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Siamo tutti un po’ Edipo: storie di complessi, destino e profezie

Siamo tutti un po’ Edipo: storie di complessi, destino e profezie

Prima che nella vostra testa inizino a balenare pensieri strani, tranquillizzatevi: nessuno – a parte forse il buon vecchio Freud – sta insinuando che siate inconsciamente attratti da uno dei vostri genitori. Sia che si tratti del 2018 o del V secolo a.C., è innegabile che il gossip amoroso faccia decisamente più scalpore di qualsiasi altra vicenda personale, tanto che ad essere vittima di questa frecciatina mediatica è stato addirittura lo sventurato eroe Edipo. Grazie alla notorietà regalatagli dal più famoso tra gli psicanalisti ora tutti lo ricordano infatti come il protagonista dell’imbarazzante complesso psicologico secondo cui un bambino prova pulsioni sessuali verso la madre, ma quasi nessuno sa che questo intimo episodio della vita di Edipo rappresenta solo la punta di un enorme e sommerso iceberg che – spiccato amore materno a parte – lo rende uno dei personaggi epici più complessi e profondi della tradizione drammaturgica greco-romana.

Edipo
La tragedia di Edipo, credit: naturopatafacile.it

Fin dal suo primo vagito, il povero Edipo non si può certo definire baciato dalla fortuna. A causa del mancato istinto paterno da parte di re Laio – non del tutto ingiustificato, dato che la profezia dell’oracolo di Delfi aveva annunciato che suo figlio avrebbe “ucciso il sangue del suo sangue” e si sarebbe “unito a colei che lo aveva generato” – il neonato fu abbandonato alle pendici del monte Citerone, dove un pastore corinzio lo trovò e decise di adottarlo.

Μηδὲν ἄγαν (“Nulla di troppo”): Edipo e l’ineluttabilità del destino

A differenza però di quanto si potrebbe immaginare, il vero nemico di Edipo non è il padre, bensì il destino. Totalmente ignaro delle sue vere origini ma assillato dal dubbio di essere stato adottato, un giorno Edipo si recò dall’oracolo di Delfi per chiedere informazioni a riguardo. Il responso che ottenne fu uno e uno solo: “sei destinato a mescolarti in amore con tua madre, ad aver da lei prole nefanda e ad uccidere tuo padre”. Terrorizzato dalla profezia e deciso ad eluderla, Edipo decise così di abbandonare Corinto e i suoi genitori (adottivi), senza sapere che in quel modo stava invece andando incontro al proprio sciagurato destino.

Non a caso, la colonna portante di tutto l’Edipo sofocleo è proprio il tema del destino che, nella tradizione greca, rappresenta il contrappeso alla libertà umana: secondo la visione pessimistica degli ellenici, l’incondizionata accettazione del proprio fato è ciò che conduce l’uomo alla vera felicità (intesa come liberazione da una sorte il cui peso altrimenti lo schiaccerebbe) mentre, al contrario, la ‘Dike‘ (Giustizia) punisce coloro che osano oltrepassare i limiti imposti dal loro imperscrutabile destino.
Ma Edipo – volontariamente o forse inconsciamente – ignora questo comando e, non solo decide di opporsi alla sua sorte, ma lo fa con lo strumento più potente di cui gli uomini dispongono: la conoscenza, che nel suo caso si rivelerà portatrice di un dolore smisurato.

Γένοιο οἷος εἷ (“Diventa ciò che sei!”): il primo compimento della profezia

La prima parte della predizione si concretizza lungo il tragitto verso la città di Tebe, verso cui Edipo si spinge inconsapevolmente. Sulla strada per la metropoli antica, l’eroe inizia infatti un alterco dai toni sempre più accesi con alcuni viaggiatori, che degenera terminando con l’uccisione di un vecchio per mano dello stesso Edipo. Solo successivamente egli scoprirà che quello che apparentemente gli era sembrato un estraneo, in realtà era suo padre, Laio.
Analizzando questo evento, possiamo notare come il personaggio del protagonista si dimostri fin da subito l’incarnazione del concetto freudiano di “pulsione” (trieb), posta al crocevia tra natura e cultura, tra il somatico e lo psichico, tra l’istinto (innato) e l’ambiente (acquisito). Durante lo scontro tra Edipo e lo “sconosciuto” non viene infatti seguito nessun copione che rifletta una qualche indole cavalleresca. L’anziano re adornato da fregi regali viene infatti massacrato brutalmente dal giovane, che in quest’occasione mette in luce una delle tante ombre dell’essere umano: l’incapacità della nostra razionalità di ripudiare, almeno a livello inconscio e psicologico, quella ferocia primitiva e brutalità animalesca codificate nella nostra apparentemente evoluta civiltà.

