Sì alla pillola di emergenza per le minorenni: ecco uno sguardo di insieme sulla contraccezione in Italia

Le ragazze minorenni non avranno più bisogno della prescrizione medica per acquistare la pillola dei 5 giorni dopo.

Il dibattito su tematiche come l’aborto e la contraccezione, nel 2020 è sentito e acceso tanto quanto negli anni 70, accogliendo opinioni favorevoli e non. Tantissimi sono stati i passi e avanti e molteplici le iniziative che hanno portato l’Italia ad ammettere la completa libertà degli esseri umani circa le proprie scelte personali e private, strettamente attinenti alla propria sfera intima, riconoscendo così l’impenetrabilità del libero arbitro di ognuno. Pochi giorni fa, l’AIFA, ha acconsentito alla messa per iscritto di un’ulteriore grande svolta, che, questa volta, riguarda la contraccezione di emergenza e l’erogazione di questa alle minorenni, sollevando non pochi dubbi nei più conservatori, e un sospiro di sollievo in chi vede in questa riforma un grande segno di civiltà.

I passi avanti

Per comprendere la portata innovativa di ciò che è accaduto pochi giorni fa è necessario chiarire cosa sia la contraccezione di emergenza: la pillola del giorno dopo o dei 5 giorni dopo può essere assunta dalla donna subito dopo un rapporto a rischio di gravidanza indesiderata, non oltre 72 o 120 ore dopo questo. Proprio per i presupposti di necessità e urgenza che rendono idoneo l’utilizzo di questo metodo contraccettivo (che non può e deve rappresentare un’alternativa ai metodi contraccettivi normalmente utilizzati, come raccomandato dai ginecologi), l’erogazione e l’accesso alla pillola può essere fatto recandosi semplicemente in farmacia. Quello che fino a poco tempo fa rappresentava una sorta di ostacolo sotto alcuni punti di vista alla semplicità di accesso a questa forma contraccettiva era rappresentato da una previsione dedicata alle ragazze minorenni che ne avessero avuto bisogno. Sul sito web del ministero della salute si legge infatti che, fino ad oggi, per le pazienti di età pari o superiore a 18 anni il farmaco non è soggetto a prescrizione medica, al contrario di ciò che avveniva per le pazienti minorenni. Questo passaggio rischiava di falsare un po’ la decisione che più che libera e facile, rischiava di essere ostacolata da un eventuale imbarazzo delle giovani donne a rischio di una gravidanza non desiderata, molto spesso spaventate da eventuali giudizi  (immotivati) nei loro confronti e limitate nel compiere una scelta autonoma davanti ad un percorso più difficile, con tutte le conseguenze che ne derivano. Per questo, la notizia dell’eliminazione della prescrizione medica anche per le minorenni ha soddisfatto molti, rappresentando come riportato dal Direttore Generale AIFA, Nicola Magrini, uno strumento etico e ancora una svolta per la tutela della salute fisica e psicologica delle adolescenti. Come è naturale pensare, nonostante la grande contentezza mostrata da associazioni come Luca Coscioni e Amica sempre allineate con politiche di questo genere, altre come l’Azione Cristiana Evangelica si sono mostrate del tutto contrariate e in disaccordo con questa novità. Per scansare le ombre gettate dai dissenzienti è stato stabilito che, tutte le giovani donne in contemporanea alla somministrazione del farmaco, saranno idoneamente informate sugli effetti dello stesso, in modo da assicurare non solo una scelta libera ma anche consapevole.

Contraccezione in Italia: gratis o no?

