Il mio nome è Jordan Belfort. Non il suo. Il mio. Esatto. Sono un ex membro della classe media cresciuto da due ragionieri in un piccolo appartamento di Bayside, a Queens. L’anno in cui ho compiuto ventisei anni, a capo della mia ditta di brokeraggio, ho guadagnato quarantanove milioni di dollari, il che mi ha fatto incazzare perché con altri tre arrivavo a un milione a settimana.

È obiettivo largamente diffuso uscire dalla condizione del ceto medio. Anzi è lo stesso ceto medio come condizione che spinge le persone verso l’aspirazione di ricchezza. In sociologia la classe media che costituisce la colonna portante della società contemporanea in Occidente, è definitiva come il ripudio al proletariato dunque ad una condizione economica caratterizzata dalla sussistenza, per l’aspirazione all’alta borghesia. Tanto basta per non preoccuparsi dell’affitto o per il mantenimento della famiglia e perché no anche per una buona università privata dei figli. Non è aspirazione ai miliardi, ma ad una stabilità solida e incorruttibile. 

Il simbolo della finanza

La finanza può simboleggiare la strada verso tutto questo o quantomeno come microcosmo riflette i caratteri dell’agire comune. Il film però sembra suggerirci un altro messaggio: l’avidità, la frode sia a discapito degli azionisti che dello Stato, l’illegalità e lo smodato desiderio di ricchezze fine in sé stesse. Pura immoralità, ma è solo questo? Potremmo affermare che tutto ciò è l’effetto, non la causa. La genesi è la spinta all’autoaffermazione unita allo studio della materia. È analogo a un laureato di economia che vuole gestire una grande impresa e per farlo deve primeggiare sugli altri o come il lavoratore autonomo che desidera avere successo con la propria attività, magari evadendo le tasse. È l’idea della ricerca della felicità; in termini contemporanei la ricerca di ricchezza, stabilità e realizzazione tramite il lavoro. Tutto finalizzato all’affermazione sociale, allo scontro tra l’io e il mondo.

Le abilità

Bisogna essere capaci di vendere e di saperi vendersi. È una abilità che pochi imparano con lo studio, una capacità che dev’essere allenata e la può accrescere il Lord di Cambridge come lo spacciatore sotto casa. Infatti, nel film il protagonista ingaggia spacciatori per l’inizio della sua attività finanziaria, chiamandoli broker.

La prima cosa che ci servivano erano i broker, gente con esperienza di vendita, così reclutai qualche ragazzo del mio quartiere. La Lontra, che vendeva carne e erba. Chester, che vendeva pneumatici e erba. E Robbie, che vendeva tutto quello su cui mettere le mani, soprattutto erba!

L’avidità

Non importa la provenienza del venditore, ma la retorica, l’esercizio e l’esperienza. Ci dovremmo però chiedere se i venditori riescono a convincere il cliente perché esperti della comunicazione o perché siano infallibili manipolatori, veri criminali della retorica. Essenzialmente no. Perché anche i clienti sono mossi dallo stesso stimolo dei venditori: l’avidità. Pure loro intravedendo una possibilità per uscire dalla propria condizione, accettano di tutto, pronti a fare qualsiasi cosa: investire i risparmi di famiglia, rinunciare all’anello per la moglie, indebitarsi perché sicuri dell’infallibilità della propria capacità di scelta e di giudizio.

Potremmo dunque affermare che l’avidità alla base della finanza come anche della vita, in rapporto alla condizione socio – economica degli individui in quanto appartenenti alla società, spinge l’individuo a scelte, atteggiamenti, esperienze che possiamo definire immorali ma che l’interessato vedrebbe come mere opportunità. L’avidità  così tratteggiata risulta essere alla base per ogni forma di aspirazione nel lavoro, nella vita e nella socialità direttamente e indirettamente, consciamente e inconsciamente.

Non è forse avido di sapere il filosofo? d’amore l’amante? di competenze il cadetto? Siamo forse tutti avidi di vivere? E cosa più importante non sono importanti i soldi in sé, ma la competizione. È giocare la partita e vincere.

Mi ascoltate? È più facile di quanto pensiate. Ogni persona che avete al telefono, vuole diventare ricca, e ci vuole diventare alla svelta: vogliono qualcosa per niente

Tutti al centro di tutto

Ruota tutto sull’egocentrismo insito in noi. Esso risiede nella nostra personalità d’essere umano nel rapporto tra il nostro io e gli altri, nonché con il mondo esterno istituzionalizzato e naturale. In ogni caso cerchiamo di prevaricare. Ciò che può tradire nell’opera cinematografica è che nella finanza ogni cosa viene amplificata, soprattutto la competizione. Uno scontro continuo e circolare che porta all’implosione: l’alto stress nelle trattazioni di vendita, fatte in pochissimo tempo e in relazione a mille variabili esterne improvvise, portano infatti squilibrio psichico. Grandi tensioni che spingono all’assuefazione di sostanze stupefacenti e psicotrope come la cocaina. Non è forse un’immagine della nostra contemporaneità? Quanti di voi fanno uso di ansiolitici o pensano di averne bisogno?

A questo punto non ci resta che scegliere se essere volpi o pecore. Nonostante il finale del film possa far pensare ad altro o quasi.

Ho venduto tutti e in cambio ho avuto tre anni. Come aveva detto mio padre: tutti i nodi vengono al pettine, qualsiasi cosa volesse dire (…) ero assolutamente terrorizzato, ma non avrei dovuto. Per un fuggevole minuto avevo dimenticato di essere ricco e di vivere in un posto dove tutto era in vendita. Non vorreste imparare a vendere?

Simone Pederzolli

 

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