Edipo
Edipo e Laio, credit: vociantiche.wordpress.com

Ἄνθρωπος μικρὸς κόσμος (“L’uomo è un microcosmo”): il tentativo di accecare la verità

Qual è quell’animale che al mattino va su quattro gambe, a mezzogiorno su due e la sera su tre?”. La risposta esatta a questo enigma – proposto dalla Sfinge, creatura mitologica che attanagliava i tebani – permise ad Edipo di conquistare la mano della regina Giocasta, dato che il re, suo marito, era “misteriosamente” morto in un combattimento lungo la strada verso Tebe.
Dopo un lungo periodo di pace però nel regno scoppiò una terribile pestilenza che decimò rapidamente gran parte della popolazione. Ancora una volta la soluzione venne affidata alle profezie di un indovino, Tiresia, che scrutando i segni divini del destino si espresse in linguaggio enigmatico, mettendo in crisi la razionalità indagatrice di Edipo: a detta dell’oracolo “la pestilenza sarebbe cessata solo quando la morte di Laio fosse stata vendicata e il suo assassino punito”.
Da quel giorno in poi la ricerca ossessiva della risposta alla domanda del suo destino, porterà Edipo a scavare tra i segreti del suo passato, sin dalla sua infanzia a Corinto, fino a quando proprio un messaggero corinzio non gli svelerà della sua adozione, aprendo davanti ai suoi occhi il baratro della verità.

Edipo
Edipo e la Sfinge, credit: museivaticani.va

La consapevolezza dell’attuazione della profezia dalla quale aveva tentato di scappare per tutta la vita si rivelerà devastante non solo per Edipo, ma anche per la madre-moglie Giocasta: la regina, incapace di sopportare il dolore e la vergogna, si impiccherà mentre Edipo, in preda alla disperazione, si accecherà trafiggendosi furiosamente le orbite degli occhi con la fibbia della veste di lei, per poi condannare sé stesso ad un esilio forzato lontano da Tebe.
L’auto-accecamento di Edipo è un gesto fondamentale per capire fino in fondo il suo animo. Dopo la rivelazione di Tiresia ha perso il suo regno, sua moglie, sua madre e la sua stessa identità: la scelta più comprensibile sarebbe stata la medesima compiuta da Giocasta, ovvero il togliersi la vita. Ma perché Edipo non lo fa?
Il protagonista si acceca perché il suo intento non è quello di rinunciare fisicamente alla vita, ma di rifuggire quella che sta vivendo: il rifiuto definitivo di vedere si traduce così nel desiderio di accecare lo sguardo interiore, di estirpare il suo senso di colpa piuttosto che sublimarlo. Edipo si rende conto di essere stato cieco per tutta la sua vita e – deciso ancora una volta a non inchinarsi al suo destino – compie il primo vero atto volontario di tutta la vicenda, ovvero quello di rinunciare alla vista. Ed è proprio qui che, paradossalmente, l’eroe riscatta sé stesso.

Ἄλφα καὶ ὦ (“Alfa e omega”): l’uomo contro la natura

Edipo è in un certo senso l’eroe dell’ambiguità: da un lato casto e giusto, dall’altro parricida e incestuoso. Inizialmente benedizione per il proprio paese, e subito dopo peste e sciagura. Infinitamente combattuto tra la strada che desidera prendere e quella a lui destinata, ecco che se prima viene riconosciuto e trionfa, immediatamente dopo riconoscendosi si perde.
Conosci te stesso” – ovvero il messaggio inciso sull’entrata del tempio di Apollo, a Delfi – è posizionato in modo da essere letto ancora prima di accedere alla struttura. E questo non è per nulla casuale: ci dimostra che in un mondo come quello di Edipo di continue domande – dell’oracolo, della Sfinge e anche dell’indovino Tiresia – la vera conoscenza di sé si costruisce ancora prima di avere le risposte. Invece di “conoscere sé stessi” la vera sfida, come ci insegna il più sfortunato tra gli eroi greco-romani, è quella di “scegliere chi si vuole essere”, con gli occhi fissi sulla meta fin quando – come disse Tiresia – arriverà il fatidico giorno “che ci darà la vita e allo stesso tempo ci distruggerà”.
Oppure, al contrario, possiamo rimandare questa scelta, concentrarci esclusivamente su chi siamo ora e scegliere di non entrare in quel tempio, non sapere cosa ci aspetta e gioire del fatto che, come uomini, l’unica certezza riguardante noi stessi è la consapevolezza che non ci conosceremo mai abbastanza.

Spoiler: la risposta all’enigma della Sfinge è “l’uomo”.

Francesca Amato

 

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