Si puó apprendere con le pubblicitá? Scopriamo come Carosello abbia educato un’intera generazione

Non solo un’Italia da ricostruire, ma anche una società da ricomporre.

Inizio del programma, fonte: raiplay.it

La televisione sostituisce la scuola con un solo obiettivo: fare quello che la scuola non ha fatto. Per combattere l’alto tasso di analfabeti in Italia, subentrò l’unico mezzo in grado di poter bussare alle porte delle case degli italiani e di poter esercitare un’influenza su di loro, ovvero la televisione.

LA PEDAGOGIA IN FORMATO TUBO CATODICO

Si tende a pensare che l’insegnamento e la televisione non possano viaggiare sullo stesso binario. Eppure, in più di un’occasione, si sono incrociati eccome. Uno di questi incontri ha come cornice storica quella dell’Italia del dopoguerra, cornice che tra morte e distruzione vede l’arrivo del televisore. Il fenomeno in cui vengono descritti i primi passi mossi dalla Rai viene ridimensionato in una sola definizione, ovvero quella di “paleotelevisione”, una televisione ante litteram il cui obiettivo era quello di trovare la sua strada nel mondo del media. La sua periodizzazione coincide con l’inizio delle trasmissioni regolari per terminare con la fine del monopolio televisivo attraverso la riforma Rai degli anni settanta. Già da anni la televisione era diventata padrona di diversi salotti: gli americani guardavano i quiz televisivi, mentre in Inghilterra arrivavano le prime serie TV. L’intento della Rai invece era quello di dare ai suoi palinsesti un’impronta pedagogizzante con l’intento di istruire ed educare le masse, la cui educazione scolastica era stata messa in secondo piano con l’avvento della guerra. Quando a partire dalla metà dagli anni cinquanta la Rai cominció a trasmettere su tutto il territorio nazionale, i dirigenti avevano constatato quanto fosse difficoltoso tenere connesso un paese diviso socialmente e linguisticamente. Gran parte della popolazione era analfabeta e, d’altronde, non aveva motivi per acquistare un televisore visti i suoi alti costi. Si era soliti all’epoca infatti guardare la televisione a casa di amici e parenti, quasi come se il televisore fosse diventato un nuovo membro della famiglia. Affinché potessero prendere una fetta di pubblico più grande possibile, i pochi programmi televisivi in onda erano un laboratorio sociale a tutti gli effetti. Lo scopo principale permaneva quello di intrattenere, ma come obiettivo secondario vi era quello di lanciare messaggi educativi, trasformando il conduttore del programma in un maestro e l’audiance nei suoi scolaretti. Cosí fu per Non è mai troppo tardi, in collaborazione con il ministero dell’Istruzione, dove a condurlo non c’era nemmeno un conduttore, ma il pedagogista Alberto Manzi. Dalla lingua italiana fino alla storia dell’arte, il programma divenne una classe composta da telespettatori di tutte le età, proprio perché il messaggio di Non è mai troppo tardi era quello di far riscoprire agli italiani come l’età non dovesse essere un ostacolo all’apprendimento. Il programma venne sospeso otto anni dopo il suo lancio in quanto aumentó la frequenza presso la scuola dell’obbligo e quindi quei famosi scolaretti-telespettatori poterono spegnere la TV per recarsi finalmente in una vera scuola. Resterà comunque nella memoria collettiva di quel paese pronto a rimettersi in piedi partendo dalla conoscenza e dall’istruzione. Vi fu poi l’era di Lascia o raddoppia? di Mike Bongiorno, la cui leggenda narra di come non appena partisse la sigla tutti smettessero quello che stavano facendo per seguire il programma, i locali diventavano cinema e si affollavano per chi non possedeva un televisore e che regnasse il silenzio interrotto soltanto nel momento in cui veniva annunciata la risposta corretta. I quiz, come già citato, andavano molto in voga in America, ma la Rai diede una linea educativa anche al suo primo quiz, dove spesso le domande vertevano su cultura generale e materie quali la letteratura. A ciò si aggiunge la bravura dell’everyday man Mike Bongiorno, ovvero di un uomo qualunque capace di conquistare la simpatia e l’ammirazione del suo pubblico semplicemente per essere simile a loro. Mancava però un ultima fetta di pubblico, ovvero quella più piccola, la cui infanzia venne segnata da una serie di pubblicità che per molti erano dei cartoni animati veri e propri: come ha fatto Carosello ad essere la prima scuola dell’infanzia di molti bambini?

