fbpx
Siamo complessi individui o stereotipi? “Divergent” si confronta con l’Atellana, Plauto e Terenzio

Ogni uomo è dotato di un proprio carattere, inteso come l’insieme dei tratti psicologici che determinano la personalità, complesso e ricco di sfumature differenti. Eppure quanto sarebbe più comodo incasellare in macrocategorie semplici la multiformità incomprensibile della natura umana?

Dettagli di sarcofago romano con muse e maschere teatrali

I governanti del film distopico “Divergent”, la farsa Atellana e Plauto fanno proprio questo: riducono forzatamente e non realisticamente a stereotipi fissi la psicologia dell’essere umano. Terenzio e i ‘divergenti’ si oppongono a tutto questo, rivoluzionando l’uno il modo di concepire la commedia a Roma e gli altri l’ordine ingiusto imposto dalle fazioni della città in cui vivono.

“Divergent” e la divisione in fazioni in base al carattere

Il futuro appartiene a coloro che sanno qual è il loro posto

Questa sono le parole di Jeanine Matthews, uno dei capi delle fazioni in cui è suddivisa la città di Chicago nel film “Divergent“. Uscita nel 2014 e diretta da Neil Burger, la pellicola è ispirata all’omonimo romanzo di Veronica Roth pubblicato nel 2011 e facente parte di una trilogia. Nello scenario di un futuro post-apocalittico, gli abitanti di questa città vivono separati in ben determinate fazioni per garantire la pace. In base ad un test attitudinale ma comunque con un margine di libera scelta, i ragazzi s’inseriscono in uno dei cinque gruppi a seconda del loro carattere. Gli eruditi si dedicano allo studio e alla cultura, i candidi in nome della verità gestiscono la giustizia, i pacifici si occupano di produrre il cibo per la popolazione, gli intrepidi, caratterizzati dal coraggio, proteggono la città e infine gli abneganti sono devoti ad aiutare il prossimo e detengono il governo. Tuttavia una volta inseriti in una fazione persiste comunque il rischio di venirne espulsi finendo nella categoria degli esclusi: persone che vivono ai margini della società e in estrema povertà. Si tratta quindi di un sistema rigido in cui non sono ammesse deviazioni o particolarità, tutto deve funzionare alla perfezione secondo quanto stabilito. Tuttavia ci sono individui, come la protagonista Beatrice, interpretata dall’attrice Shailene Woodley, che al test attitudinale risultano potenzialmente appartenenti a più di una fazione. Vengono definiti ‘divergenti‘ e sono considerati una minaccia per l’ordine precostituito in quanto non ragionano in modo standard ma indipendente e per questo non sono tollerati e vengono uccisi non appena scoperti.

(da www.bookishadvisor.blogspot.com)

L’Atellana e Plauto, le maschere e i loro clichés

Tipi fissi, personaggi ben definiti e sempre uguali a loro stessi sono la base dell’Atellana, forma di spettacolo basata sull’improvvisazione e diffusa in Italia già a partire dal  IV secolo a.C., che influenzò molto anche la commedia di Plauto. L’Atellana prende il nome dalla città osca di Atella, dove si mise a punto questa farsa teatrale basata su un canovaccio a partire dal quale gli attori recitavano liberamente. Vi erano delle maschere che stabilivano quattro ruoli immutabili e caricaturali. Il “pappus” era il vecchio sciocco, il “maccus” era il mangione stupido, il “bucco” era il fanfarone, cioè colui che si vanta di imprese inverosimili e assurde, e il “dossennus” era il gobbetto astuto. Anche nella palliata, forma di commedia di ambientazione greca, di Plauto i personaggi sono privi di qualunque spessore psicologico e di realismo e sono esagerazioni iperboliche di determinate caratteristiche. Il celebre commediografo latino (circa 260a.C.- 184 a.C) esaspera i tratti dei modelli della Commedia nuova greca: il giovane innamorato, la prostituta avida, il soldato spaccone e il parassita diventano ridicoli e volgari come le maschere dell’Atellana, dando luogo a intrecci prevedibili fondati sull’imbroglio e sull’equivoco.

Attori prima dell’entrata in scena, da Pompei

Terenzio propone una commedia con personaggi ‘divergenti’ come Beatrice

Non voglio essere una cosa sola. Non voglio e non posso: io voglio essere coraggioso, voglio essere altruista, intelligente e onesto e gentile.

Le parole di Quattro, persona divergente come Beatrice, in una scena del lungometraggio sono perfette per descrivere le figure portate in scena da Terenzio. Dell’autore latino Publio Terenzio Afro (185 a.C-159 a.C. circa) ci sono giunte per intero solo sei commedie, nelle quali emerge chiaramente la profonda innovazione da lui apportata al genere. In nome di un teatro che fosse specchio della vita, il commediografo mira ad un autentico realismo che conducesse il pubblico a riflettere sulle situazioni proposte. I suoi personaggi, alla luce del film sopraccitato, possono essere definiti “divergenti”. Si rifiutano di essere inquadrati in un clichés, immediato e banale, e acquisiscono diverse qualità, conquistando umanità e veridicità psicologica. Per la prima volta nel teatro romano non sono rappresentate le trite e ritrite trame dalla comicità bassa, materialistica in grado di suscitare risate sguaiate, ma l‘ampia gamma delle relazioni umane analizzate in modo sofisticato e acuto. Nella commedia “Hecyra” la suocera, da cui prende il titolo l’opera, non rientra nello stereotipo che la vorrebbe bisbetica e ostile alla nuora, ma si rivela invece generosa, comprensiva e disponibile. Quella di Terenzio è dunque una comicità meno facile e immediata ma più corrispondente alla realtà della natura umana, complessa e multiforme, la quale non può essere frammentata in tipi standard convenzionali.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: