, dottoranda alla Carleton University, in Canada, che, per questo scopo, ricorre ai concetti di “leggenda“, “sorveglianza” e “controllo sociale. Il primo ha un significato preciso: un racconto di un evento, avvenuto in un momento e in un luogo determinato, fatto da una narratore, che ne mantiene costante un nucleo fondamentale, a degli ascoltatori, che successivamente modificheranno vari elementi, in un processo collettivo interattivo di creazione e trasmissione. Tra le principali funzioni delle leggende si trova la rappresentazione delle paure e delle ansie dominanti della generazione in cui si diffondono. Iniziamo così ad avvicinarsi ai motivi che legano strettamente Slender Man alla Rete. Con la rivoluzione generata dalla crescente facilità di accesso ad Internet le leggende hanno trovato, soprattutto nei forum e poi nei social network, un nuovo modo di diffondersi, ben più capillare. A partire dal 2009 si sono moltiplicate le discussioni in cui gli utenti raccontavano le proprie esperienze, o quelle che avevano riguardato amici intimi, che avevano coinvolto Slender Man, creando così un elaborato gioco di rimandi e collegamenti tra i diversi forum e soprattutto con luoghi reali, che venivano di volta in volta visitati dagli appassionati. Il confine tra reale e virtuale è sfumato progressivamente, tanto che si può definire la leggenda di questo personaggio come ibrida, poiché ha autonomia sia fuori che dentro Internet.

Gli altri 2 concetti usati dalla Curlew, ovvero “sorveglianza” e “controllo sociale”, riguardano specificatamente la dimensione virtuale del fenomeno di Slender Man, a cui si unisce la succitata paura generazionale in un dato periodo. Osservate le foto presentate finora: la creatura rimane sempre sullo sfondo, nascosta, ma  per qualche motivo potremmo affermare con certezza che stia osservando le figure in primo piano anche se non ha occhi per farlo. Lo percepiamo, sappiamo che è lì, che qualcosa non va, ma non ci giriamo per controllare. Questo costante scrutare è stato paragonato dalla Curlew alla società della sorveglianza, dove però i nostri osservatori non sono esseri tentacolari, ma molto più banalmente i nostri smartphones e i nostri computers. Non diciamo nulla di nuovo quando parliamo della costante raccolta di dati che ogni motore di ricerca o sito fa durante la nostra navigazione. Vengono raccolti dati di qualsiasi genere, dai gusti alla posizione attuale, dal nome allo schieramento politico. Tutti i nostri apparecchi diventano sempre più sofisticati e allo stesso tempo più complessi, così come gli strumenti di raccolta dati, tanto che il loro funzionamento risulterà estremamente difficile da capire per chiunque non sia esperto del settore. Questo fenomeno è chiamato in sociologia blackboxing: sappiamo quali sono gli imput e gli output del sistema, ma il processo che dall’uno porta all’altro rimane ignoto. Da ciò consegue la sorveglianza immaginaria: non vediamo il nostro controllare, ma sappiamo che esiste, lo percepiamo e ci comportiamo in accordo a tale percezione. Nel 1791 Jeremy Bentham ideò un particolare tipo di prigione, il panopticon. Era una struttura circolare, con le celle disposte lungo la circonferenza, con al centro una torre di guardia che ospitava il sorvegliante, invisibile però ad un osservatore esterno. Bentham riteneva che i carcerati, non sapendo quando sarebbero stati osservati, si sarebbero comportati come se lo fossero sempre stati.

Fonte: Wikipedia

Slender Man agisce quindi nello stesso modo: non lo vediamo ma sappiamo che ci sta osservando e questa consapevolezza altera il nostro comportamento, fino, come raccontano nei forum, alla pazzia e alla paranoia. Questo conduce al secondo concetto, il controllo sociale, ovvero la facoltà di plasmare il comportamento degli agenti sociali per renderlo conforme a varie norme. Se il controllo sociale è una delle teorie principali nella sociologia e nel vivere comunitario, è ugualmente vero che si applica anche ad Internet, non più terra di nessuno, luogo dove poter essere liberi da ogni controllo. Anzi, forse è proprio lì che ci dimostriamo più vulnerabili. Gran parte dello spazio della Rete è sotto il controllo di governi, multinazionali e associazioni non governative, che impongono rapporti di forza diseguali. Tutti generalmente sono mossi da un unico fine: la raccolta dei dati in vista di una monetizzazione. Come dicevamo prima, anche in questo caso assistiamo ad una progressiva integrazione di queste relazioni asimmetriche nelle interazioni quotidiane con i siti: i banner pubblicitari diventano meno invadenti, più mirati, ricorrendo a strategie come il vanishing, dove si integrano con il contenuto cercato dall’utente, o il semplice ma pur sempre efficace clickbait. Tutto ciò, nelle leggenda dello Slender Man, è rappresentato dai Proxy, persone prive di volontà, controllate direttamente dal mostro.

Fonte: cultura.biografieonline.it

Per concludere, Slender Man è allora il prodotto di una crescente ansia tecnologica, nata in una società che più di ogni altra deve comprendere, analizzare e fronteggiare le derive che la sorveglianza e il controllo sociale possono generare.

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