Shigetaka Kurita al MoMa: quando gli emoji diventano arte

Da qualche tempo le iconiche figure create da un designer nipponico negli anni ’90 sono al centro di una radicale riflessione sull’arte, destinata a rivoltarne le fondamenta.

le immagini originali del designer Shigetaka Kurita, da cui derivano gli emoji attuali

Tutti noi conosciamo le centinaia di faccine colorate che popolano lo schermo del nostro smartphone: facce timide con le guance arrossate, visi che piangono dal ridere o hanno cuoricini al posto degli occhi. Ogni utente digitale ne fa costantemente uso per esprimere in maniera chiara ed immediata l’intonazione del discorso, l’emotività del momento o per entrare in empatia con il ricevente. Pochi invece sanno che il MoMa, faro internazionale dell’arte contemporanea, ha recentemente acquistato i 176 modelli originari degli emoji ideati dall’artista Shigetaka Kurita per il colosso delle telecomunicazioni NTT DoCoMo e, come se non bastasse, ha organizzato una importante mostra interattiva.

Un acquisto inatteso

il 27 ottobre 2016 il sito ufficiale del museo annuncia ufficialmente l’acquisto suscitando grande interesse da parte delle più importanti testate americane(New York Times, Forbes, Rolling Stones, tanto per dirne alcuni…) e attirando fin da subito un grande numero di critiche, talvolta feroci.

“Una volta, il Museum of Modern Art di New York era un tempio di lavoro profondo e serio, ma nell’acquisire emoji, si è unito alla corsa verso il basso “

afferma il Guardian. Effettivamente non ci si spiegava perché un museo che custodisce opere di valore inestimabile ad opera dei più ammirati autori del ‘900 abbia proceduto all’acquisto di un prodotto così prosaico, kitsch e, in definitiva, poco estetico. Design digitale contro Arte, cultura Pop contro elitarismo intellettuale, immagini quotidiane contro accademismo.

La collezione del MoMa

 

 

Fin dalla sua fondazione, il MoMa si è distinto in merito all’espansione del concetto di arte tradizionale includendo nelle sue raccolte anche materiali nuovi, oggetti di consumo e idee d’avanguardia. Infatti, oltre alla collezione pittorica e scultorea, il museo dispone di una fondamentale collezione alternativa che comprende progetti architettonici, oggetti di design domestico e industriale, fotografie, filmati, videogiochi, illustrazioni e molto altro. L’intento è quello di superare gli ordinari confini imposti dall’accademia e dalle Belle Arti.

La mostra

 

L’esposizione consisteva in una serie di 176 rettangoli di carta da parati appesi su una superficie murale dipinta di grigio. Su questi umili sfondi era illustrata la collezione degli emoji nella sua integralità. Essi avevano la grandezza di un volto umano ed erano fissati all’altezza degli occhi dello spettatore. In questo modo si permetteva un dialogo serrato e diretto con il pubblico. nonché un iniziale disorientamento, necessario all’attivazione della pratica di rivalutazione dell’oggetto.

L’evento appare significativo anche dal titolo: The Original Emoji, by Shigetaka Kurita. Esplicitare in modo così diretto il nome e il cognome del desginer vuol dire dare merito al suo ruolo inventivo e alla grande originalità del suo lavoro. Significa dare risalto ad un nome che è di solito lasciato nell’ombra. Quando si è di fronte ad un importante quadro o ad una famosa scultura viene quasi naturale chiedersi chi sia l’autore. Non altrettanto lo è quando ci relazioniamo ad un’opera di design. L’attività creativa di questa materia è spesso misconosciuta eppure, pur rispondendo ad altri scopi, non può considerarsi meno importante. Il concetto di integrazione fra arte e design risale almeno a 150 anni fa, ma le associazioni museali sembrano particolarmente lente ad assimilarlo.

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