Carmencita e Caballero, due volti storici della Lavazza e di Carosello.

LA RIVOLUZIONE DI CAROSELLO

Oggi giorno ci sembra di guardare più pubblicità che televisione. Nell’era della Paleotelevisone la pubblicità sarebbe stata introdotta soltanto con l’arrivo di un programma: Carosello. Più che un programma doveva essere un piccolo spazio televisivo in cui venivano mandate in onda la pubblicità, ma poi finì col diventare un programma vero e proprio nel momento in cui le pubblicità si trasformavano in sketch dove solo alla fine veniva rilevato il prodotto. Per tale ragione, visto che l’aspetto pubblicitario passava in secondo piano ed era a malapena impercettibile durante la proiezione dello sketch, quest’ultimo assumeva quasi le sembianze di un cartone animato. Tanti furono quindi i bambini che dopo la fine della messa in onda del telegiornale si mettevano davanti al televisore per guardare quelli che inizialmente erano soltanto dieci minuti di programma che, solo col passare delle edizioni, arriveranno a toccare anche i trenta minuti. La messa in onda del programma diventó un appuntamento per i più piccoli e anche per i più grandi, in quanto erano coloro che dovevano dire ai propri figli A letto dopo Carosello”, frase che se ora ripeteste ad un vostro genitore probabilmente potreste riportarlo indietro negli anni. A prendere parte al programma che nel mentre assunse una dimensione sempre più teatrale furono anche personaggi illustri tra cantanti e attori come Dario Fo, mentre il programma diventó padre di diversi personaggi protagonisti, oltre che degli sketch, anche del prodotto da sponsorizzare. I più celebri restano Carmencita e Carabello, coppia e volti della Lavazza, la cui storia d’amore ha fatto divertire molti bambini. Altri personaggi sono Calimero, Miguel ecc. Gli sketch non erano nemmeno casuali, ma costruiti su un filo conduttore che doveva portare a capire i telespettatori come utilizzare un prodotto in una determinata situazione per poi, solo alla fine, rilevarne il nome. Il programma dopo quasi due decenni, venne chiuso a seguito di una riforma che vide una regolamentazione degli spazi dedicati alle pubblicità, facendo finire così un’era per molti bambini ormai cresciuti e sicuramente in grado di sapere come fare un caffè (e soprattutto quale marchio scegliere).

LA SCUOLA CHE DIVENTA UN MEDIA

Nulla come la televisione all’epoca era in grado di influenzare le masse: la scuola non era ancora riuscita a levarsi l’etichetta della severità e sapeva ancora di vecchio, mentre il televisore risultó essere una novità ed il futuro per molti a tal punto da essere eletta persona dell’anno sul TIME. L’apprendimento non passó quindi dai libri, ma dai palinsesti, facendo si che Carosello avesse educato un’intera generazione. L’entrata dell’istruzione in questo nuovo settore è stata graduale e sperimentale, ma partendo da un’analisi pedagogica è interessante notare come mentre lo studio vero e proprio di determinate materie sia stato affidato ad un’insegnante che dovette da un giorno all’altro trasformarsi in un conduttore per la fascia più adulta, l’educazione al consumo venne affidata ad un cartone animato proprio perché destinato ai più piccoli. Fu così che quindi per la creazione di una generazione capace di poter un giorno costruirsi il proprio futuro, i bambini dovettero afferrare libri e telecomandi mentre i professori abbandonare la cattedra per recarsi in studio. Non studio come ufficio, ma studio come studio televisivo.

 

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