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Giovanni Pascoli e Keaton Henson dimostrano come trasformare il lutto in arte

Se il dolore stimola la creatività, non c’è esempio migliore del poeta emiliano e del cantautore inglese che hanno trasformato in arte la perdita del proprio padre.

 

 

Dal lutto il poeta Giovanni Pascoli elabora le sue raccolte poetiche, che lo renderanno protagonista del panorama letterario italiano, mentre il cantautore inglese Keaton Henson pubblica “Monument”.

 

 

L’assenza del padre

Il segno che la morte del padre ha lasciato nella sua vita, Pascoli lo ha trasportato nella storia della poesia novecentesca italiana, che si muove nel solco di quell’aratro delle Myricae macchiato di sangue. Il 10 agosto 1867 rappresenta una violenta e traumatica frattura nell’esistenza del poeta, i cui sentimenti resteranno sempre dolorosamente rivolti al passato, anche durante la vita adulta, tutta passata ad esorcizzare i fantasmi dei morti e nel vano tentativo di ripristinare un nido familiare destinato a disgregarsi.

L’assenza paterna è l’essenza della poesia pascoliana, a volte limitativa nei temi che si alzano a toccare quell’al di là dove sono custoditi il padre, la madre e gli altri fratelli, ma che non ha mai lo sprint necessario per fare il grande salto, e che resta sempre rannicchiata sulla terra, coperta dalla nebbia, che diventa schermo del non sapere e del non vedere, rappresentazione dell’angoscioso ed impenetrabile mistero che avvolge la vita e che conduce inevitabilmente verso quell’ultima linea rerum.

L’incombere della morte è un tema riproposto in modo ossessivo, esplorato come tedioso enigma o inesplorabile abisso che divide i morti dai vivi, che tentano disperatamente di comunicare con i primi in un mondo privo di contorni definiti. Per Benedetto Croce Pascoli è “uno strano miscuglio di artifizio e spontaneità, delineando un ritratto di un Pascoli idillico, cantore delle piccole cose, di una sua georgica tragica che ha in se stessa i germi della propria corruzione nel corto respiro dell’arte decadente”, che nel segno di una non tanto creativa tematica, si rinnova guidata dal gusto moderno per il fonosimbolismo e per una musicalità franta, tutta volta a ricreare quel singhiozzo disperato del figlio che in silenzio non può che piangere la morte improvvisa del padre.

La compagnia del vuoto

Sedersi a piangere in silenzio è proprio quello che ha fatto Keaton Henson per scrivere “Monument”, il suo sesto album – escludendo quel mix di musica classica e moderna, capolavoro dello sperimentalismo, che è “Six Letargies”.

È il 2016 quando Keaton Henson pubblica “Epilogue”, sostenendo di non aver più niente da dire, preannunciando quello che sembrava il suo ritiro dalla scena musicale. Eppure, quell’urgenza di sfogarsi e liberarsi, che è alla base di tutti i suoi lavori – che siano i quadri, le poesie o le canzoni- torna con un’esperienza sconvolgente per il sensibile cantautore inglese: il lento declino e la morte del padre dopo una malattia decennale. Il risultato è una candida e devastante opera di catarsi che entra in profondità, risvegliando emozioni che cerchiamo di seppellire dentro, destando la concretezza di un dolore che tutti dovranno affrontare, facendo sembrare con i suoi testi dolce persino l’ineluttabilità della morte.

Ogni volta che Henson canta “ti sto perdendo” in “Prayer” non si può che provare dolore e abbandonarsi alla malinconia, iniziando nel contempo a percorrere anche la strada dell’accettazione del lutto, quella strada che lo stesso Pascoli ha sempre faticato ad imboccare, cercando sempre il ritorno al prima dell’incidente, con la ricostruzione del nido, o tentando di instaurare una conversazione con i morti, come nella lirica di apertura delle Myricae, intitolata appunto “Il giorno dei morti”.

 

L’arte di essere vulnerabili

Keaton Henson nel suo nuovo album attua un percorso di accettazione del dolore, seguendo le sue fasi in undici toccanti tracce, nelle quali si scorgono frammenti della sua vita, come brevi registrazioni della voce del padre, tratte da video di famiglia, che si mischiano a musiche dalle atmosfere cupe in una cacofonia di emozioni, nella quale si coglie anche il cinguettio di alcuni uccelli- proprio quelli evocati da Pascoli costantemente nelle sue liriche, figure di congiunzione tra il mondo terreno e quello dei morti.

C’è nel lavoro di questi due artisti una profonda vulnerabilità, che se in Pascoli non viene mai accettata, ma viene repressa, ignorata, nascosta in quella nebbia onnipresente nei suoi passaggi romagnoli, in Keaton Henson viene accolta pienamente, dato che il cantautore inglese ha fatto della sua fragilità il marchio di fabbrica dei suoi lavori passati, evitando di esibirsi in pubblico e fuggendo dalle interviste a causa della sua ansia sociale e della sua depressione, ma in questo album Henson lascia intravedere anche un filo di speranza:

 

I’m empty, but doesn’t it sound so good?

“Sono vuoto, ma non suona così bene?”

 

 

Perché  la vita è continuo svuotarsi per potersi accordare e risuonare meglio con il ritmo del mondo.

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