Si può davvero definire la nostra identità? Rick&Morty e Kundera ci spiegano come

L’identità permette a ciascuno di noi di differenziarsi dall’altro. L’identità palesa la peculiarità e, grazie ad essa, siamo in grado di stabilire ciò che siamo e ciò che non siamo, quello che vorremmo essere e quello che non vorremmo essere. Ma come possiamo definirci unici senza specchiarci nell’altro?

(Lo scrittore boemo Milan Kundera)

Studiando per un esame di Geografia Umana mi sono imbattuto in due diverse definizioni di “identità” e fin da subito ho dovuto ammettere a me stesso quanto sia difficile, a prescindere dall’età, dal contesto e dal momento storico, stabilire con coerenza e certezza il vero significato di tale vocabolo. Interrogando i vocabolari più autorevoli ciò che ho trovato calzante e stimolante è il “fenomeno” della identificazione-contro: per identificare noi stessi è necessario, in primo luogo, definire l’altro, importante è chiarire al nostro Io il modo in cui percepiamo l’altro e, una volta terminato tale processo, saremo finalmente pronti a dare una definizione della nostra stessa identità.

L’identità: specchio dell’animo umano

Nel 1997 Milan Kundera pubblica un romanzo breve dal titolo “L’identità“. La storia vede come protagonisti Chantal e Jean-Marc. Lui ha un lavoro precario, è più giovane di lei e, in un primo momento, dimostra di essere più forte della donna. Lei ha alle spalle un matrimonio, occupa una posizione di rilievo (e lucrosa) all’interno dell’agenzia pubblicitaria per cui lavora ed è tormentata dalle insicurezze scaturite con la menopausa. La loro storia d’amore comincia in seguito alla separazione di Chantal dal marito (e dalla sua asfissiante famiglia, capeggiata dall’insopportabile sorella) a causa della prematura morte del figlio. Da questo momento in poi la vita a cui sono destinati sembra già scritta: il desiderio di Chantal di “sperdersi tra gli uomini come il profumo di una rosa” viene accantonato in favore dell’unicità della monogamia, i sogni di Jean-Marc vengono debitamente messi da parte destinando la sua vecchiaia alla noia (se non per sporadici lavori part-time) ed all’amore per la sua donna, la vera conquista della sua esistenza da inetto. Sarà un bacio muto e colmo di saliva in una fredda località montana a sancire il loro sodalizio amoroso, un bacio figlio di un sentimento forte che ha eretto entrambi i cuori ad una condizione di assoluto rispetto reciproco. I due si sono sempre guardati con la medesima intensità, rispecchiandosi l’uno nell’altro e trovando così la calda dimora per le rispettive identità. Questo perché è possibile raggiungere una solida coscienza identitaria solo nel momento in cui troviamo un altro che sia disposto a fungere da specchio. La crisi tra i due divampa nel momento in cui: da una parte Chantal ammette a Jean-Marc la sua grande insicurezza (“gli uomini non si voltano più a guardarmi” affermerà con il volto che prende fuoco come un fiammifero) e dall’altra parte Jean-Mar si rende colpevole di non riconoscere la sua amata lungo una spiaggia della Normandia (“è dunque così irrilevante la differenza fra lei e le altre?” si domanderà preoccupato). In un attimo la faticosa edificazione delle due identità si sgretola a partire dalle fondamenta così da essere testimoni di un continuo inseguimento senza fine e scopo. Tutto ciò che rappresentava il punto fermo, lo specchio del nostro Io si elimina comportando inevitabilmente l’insorgenza del dubbio: guardarsi non conta più nulla, l’identità è sparita. L’enigmatica conclusione del romanzo richiama l’importanza dello sguardo sempiterno e radioso, quello sguardo che in precedenza si era macchiato di pensieri ed errori osceni, viene ora innalzato a promessa eterna tra i due (ritrovati) amanti.

(Nonno Rick e il nipote Morty durante un’avventura)

Rick&Morty: un amore non dichiarato

La serie tv “Rick and Morty” nata dalla collaborazione dei registi americani Justin Roiland e Dan Harmon trae le sue origini da una parodia animata di “Ritorno al futuro“, risalente al 2011, definita come una “bastardata” dallo stesso Harmon che, però, venne accolta positivamente dalla critica. Questo spinge i due a elaborare ed affinare la loro acerba idea: gli sforzi culmineranno con la presentazione del programma prodotto grazie alla lungimiranza di Adult Swim al pubblico statunitense nel 2013 (giungerà in Italia nel 2016 grazie a Netflix). Il titolo del serial televisivo composto da quattro stagione (l’ultima disponibile nel dicembre 2019) svela i nomi dei due protagonisti: Rick Sanchez, uno scienziato di 60 anni dotato di un’incredibile intelligenza messa alla dura prova dal suo amore per l’alcool e dalla sua pessimistica visione della vita, assume le caratteristiche di un Dio nonostante sia fermamente ateo grazie alla sparaporte (gadget che permette il viaggio inter-dimensionale lungo tutto l’universo), odia le autorità e gli ordini di qualsiasi tipo, è dispotico e non si ferma davanti a nulla; MortimerMorty Smith, il 14enne adolescente nipote di Rick, dimostra di essere l’esatto opposto del nonno a causa delle sue numerose dimostrazioni di vigliaccheria, la sua ingenuità lo rende facilmente manipolabile dando luogo ad occasionali esplosioni di rabbia. Vi sono altri tre personaggi (Beth Smith, moglie di Jerry Smith e madre di Morty e Summer Smith) che, nonostante occupino una posizione di rilievo nella corso degli eventi, sono estranei alla nostra trattazione. Sembra apparentemente inusuale avvicinare una storia d’amore ad un pudico rapporto di parentela nonno-nipote, tuttavia il carattere malsano e irriverente della loro relazione si palesa fin dalla prima puntata della prima stagione tanto da meritare una riflessione. Fin dal primo momento vengono messi in chiaro i rapporti di forza che intercorrono tra i due ed essi sembrano essere il motore principale di una serie televisiva pronta a risuonare della medesima musica. Niente di più sbagliato. Nonostante siano numerosissimi gli episodi in cui Rick sovrasta e domina la mente del malcapitato Morty il percorso che conduce il nonno a riflettere se stesso entro l’identità-specchio del nipote ha appena visto il suo inizio: è un do ut des continuo che permetterà ad entrambi di attingere a piene mani dall’identità dell’altro. Il cuore di pietra dello scienziato viene messo a dura prova innanzi alla semplicità del nipote così come la codardia dell’adolescente viene ridestata fino a divenire coraggio grazie alle esortazione (spesso critiche e volgari) del pazzo progenitore. L’importanza dello sguardo viene sostituita dalla forza delle esperienze: le prove a cui sono sottoposti consentono ad entrambi di definirsi, di disegnare i limiti della loro identità attingendo l’uno dall’altro.

Si può definire davvero la  propria identità senza mostrarsi al proprio ritratto trasparente? La risposta è tanto semplice quanto oscura: dubitando dell’altro dubitiamo dell’esistenza della nostra stessa identità proprio perché essa necessita il confronto con uno specchio.

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