Si puo’ guarire dal disturbo ossessivo-compulsivo? Jack Nicholson direbbe: “Faccio il meglio che posso”

Dal disturbo ossessivo-compulsivo si puo’ guarire. A dirlo è la letteratura scientifica, non solo il Cinema. Ma che cosa significa, davvero, “guarire”?

Il D.O.C. interessa il 2,5% della popolazione generale. Un tempo rientrava nel capitolo riguardante i disturbi d’ansia ma, con il DSM 5, si è guadagnato un posto tra le categorie nosografiche autonome. Jack Nicholson nel film “As Good As Iit Gets” ne interpreta in modo molto verosimile i sintomi e ci fa venire voglia di chiederci: si può guarire da un disturbo psichico?

Che cos’è il disturbo ossessivo-compulsivo?

Il D.O.C. è un disturbo caratterizzato da due elementi fondamentali: le ossessioni e le compulsioni.
Le ossessioni non sono altro che pensieri. Tuttavia, ciò che distingue un pensiero “normale” da un pensiero ossessivo è la sua persistenza e lo stato di disagio che provoca.
La compulsione, invece, è un gesto, un pensiero o un evitamento che, almeno per qualche momento, placa l’ansia provocata dall’ossessione. Il problema della compulsione è uno: funziona. La persona si rende conto della bizzarria e dell’eccesso di attenzione che pone in determinati gesti, ma non riesce a smettere di compierli perchè attenuano la propria ansia.
A questo punto si crea una sorta di circolo vizioso: il pensiero ossessivo genera ansia -> il soggetto mette in atto rituali compulsivi -> temporanea riduzione dell’ansia -> rafforzamento del pensiero ossessivo. Ciò che ne deriva è un loop ossessivo-compulsivo infinito che “Dark”, spostati.
Esistono varie tipologie di D.O.C. che, pur avendo lo stesso funzionamento di base, si differenziano per il contenuto delle ossessioni e dei rituali: ordine e pulizia, controllo, superstizione, dubbio patologico.

Melvin e l’insostenibile laidezza dell’essere

Come il nostro caro Sheldon, anche Melvin è ossessionato dalla pulizia. Protagonista del film “As Good As It Gets” (letteralmente: “Come meglio si può”, ma tradotto in italiano con “Qualcosa è cambiato” perchè a noi italiani piace particolarmente rovinare i titoli), Melvin è uno scrittore di romanzi rosa affetto da D.O.C.
Melvin sembra odiare un po’ tutti: neri, gay, vecchiette, ebrei, animali e vive da solo in un condominio. Il suo rapporto con i vicini è tutt’altro che roseo. In realtà, anche il rapporto con il suo psicoterapeuta è abbastanza burrascoso: nonostante gli sia stato diagnosticato un disturbo ossessivo-compulsivo, rifiuta la terapia farmacologica perchè, tra le altre cose, ha paura delle pillole. Le sue giornate si svolgono in maniera piuttosto schematica, tra l’evitamento di possibili germi e il  minimo contatto umano. La sua vita, però, viene scombussolata da due eventi: la conoscenza di Carol, una cameriera della tavola calda in cui pranza tutti i giorni e un’improbabile amicizia col suo vicino gay, Simon. Grazie a questi due incontri, Melvin si ritroverà a mettere in discussione un bel po’ di cose, tra cui se stesso. Si ritroverà a piangere per un cane (lui odia gli animali), ad aiutare una coppia di omosessuali (lui è omofobo).
Si innamorerà (lui odia le persone).

Come meglio si può

Melvin guarirà dal disturbo ossessivo-compulsivo? Dipende, questo sta allo spettatore deciderlo. La risposta ha a che fare con la concezione che si ha del termine “guarigione”.
Nel corso degli anni, il significato della parola “salute” in ambito sanitario e psichiatrico è considerevolmente mutato. Se prima la salute mentale era considerata come “assenza di malattia”, oggi l’OMS la definisce “uno stato di benessere nel quale la persona può realizzarsi, superare le difficoltà della vita quotidiana, svolgere un lavoro e contribuire alla vita della propria comunità”. Ergo, se si guarda alla malattia mentale in quest’ottica, dire che una persona è “guarita” non può basarsi solo sulla scomparsa dei sintomi ma anche sul ” come meglio si puo’ “, nonostante i sintomi.
Sulla carta e secondo la letteratura scientifica, le percentuali di guarigione dal D.O.C. variano tra il 50 e l’85%, se viene trattato con una combinazione di farmaci e psicoterapia (i risultati migliori sembrano provenire dalla terapia cognitivo-comportamentale).
Nel film c’è una scena chiave, in cui Melvin e Carol sono a cena in un locale. Melvin, ad un certo punto, afferma che da quando ha conosciuto Carol ha iniziato a prendere le pillole. E lui ha paura delle pillole. “Mi fai venire voglia di essere un uomo migliore”, dice. Non è una questione di romanticismo (ok, forse un po’), è una questione più profonda: e se la voglia di guarigione fosse essa stessa l’inizio della guarigione?

 

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