La contraccezione è un diritto? Forse definirlo diritto pare troppo innovativo ma in effetti, in perfetto accordo con la nuova modifica, l’ OMS ha più volte ribadito che tutte le donne e le ragazze a rischio di gravidanza non intenzionale hanno il diritto di accedere alla contraccezione di emergenza per la quale non sussistono controindicazioni mediche assolute all’uso e limiti di età. Ma per la contraccezione in generale come funziona in Italia? E’ curioso vedere che in realtà seppur il legislatore abbia cercato di assicurare l’accesso a tutti alla contraccezione attraverso la legge 405/1975 e 194/1978, questo di fatto non sia mai avvenuto. Nella prima norma in particolare, in contemporanea con l’istituzione dei consultori femminili, si prevede che l’onere delle prescrizioni di prodotti farmaceutici va a carico dell’ente o del servizio cui compete l’assistenza sanitaria e che le altre prestazioni previste dal servizio istituito con la presente legge sono gratuite per tutti i cittadini italiani e per gli stranieri residenti o che soggiornino, anche temporaneamente, su territorio italiano, garanzia estesa poi dalla successiva legge anche ai minori. Peccato che questa previsione di gratuità dei metodi contraccettivi prevista dalla legge sia rimasta solo sulla carta poichè la competenza circa la distribuzione è passata alle Asl e alle singole regioni, determinando delle vere e proprie differenze di approccio alla materia da luogo a luogo. Per questo se in alcune regioni ci si è allineati a ciò che ha inizialmente previsto la legge, in molte altre, per ragioni legate alle scarse risorse economiche, la contraccezione rappresenta ancora un lusso per pochi, non essendone prevista la gratuità. Un caso esemplare per tutti gli altri successivi è rappresentato dalla Puglia, la prima tra le regioni che nel 2008, sotto la giunta Vendola, ha assicurato la  gratuità dei contraccettivi di fascia C alle donne sotto i 24 anni, a quelle che hanno già abortito, alle donne nel periodo post parto, alle immigrate senza permesso di soggiorno, alle neocomunitarie e a tutte le donne di famiglie con esenzione del ticket. Su questa linea si sono mosse anche le altre regioni italiane, come Emilia Romagna, Lombardia , Toscana, ma molte rimangono ancora fuori, restituendo un panorama frammentato che non assicura uguaglianza a tutte le cittadine.

L’Italia e l’aborto

La legge 194/1978, se la storia italiana fosse un libro, sarebbe la pagina di un nuovo capitolo. Sì, perchè quella legge ha cambiato non solo il futuro di migliaia di donne, ma anche la coscienza collettiva: ha riconosciuto la libertà delle donne in quanto padrone del proprio corpo e delle proprie scelte, libere di programmare il proprio proprio avvenire, ha dato la possibilità alle donne di tutta Italia di autodefinirsi, sradicandole dal loro ruolo cristallizzato di sole madri in cui la società per troppo tempo le aveva incastrate.  Fino a quell’anno infatti, l’aborto era ex art.545 del codice penale un reato e la donna che sceglieva di interrompere la propria gravidanza una colpevole. Retaggio, questo, sicuramente proveniente da una cultura diversa da quella di oggi, fortemente influenzata alle volte da precetti religiosi, ancora legata alla convinzione di identificare l’aborto come una sorta di omicidio.

Dopo una lunga attenzione da parte dei media e le pressioni di un femminismo sempre più dirompente, il 22 maggio 1978 apparì in gazzetta ufficiale la legge che ha segnato un’epoca, garantendo alla donna di poter, a determinati requisiti, scegliere di interrompere la gravidanza. Non fu un percorso semplice quello che portò alla conquista del riconoscimento di questo diritto, ma una strada piena di ostacoli in cui sicuramente le stesse femministe di quegli anni rappresentarono il vero motore: molte di loro si autodenunciarono alle autorità per aver abortito, un atto di coraggio ma soprattutto un monito per le istituzioni proveniente da chi più di tutti poteva capire la delicatezza dell’argomento, le stesse donne. La legge prevede  oggi la possibilità di provocare l’aborto entro i primi 90 giorni di gestazione per motivi di salute, economici, sociali o familiari. Non si discute sulla giustizia o bontà della scelta, ma quello che di grande compie la legge 194 è riconoscere la libertà di scelta, che in uno stato di diritto deve essere tutelata.

Il corpo è mio,  e lo gestisco io.

 

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