Un processo attivo fuori controllo

La memoria è un processo attivo. Noi siamo quello che ricordiamo e spesso questo non è affidabile perché mediato dal nostro essere. Sempre più spesso – e non si tratta di una patologia – si assiste alla creazione di falsi ricordi, autobiografici e non. Nel caso di testimonianze in tribunale possono anche mettere in guai seri persone potenzialmente innocenti. Si è pronti a giurare su fatti non accaduti perché convinti della loro verità. In questi casi la macchina della verità serve a ben poco perché il punto è nella nostra testa.  Si parla di veri e propri inganni della mente che la nostra coscienza accetta fiduciosa senza distinguere i ricordi illusori da quelli legati a informazioni effettivamente percepite. Passiamo da volti in caso di crimini verso cui non rivolgiamo la giusta attenzione perché catturati dall’arma usata. Semplici parole che ricordiamo di aver sentito pronunciare, a veri e propri ricordi riguardanti la nostra infanzia. Numerosi esperimenti si sono susseguiti per capire quali tecniche interagiscono e influiscono sulle false memorie. Il mancato focus attentino e l’inserimento di un oggetto plausibile sono tra i più insidiosi. 

La verità dettata da basi neurali

Il nostro cervello distingue benissimo i due tipi di ricordi, come hanno appena scoperto l’americano Michael Stadler e l’italiana Monica Fabiani. Sono riusciti a individuare un meccanismo sperimentale che consente di riconoscere i due tipi di memorie dal punto di vista dell’attività cerebrale. La differenza è tutta in una “firma sensoriale”, la traccia lasciata dai nostri sensi quando l’informazione è stata registrata durante lo svolgimento di un evento reale. Se l’informazione è vera, al momento di recuperarne la memoria la traccia sensoriale si riattiva, ed è possibile rilevare l’attività cerebrale a cui è collegata. Informazioni dettagliate da più sensi si attivano nelle zone del nostro cervello, fatto che con le false memorie non avviene. I ricordi illusori evocati nel corso di esperimenti riguardavano parole tranello, legate per associazione a quelle realmente vedute. Leggendo le parole “buio”, “notte” e “cuscino”, ad esempio, era facile credere di aver letto anche il vocabolo “sonno”, poiché la memoria lavora anzitutto per associazioni. Ecco che una nuova traccia semantica si “accende” nel nostro cervello.

Una famiglia distrutta da ricordi falsi

In un famoso processo, Gary Ramona, un importante manager vicepresidente della compagnia di vini californiani Mondavi, dovette difendersi dall’accusa di avere abusato sessualmente della figlia Holly quando era piccola. I ricordi emersi nella mente della giovane grazie a sedute di psicoterapia vennero inizialmente usati come prove schiaccianti. Holly, diciannovenne, si recò in terapia per un disturbo alimentare. Iniziò la terapia e durante il trattamento la terapeuta le suggerì che la sua bulimia deriva da un abuso sessuale del padre che aveva subito durante la sua infanzia. Fatto che Holly non ricordava all’inizio delle sedute. Poco dopo, per effetto del costante messaggio e dei trattamenti farmacologici antidepressivi che diminuivano le capacità di analisi critica finì per convincersi che le cose stessero così. Nonostante non ci fosse alcuna prova valida, la madre radunò le altre sue figlie e le informò sulle sconvolgenti rivelazioni. Queste rivelazioni divisero la famiglia, portandola ad un processo che fu molto discusso. L’accusa cadde sulla terapeuta, ma la famiglia era ormai distrutta.

La fondazione americana dei falsi ricordi

A Filadelfia, negli USA, è attiva un’organizzazione denominata False Memory Syndrome Foundation (FMSF) che ha assistito e garantito i diritti legali di decine di migliaia di persone sottoposte a particolari trattamenti psichiatrici e psicologici che le hanno condotte a creare memorie che non gli appartenevano. Alla fondazione hanno aderito alcuni dei massimi scienziati in materia di memoria tra cui Elizabeth Loftus che ha scritto un libro sulle memorie represse di abusi sessuali infantili. L’associazione ancora oggi tutela le perone vittime di questi errori della mente proteggendone le testimonianze e promuove sempre nuove tecniche per la ricerca di nuove tecniche di riconoscimento tra ricordi veri e falsi. 

Francesca Morelli

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