Si ama per comprendere sè stessi? Ci rispondono Kafka e Grossman

“Che tu sia per me il coltello con il quale frugo dentro me stesso”

è l’enunciato che collega “Lettere a Milena” (1952) di Franz Kafka  a “Che tu sia per me il coltello” (1998) dell’autore contemporaneo David Grossman. Testi molto diversi, che analizzano in modo differente quanto si possa indagare sè stessi, attraverso l’altro. 

Le relazioni umane sono talmente differenti e complesse da risultare impossibile circoscriverle in un cliché o sotto un’etichetta, talvolta due persone si amano pur senza stare realmente insieme, ad esempio.
Malgrado ciò, in ogni interazione con l’altro inevitabilmente l’accento cade sempre su noi stessi.
Relazionarci con altre persone porta ad indagare se stessi e a volte alla possibilità di essere in grado di conoscersi e comprendersi più a fondo, in un processo estremamente sofferto.
Ci sono relazioni, concrete o platoniche, che portano ad un progetto comune di cambiamento o crescita personale.
Al di là che si tratti del rovente amore di Kafka per Milena Jesenskà o della relazione platonica tra Yair e Myriam, può l’altro essere “un coltello con cui frughiamo dentro noi stessi”?

 

Franz Kafka: “Lettere a Milena”

Nel 1919 Kafka incontra la giovanissima Milena, moglie di Ernst Pollack, che si offre di tradurre in ceco le opere dell’autore, per cui nutre una grande ammirazione.
Dopo tale incontro Kafka appare folgorato dalla donna, soprattutto perché finalmente si sente compreso e messo a nudo riga dopo riga, dopo una vita fatta di sensi di colpa e dell’estenuante lotta dell’autore con la sua inadeguatezza.
Tra i due inizia una fitta corrispondenza tra il 1920 e il 1923, in cui Kafka scrive ben centotrenta lettere d’amore, considerate le più intense della letteratura, pubblicate poi postume nel 1952.
Con l’ultima epistola, Kafka chiude questa relazione destinata a non realizzarsi mai, con uno struggente addio, consapevole che Milena fosse l’unica donna ad aver lasciato una così profonda impronta nel suo animo, malgrado non fosse mai stata sua (in punto di morte, nel 1923, verrà infatti accudito da un’altra donna).

 

David Grossman: “Che tu sia per me il coltello”

L’israeliano David Grossman pubblica nel 1998 “Che tu sia per me il coltello”, un romanzo epistolare ritenuto un capolavoro contemporaneo, chiaramente ispirato all’opera di Kafka.
La storia racconta la corrispondenza di Yair e Myriam. Entrambi sposati e con una famiglia, si incontrano per caso ad una riunione tra ex compagni di scuola, dove Yair non può fare a meno di notare Myriam e di scriverle la prima, tremante, febbrile lettera in cui la supplica di accettare una corrispondenza in cui entrambi possano cedersi l’uno all’altro, raccontandosi senza filtri, ma senza mai rovinare un incanto che, come per Kafka e Milena, è destinato a restare solo platonico.
Ben presto tale corrispondenza diventa un’esigenza per entrambi, con tutte le difficoltà di una relazione tra sconosciuti che però sentono di appartenersi, senza mai essersi frequentati.

 

Frugare dentro se stessi attraverso l’altro

Nell’omaggio che Grossman offre all’opera di Kafka, appare evidente quanto abbia voluto mantenere delle somiglianze con il testo originale, innanzitutto per la forma epistolare in cui leggiamo solo le lettere dell’uomo (le lettere di Milena, infatti, non furono mai pubblicate), in secondo luogo per la tipologia di rapporto venutosi a creare tra i protagonisti e, in ultimo, per la ferita profonda aperta in entrambi i casi dalla relazione con l’altro.
Milena era stata una temibile lama per Kafka, aveva letteralmente squarciato il velo che teneva chiuso l’autore nel suo mondo, lontano dalla realtà, chiuso nei suoi tormenti e nelle sue ossessioni. Milena gli aveva offerto la possibilità di amare qualcuno al punto da guarire sè stesso, costruendo un ponte verso l’universo dell’altro per comprendere la vivibilità della vita.
Per Yair e Myriam accade lo stesso, si scoprono poco alla volta dinnanzi all’altro, in un gioco di seduzione in cui ad un tratto si svela la natura complessa e intensa di lei, che è una donna diversa dalle altre ed è l’unica a poter dare a Yair la forza per stravolgere completamente la sua vita.
Eppure, come spesso accade, ci si ritrova a frugare dentro sè stessi al punto da squarciarsi a metà e creare una distinzione netta tra il prima e il dopo, in un processo sofferto e doloroso in cui si va a scandagliare ogni centimetro del proprio essere, che cambia le cose per sempre senza la possibilità di tornare indietro.

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