Sindrome di Stoccolma: può nascere amore tra sequestratore e sequestrato?

La sindrome di Stoccolma è quel meccanismo misterioso che può instaurarsi tra sequestratore e sequestrato e trasformarsi quasi in amore.

La sindrome viene descritta magistralmente nel film “La rapina di Stoccolma” di Robert Burdreau, che si ispira all’omonimo fatto di cronaca del 1973, il quale permetterà di coniare il termine con cui si indica la condizione psicologica stessa.

La rapina a Stoccolma

Stoccolma, 1973: un uomo vestito da Capitan America in Easy Rider estrae un mitragliatore nella Kreditbank, ma i suoi scopi non sono chiari; sembra quasi la rapina sia una sorta di copertura. Tra lui e uno dei suoi ostaggi, Bianca, si sviluppa a poco a poco una mutua comprensione, come tra due animali in gabbia. 

Sorprendentemente il fatto di cronaca che viene trasposto cinematograficamente da Robert Budreau; in cui il punto centrale ovviamente non riguarda l’attendibilità storica della rapina, ma la ragione per cui questa viene messa da parte: la “sindrome di Stoccolma”, che prende il nome proprio dal fatto di cronaca. 

Un fenomeno già di suo opinabile, dai confini labili e oggetto di eterni dibattiti, finisce per stridere con la verosimiglianza di una storia che ci viene raccontata come “assurda ma vera”. Dove un regista visionario sarebbe stimolato ad approfondire il meccanismo misterioso e invisibile che finisce per instaurarsi tra predatore e preda, in un microcosmo avulso dal proprio tempo e dal proprio spazio come quello della Kreditbank, Budreau confida in ellissi che lasciano più di un dubbio sulla loro completa volontarietà.

Cos’è la Sindrome di Stoccolma

La Sindrome di Stoccolma è il nome della particolare condizione psicologica che induce le vittime di un rapimento a provare simpatia verso i loro sequestratori.

Le cause non sono chiare, ma studi sull’argomento, hanno tuttavia evidenziato che in tutti i casi persistevano 4 situazioni:

  • Sviluppo, da parte dell’ostaggio, di sentimenti positivi nei confronti del sequestratore;
  • Nessuna precedente relazione tra ostaggio e rapitore;
  • Sviluppo, da parte dell’ostaggio, di sentimenti negativi nei confronti delle autorità governative preposte al salvataggio;
  • Fiducia dell’ostaggio nell’umanità di chi lo sequestra.

Il sequestrato che sviluppa la sindrome di Stoccolma esibisce dei comportamenti del tutto singolari, tra cui per esempio: provare simpatia, attaccamento o altri sentimenti simili nei confronti del suo rapitore; rifiutarsi di scappare, pur avendone la possibilità; rifiutarsi di collaborare con  la polizia; tentare di compiacere il rapitore; difendere l’operato del sequestratore; rifiutarsi di testimoniare contro il rapitore.

La sindrome di Stoccolma rappresenta un paradosso del comportamento umano: l’ostaggio che ne è interessato, infatti, avverte simpatia, comprensione, empatia, fiducia, attaccamento e talvolta perfino amore nei confronti del suo rapitore, quando invece sarebbe più logico che provasse, alla luce del maltrattamento subìto, sentimenti come odio, avversione, antipatia o volontà di non assoggettarsi.

La sindrome non rientra tra le malattie psichiatriche e non richiede alcuna terapia specifica. Sebbene gli esperti la descrivano come una condizione psicologica, essa non presenta i requisiti indispensabili per rientrare nei manuali di psichiatria e nemmeno in una classificazione psichiatrica relativa alle malattie mentali: la critica alla sindrome di Stoccolma come patologia psichiatrica proviene dalla mancanza di studi scientifici sull’argomento e dal fatto che sentimenti come affetto o simpatia non possono ritenersi, anche se provati nei confronti di un rapitore, i sintomi un malessere psichico.

Durante la stesura della V e ultima edizione del DSM (il più importante manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), la comunità psichiatrica coinvolta in quest’opera aveva preso in considerazione la possibilità di inserire la sindrome di Stoccolma in una sezione particolare del libro, ma ha poi optato per escluderla come in tutte le precedenti edizioni.

