“Siamo chiunque non siamo nessuno”: la caduta delle illusioni da Leopardi ad Anastasio

Le illusioni hanno sempre dato all’uomo la possibilità di lenire la sofferenza… ma spesso un’illusione cela una realtà che se indagata può rivelare il suo marciume.

L’essere umano, specialmente negli ultimi anni, ha più o meno consapevolmente smesso di porsi troppo domande e ciò lo ha portato a vivere sempre più frequentemente in uno stato di abbandono al flusso vitale: solitudine, omologazione, mancanza di senso critico sono le dirette conseguenze.

Illusioni materiali e sociali

Quando si parla di illusioni umane ci si imbatte inevitabilmente in una moltitudine di forme attraverso le quali si può declinare questa tematica. Reputo che un modo opportuno per poter quantomeno provare ad abbracciare un tema così vasto e complesso sia quello di basarsi su una divisione preliminare: definirò illusioni materiali quelle prodotte dall’uomo per affrontare al meglio quella che Agostino chiamava “peregrinatio”, cioè il viaggio attraverso la vita, tra le quali rientrano l’illusione dell’amore, della bellezza, della poesia, dell’amicizia, unici piaceri, seppur illusori, contrapposti alla crudezza del reale; invece, chiamerò illusioni sociali quell’insieme di inconsapevoli comportamenti che l’uomo, in quanto parte di un gruppo, di una classe, di una comunità, assume discostandosi, anche in questo caso, dalla realtà, una realtà però non più esterna (la crudezza dell’arido vero), ma interna: l’uomo tende ad allontanarsi dalla propria interiorità, dalla propria natura, perché parte di quell’illusorio gruppo. Entrambe hanno in comune l’aspetto dell’ inconsapevolezza con cui si formano ma, mentre le prime sono generate dall’individuo in quanto tale, le seconde agiscono sull’individuo sulla base di un’azione combinata sia di quest’ultimo che della società. Nel parlare delle prime il riferimento più immediato è senz’altro Giacomo Leopardi, mentre per quanto riguarda le seconde ho deciso di affidarmi alle parole di un giovane rapper dei giorni nostri, che grazie alla fluidità e alla genialità della sua penna è riuscito a mettere in luce il disagio sociale di cui è preda la società di oggi. In entrambi i casi, però, il focus riguarda un momento specifico del rapporto tra l’uomo e le illusioni: il momento finale, quello in cui ci si accorge una volta per tutte della vanità e dell’inconsistenza del castello di carta che ci siamo creati.

Il dialogo della natura e di un islandese

Chi meglio di Giacomo Leopardi è riuscito, nell’arco della sua parentesi letteraria, ad affrontare il tema delle illusioni umane in maniera così fine e disincantata? Il poeta recanatese, sin dai suoi esordi nel mondo delle lettere, incentrò i suoi ragionamenti filosofico-letterari sul tema della natura generatrice di illusioni, le quali sono in grado di creare una forte dicotomia tra realtà e immaginazione: solo ricorrendo all’immaginazione l’uomo può allontanarsi dalla fredda e triste realtà. Senza soffermarci sulle varie fasi del cosiddetto “pessimismo leopardiano”, ad ognuna delle quali corrisponde una diversa funzione della natura nel rapporto tra realtà e illusioni, spostiamoci nel 1824, anno di pubblicazione delle “Operette morali”, un insieme di 24 testi per lo più satirici e ironici, tutti sviluppati in forma dialogica e con un sostrato filosofico molto potente. La varietà di temi affrontati è davvero amplissima, ma quello che emerge con maggior evidenza da questo insieme di testi è un netto discostamento da parte del poeta da quello che i critici hanno definito ‘pessimismo storico’, visione per la quale è semplicemente l’evoluzione storica la causa dell’allontanamento dell’uomo dalla felicità che proviene dall’immaginazione, felicità che, nel presente, si può rivivere solo nel periodo della fanciullezza. Il passaggio si attua verso una nuova visione, molto più disincantata, caratterizzata da un forte materialismo e meccanicismo. Il testo da cui emerge maggiormente questo cambiamento è il “Dialogo della natura e di un islandese”. Protagonista dell’Operetta è un Islandese che, dopo aver viaggiato in lungo e in largo toccando i posti più remoti della Terra, incontra, una volta giunto in Africa, una donna di forma smisurata, dal volto terribile, che gli domanda chi sia e che cosa stia cercando. La donna è proprio la Natura, che ascolta con attenzione la storia dell’Islandese, i suoi viaggi alla ricerca della tranquillità, la sopportazione di continui pericoli, disagi, malattie, fino alla perdita di ogni speranza una volta vista avvicinarsi la vecchiaia e la morte, come impone proprio la legge della Natura che assegna alla giovinezza “appena un terzo della vita degli uomini, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il rimanente allo scadere”. La risposta della Natura non si fa attendere e le sue parole sono di fondamentale importanza per comprendere lo stato di completa rassegnazione raggiunta dal Leopardi nella sua visione pessimistica della realtà:

Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Quando io vi offendo… io non me n’avveggo; come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

È questa la fine di ogni tipo di illusione all’interno di un mondo in cui vige la legge della conservazione della specie, in cui non c’è spazio per sentimenti, ideali, poesia ma solo per le mere leggi di Natura che a tutto si interessa fuorché alla felicità umana.

Il disagio generazionale in “Correre” di Anastasio

Eccoci giunti alla seconda parte della nostra trattazione, il tema è sempre lo stesso ma la sua declinazione è sicuramente più attuale e vicina ai problemi di tutti i giorni: l’illusione sociale. Poco meno di un anno fa, il rapper di Meta di Sorrento Marco Anastasio ha pubblicato il suo secondo singolo, “Correre”, presentato alla 69esima edizione del Festival di Sanremo. Il testo è un vero e proprio dialogo padre-figlio che prorompe grazie all’incredibile forza delle immagini che solo la magica penna del rapper napoletano può produrre: si parla di crisi generazionale e del difficile rapporto tra la generazione dei padri e dei figli di oggi, spesso troppo lontane e dunque impossibilitate alla comprensione reciproca. Il dialogo è reso ancora più difficile dai cambiamenti che il mondo di oggi sta affrontando, un mondo in cui bisogna sempre correre senza la possibilità di fermarsi un attimo a porsi delle domande e, come diceva Sant’Agostino, “in se remoretur” cioè indugiare un po’ di tempo in se stessi per comprendersi al meglio. Infatti, alla base della comprensione del mondo e dell’approccio con l’altro, vi deve sempre essere una conoscenza approfondita di se stessi, comprendere i propri limiti e il proprio talento, così da giungere ad avere degli ideali personali ed una propria visione della vita, prima ancora di identificarsi in un determinato gruppo e in una determinata categoria. Purtroppo questo non è sempre facile e la colpa non può nemmeno essere attribuita in toto ai giovani, spesso criticati perché privi di valori e di ideali. Infatti, si è spesso catapultati in un mondo in cui gli esempi positivi scarseggiano ed in cui, a causa della fragilità delle nuove realtà artificiali che hanno invaso e spesso frammentato la vita reale, si tende a vedere in quei valori che una volta erano considerati fondanti e stabiliti una volta per tutte una sorta di blocco alla manifestazione del proprio “io”, il quale, seppur non stabile, pensa di essersi definito all’interno di quella che siamo soliti chiamare “società”, finendo così per autodistruggersi. Le conseguenze? Mancanza totale di senso critico, di esempi saldi e perdita di quei valori che, lungi dall’essere un blocco dovrebbero rappresentare il punto di partenza per autodefinire la propria persona. L’invito, giunti a questo punto, è quello che il rapper ripete con un’anafora per ben sette volte alla fine del testo:

Puoi essere quello che vuoi basta scordarti di quello che sei,

per essere quello che vuoi devi scordarti di quello che sei.

 

 

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