Che si sia visto il film, letto il libro, o nessuno dei due, è impossibile non conoscere la pietra miliare che è diventato the Shining negli anni.
Tratto dal romanzo del 1977 di Stephen King, viene portato sul grande schermo da Kubrik tre anni dopo, il risultato provocherà un enorme dissenso in King che non ha mai tollerato l’adattamento del regista sin dal principio.
“Il libro è caldo, il film è freddo. Il libro finisce nel fuoco, il film nel ghiaccio. Nel libro c’è un vero e proprio arco narrativo nel quale Jack Torrance è una brava persona e solo poi, lentamente, si muove in questo posto nel quale perde il senno. Per quanto mi riguarda, quando ho visto il film, ho trovato Jack completamente pazzo dalla prima scena.”

Jack Torrence è un ex scrittore disoccupato che accetta un lavoro invernale come guardiano di un hotel, il quale risulta essere teatro di oscuri eventi.
Fin dal principio veniamo a sapere che la struttura è stata edificata sui resti di un cimitero indiano e, come se non bastasse, anni prima il guardiano stagionale uccise moglie e figlie.
Naturalmente a Jack questo non importa: ritiene il lavoro un ottimo modo per guadagnare ed avere il tempo e la serenità per scrivere il suo romanzo.
Ma il suo piano non risulterà così lineare come credeva.
Il figlio comincia a sentire queste famigerate presenze, la madre urla isterica, e Jack manifesta i primi segni di squilibrio, non riuscendo ad andare oltre le 6 parole di cui riempie pagine e pagine di “romanzo”: “il mattino ha l’oro in bocca”.
Molti sostengono che l’albergo sia maledetto, o che non sia veramente un albergo ma qualcosa di molto più sinistro, ancorato ad un vita propria, un essere senziente in tutti i suoi aspetti.
Le sue origini come cimitero indiano potrebbero aver portato una maledizione sulla struttura: questa atto di profanazione potrebbe essere stato inteso come un atto sacrilego.

Jack accetta l’incarico principalmente per completare il romanzo, l’isolamento, secondo lui, è proprio quello di cui ha bisogno.
Un aspetto estremamente ambiguo dell’opera è l’origine dell’isteria di Jack, la quale non viene fatta comprendere chiaramente fino in fondo.
È risaputo che Kubrik sia un regista che predilige lavorare più per immagini che per dialoghi, lasciando allo spettatore il compito di seguire le briciole e decifrarne il significato, ma, se da un lato ciò porta all’acquisizione di una personale interpretazione valoriale e morale, rendendo l’osservatore partecipe degli eventi, dall’altro genera una serie infinita di teorie, senza un vero e proprio filo conduttore.
Allora l’isteria di Jack è causata dalla depressione? Oppure dal forte isolamento che circonda l’albergo? Sarà l’inverno rigido, che lo porta a lasciarsi andare, volendo uccidere la sua famiglia? Arrivati a meno di metà film si nota come sia palese che dà lì a poco Jack cercherà di commettere un duplice efferatissimo omicidio. Come già detto, sono infinite le teorie che circolano a riguardo, c’è chi pensa che i personaggi da lui incontrati, come ad esempio il vecchio guardiano (l’omicida) ed il barman, non siano realmente gli spettri dei defunti, bensì antiche presenze indiane che prendono le sembianze di ciò che è stato, condizionando la mente di Jack.
Ma la domanda principale è “perché?” Perché un uomo che dovrebbe essere sano di mente a cui è stato affidato un incarico così importante dovrebbe impazzire di punto in bianco? Perché proprio all’Overlook Hotel?

Facendo una lettura più approfondita, e confrontando il film con il romanzo, viene spontaneo domandarsi se questi spiriti siano veramente la causa della sua pazzia, o se piuttosto il problema vero e proprio sia la sua incapacità di portare avanti il lavoro del suo romanzo, il senso di inutilità nel confrontarsi con la propria incapacià, quando ad uno scrittore, un artista, un creatore, viene meno la linfa vitale della creazione, scaraventandolo nell’oblio del vuoto.
Il blocco dello scrittore è una condizione perennemente attuale in qualsiasi epoca, in qualsiasi circostanza, non importa che il protagonista sia un regista, uno scrittore, un copywriter, un blogger … a volte si presenta come un vuoto totale: sembra impossibile collegare due parole una dietro l’altra, la reazione classica è un misto di rabbia e frustrazione: i primi sintomi del nostro Jack.
OK, voi direte, ma Jack non è mica l’unico a sentire e vedere questi spiriti, certo, è il primo, ma se il problema cardine fosse realmente l’incapacità di scrivere, perché anche gli altri personaggi vengono influenzati dalle visioni?

Tutti i protagonisti sono stati avvertiti all’inizio del film della natura oscura del luogo, sarebbe quindi possibile che il convivere isolati, a contatto con unicamente le loro follie gli abbia fatto solamente immaginare gli eventi avvenuti, Jack è il primo a vederli, Danny (il figlio) li ha conosciuti grazie al cuoco, e la sua “luccicanza” non sembra troppo diversa da un disturbo psicologico.
Pazzia di gruppo? Forse …
Aggiungetela alla sfilza delle teorie senza un filo conduttore.

Alice D’Amico

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