Le cause ed i sintomi

Gli esperti descrivono la sindrome di Stoccolma come un esempio di legame traumatico; per definizione, i legami traumatici sono i legami fra due persone, in cui una di queste gode di una posizione di potere nei confronti dell’altra, la quale diviene vittima di atteggiamenti aggressivi e di altri tipi di violenza.

La precisa causa della sindrome di Stoccolma non è chiara.

Studi sull’argomento, tuttavia, hanno evidenziato che in tutti i casi di sindrome di Stoccolma ricorrevano 4 situazioni, definite, col senno di poi, “determinanti” per la nascita nell’ostaggio di una simpatia.

I sentimenti positivi che contribuiscono allo sviluppo della sindrome di Stoccolma sono generalmente la conseguenza di atti di gentilezza da parte del sequestratore nei confronti dell’ostaggio (es: garantire il cibo, lasciare la possibilità di usare i servizi igienici ecc.) e sono dunque espressione di riconoscenza nei confronti di un favore ricevuto. Da studi sul comportamento umano è emerso che, nel corso di un rapimento, le cortesie, gli atti di gentilezza e i favori provenienti dall’aggressore possono avere un impatto sulla psiche dell’ostaggio, tale da indurre quest’ultimo a sorvolare sulla sua condizione di vittima e sul fatto che qualcuno lo stia privando della sua libertà. 

All’origine dei sentimenti negativi che l’ostaggio elabora nei confronti del salvatore c’è la condivisione con il sequestratore di una situazione di isolamento dal mondo esterno. In altre parole, a scatenare nell’ostaggio avversione nei confronti di chi ha l’incarico di salvarlo è il trovarsi isolato dall’ambiente esterno, nello luogo del rapitore. I sentimenti negativi nei confronti dei salvatori avvicinano l’ostaggio al sequestratore così tanto, che spesso la vittima finisce per aiutare, in caso di bisogno, il suo rapitore.

In una fase più avanzata del sequestro, quando già si è creato un certo grado di simpatia/attaccamento, ad alimentare nell’ostaggio l’avversione nei confronti del salvatore è la paura che quest’ultimo possa far del male al sequestratore. Ciò che porta l’ostaggio a credere nell’umanità del suo sequestratore non è tanto da ricercarsi nel comportamento di quest’ultimo, quanto piuttosto nei gesti di violenza che potrebbe commettere ma che di fatto non commette. L’ostaggio ritiene che il rapitore sia dotato di umanità, perché questo non gli riserva un trattamento violento o gli riserva un trattamento meno violento di quanto in realtà potrebbe.

Secondo gli esperti, un’importante situazione favorente (ma non indispensabile) lo sviluppo della sindrome di Stoccolma sarebbe la durata prolungata del sequestro. Un sequestro prolungato, infatti, farebbe sì che l’ostaggio conosca più a fondo il suo sequestratore, entri in confidenza con quest’ultimo, fortifichi la simpatia e l’attaccamento nei suoi confronti, cominci a sentirsi dipendente da lui per quanto concerne il cibo e le altre necessità quotidiane, si senta riconoscente per il fatto di non avergli fatto più del male o avergli risparmiato la vita.

Chi è più a rischio?

La sindrome di Stoccolma è più frequente nelle donne, nei bambini, nelle persone particolarmente devote a un certo culto, nei prigionieri di guerra e nei prigionieri dei campi di concentramento.

Secondo l’FBI – il famoso ente investigativo di polizia federale degli Stati Uniti d’America – l’8% circa dei casi di sequestro di persona è caratterizzato dal fenomeno della sindrome di Stoccolma.

Temendo la sindrome di Stoccolma (un rapporto troppo confidenziale tra ostaggio ed esecutore del rapimento può portare al fallimento dell’intero piano), gli organizzatori di sequestri e rapine raccomandano a coloro che agisce per conto loro di avere sempre un atteggiamento rude e violento, e pianificano ricambio continuo degli uomini al loro servizio, in maniera tale che l’ostaggio non abbia modo e tempo di stabilire un rapporto con un solo sequestratore.

 

 

 

 

 

 

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