Il Superuovo

Si può essere dei sognatori pragmatici? Emanuele Dascanio pensa di sì, e ci spiega come

Si può essere dei sognatori pragmatici? Emanuele Dascanio pensa di sì, e ci spiega come

A tu per tu con Emanuele Dascanio: un artista, o meglio un creativo, che disegna opere che sembrano fotografie.  

Emanuele Dascanio è un artista. Anzi, un creativo, perché a detta sua creativo è un termine migliore. In sintesi, mischia grafite e carboncino per disegnare su tele enormi personaggi che sembrano modelli di una fotografia. No, non perché i modelli siano particolarmente fighi. Ma perché, se vedi un suo quadro, per i primi cinque minuti stenti a credere che non sia una fotografia. Anzi, in realtà non ti togli mai del tutto questo dubbio.

L’intervista

La prima cosa che penso è che ci deve essere qualcosa che non va. Io devo intervistare un pittore, mica un fotografo. Invece mi trovo davanti a un insieme di pixel che corrisponde a una faccia lunga e barbuta, incastrata nella cornice di un cellulare, che copre uno sfondo chiarissimo e super ordinato. Ah, e anche un treppiede, là, nell’angolo a sinistra. In realtà è mezzo nascosto da una cosa che mi pare una tela, quindi forse non ho chiamato la persona sbagliata. Emanuele (o Ema, perché dopo tre ore di videochiamata abbiamo finito per ripudiare i convenevoli) comunque sorride. È a suo agio.

Scopro subito che eravamo praticamente vicini di casa. “Ora sono in Serbia, ma in realtà vengo da Garbagnate”. Io abito a Bollate. Sette chilometri di distanza. Glielo dico. “Ah quanti ricordi a Bollate… certo che il mondo è superpiccolissimo”.

 

Da quanto sei in Serbia?

“Quattro anni. All’inizio avevo una paura fottuta di venire qua, avevo un’idea un po’ malsana di questo posto. Io avevo in mente un’isola, hai presente? Una di quelle isole spagnole in mezzo all’oceano. Però ho trovato la Serbia e, alla fine, è come se fossi a casa. Volevo andarmene dall’Italia, non ce la facevo più.”

Perché hai scelto di far parte della corrente iperrealista?

“Non mi sento di appartenerci, sfrutto le mie capacità per arrivarci. L’iperrealismo è una corrente artistica che ormai è terminata. Noi ci rifacciamo a quella roba lì perché alla fine è facile fare gli accostamenti. Puoi chiamarlo un po’ come ti pare, non ha un nome. La gente lo chiama iperrealismo, e allora sarà iperrealismo. A noi non interessano le cose astratte: loro volevano copiare in maniera sterile la realtà, io voglio interpretare le relazioni che la compongono.”

Loro?

“Sì, gli artisti iperrealisti, quelli che sono venuti prima di me.”

Quindi tu vuoi rifarti a loro?

“No. Io faccio quello che faccio perché è questo che so fare, perché è questa cosa che ha scelto me. È qualcosa che ho dentro. Io da piccolo disegnavo e la gente diceva ‘ah che bravino che sei! Oh, mio figlio è il più bravo di tutti’… sai quelle cose che dicono. Mi avevano insegnato: sei hai dei bei denti, sorridi. Allora mi sono detto: se sono capace di disegnare, disegno.”