Qual è il valore del viaggio? Ce lo insegnano l’Odissea e Lo Hobbit

Una considerazione sul valore simbolico e paideutico del viaggio.

Il libro de Lo Hobbit, oltre ad essere un avvincente racconto fantasy e di avventura, ci insegna ad apprezzare le tortuosità della vita.

Lo Hobbit, la trama

Le grandi e avventurose vicende de Lo Hobbit – pubblicato per la prima volta nel 1937 da J. R. R. Tolkien – si aprono con Bilbo Baggins, un personaggio nient’affatto grande e avventuroso, direi letteralmente: Bilbo Baggins è un Hobbit, una delle tante razze illustrate da Tolkien nelle sue storie, singolare per le dimensioni minute e per il passo incredibilmente leggero – gli Hobbit sono infatti abilissimi ladri, cosa che non si direbbe dati i piedi grandi e tozzi -. Inoltre Bilbo Baggins è un Hobbit inguaribilmente pigro. Da ciò possiamo immaginare la sua enorme sorpresa quando, proprio nel momento in cui stava placidamente fumando la sua pipa seduto davanti alla sua bella e comoda casa, uno Stregone di nome Gandalf il Grigio – esattamente lo stesso incantatore che comparirà ne Il Signore Degli Anelli, la cui storia è ambientata una sessantina di anni dopo Lo Hobbit – si presenta alla sua soglia invitandolo a seguire lui e i suoi compagni di viaggio in un’avventura. Non c’è neanche da stupirsi se il povero Bilbo, non avvezzo a questo genere di cose, rifiuta l’invito dello Stregone che scaccia via in malo modo. Nonostante il forte diniego, il giorno successivo lo Hobbit si trova forzatamente ad aver a che fare con i compagni di viaggio di Gandalf, dei Nani capeggiati dal principe Thorin Scudodiquercia, i quali gli spiegano perché hanno tanto bisogno di lui nell’avventura: in passato i Nani non vagabondavano come in quel momento, ma anzi abitavano in un luogo molto antico e di capitale importanza per la Terra di Mezzo, Erebor, un enorme monte con una posizione altamente strategica e pieno di inimmaginabili ricchezze accumulate nei secoli dai Nani. Un malaugurato giorno avvenne che il drago Smog, per natura avido di ricchezze, si impadronì della montagna, sicché i Nani dovettero abbandonare la loro casa. Il compito di Bilbo sarebbe solo quello di usare la sua dote di scassinatore per entrare nella montagna di soppiatto e rubare una certa cosa dal tesoro del Drago: constatata la difficoltà dei Nani, Bilbo accetta di seguirli in questo viaggio per tutta la Terra di Mezzo fino ad Erebor. Il viaggio si rivelerà sin da subito difficilissimo, e saranno innumerevoli i nemici e gli ostacoli di cui la compagnia si dovrà liberare. Affrontano Troll, Orchi, Lupi Mannari, Gollum – la creatura che ricomparirà in LOTR e a cui Bilbo sottrae l’anello che rende invisibili – Ragni Giganti, Elfi Silvani, incontreranno il re mezzo elfo Elrond che li aiuterà e li rifornirà: tutti questi viaggi feriscono, ma allo stesso tempo temprano Bilbo che dapprima terrorizzato e insicuro diviene saldo e coraggioso. Dopo svariate peripezie la compagnia giunge ad Erebor, e Bilbo dopo essersi infiltrato nei recessi del monte fa l’errore di svegliare Smog, da cui riesce a salvarsi solo grazie all’Anello. L’offesa che Bilbo e i Nani hanno arrecato al Drago spinge quest’ultimo ad uscire dalla montagna per distruggere il villaggio di Città del Lago, protetto da Bard l’Arciere che riesce a uccidere la bestia colpendola con una freccia in un foro tra le fitte scaglie. La situazione sembra risolta, il Drago è morto e si può cercare l’Arkengemma – quel cimelio preziosissimo per cui erano venuti, simbolo del potere del Re dei Nani – la quale però è stata sottratta da Bilbo – : sfortunatamente la storia è ben lontana da una conclusione poiché gli Uomini del Lago e gli Elfi Silvani, accertata la morte del mostro, muovono gli eserciti contro la montagna per conquistarla e trafugarne le ricchezze. La piccola compagnia viene soccorsa da un più ampio esercito di Nani, giunti per reclamare Erebor; ma non è finita qui. All’improvviso sopraggiunge anche l’esercito degli Orchi a scontrarsi con le altre Razze: si ha dunque la battaglia dei Cinque Eserciti, dove si registrano perdite ingentissime, anche tra le fila dei Nani: Fili, Kili e lo stesso Re Thorin vengono uccisi. La battaglia giunge ad un termine col trionfo di Dàin, nuovo re dei Nani, a cui Bilbo riconsegna l’Arkengemma. Dunque l’avventura è finita, e Bilbo e Gandalf tornano insieme ad Hobbiville, dove l’intero paese ha creduto Bilbo morto, per cui ha iniziato a vendere tutti i suoi averi all’asta. In un finale comico Bilbo riesce ad appropriarsi della maggior parte dei suoi beni, ma capisce che il bene più grande è stato l’avventura che ha vissuto coi suoi compagni Nani, avventura che lo ha fatto sentire davvero vivo e artefice del suo destino.

Odissea, la trama

Sebbene l’Odissea sia, insieme all’Iliade, uno dei testi fondativi e maggiormente conosciuti della nostra civiltà occidentale, è comunque opportuno mettere in luce i punti salienti della trama, anche e soprattutto per far emergere la fondamentale somiglianza tra i due modelli narrativi del poema omerico e de Lo Hobbit – modelli intesi come li intendeva il critico letterario Cesare Segre, ossia come quello schema basilare in cui la trama, spogliata di quelli che sono degli ornamenti stilistici, si dipana mantenendo i suoi nessi fondamentali -. Forse per correttezza e completezza informativa è anche il caso di dire preliminarmente che non è affatto strano che un romanzo come Lo Hobbit e l’Odissea siano così affini: non è una scoperta di ieri che il modello fondamentale per il genere del romanzo, sia antico che moderno, è l’anzi menzionato poema omerico, appunto. Esso presenta una trama conchiusa rispetto all’Iliade che noi conosciamo, la quale terminava con il finale aperto dei funerali di Ettore, senza menzionare la distruzione della città che poi era il vero scopo degli Achei – questo tema doveva essere narrato nella Distruzione di Ilio, uno dei Poemi del Ciclo -; oltre a ciò, l’Odissea è una delle opere letterarie più antiche che spostino un focus attento sulle vicende esteriori ed interiori di un solo personaggio – il focus dell’Iliade si sposta su una moltitudine di personaggi -, Odisseo, il cui singolo nome addirittura dà il titolo all’opera. Può rendere perplessi, dopo aver fatto questa premessa, che l’inizio del poema non presenti immediatamente le vicende dell’eroe protagonista: i primi quattro libri dell’opera, che costituiscono la cosiddetta sezione della Telemachia, trattano delle vicende che accadono nell’isola di Itaca a Telemaco il giovane figlio di Odisseo, il quale manca da casa da venti anni ed è oramai creduto morto dai più. Tra questi figurano sicuramente i pretendenti di Penelope, moglie di Odisseo, i quali vogliono sposare la regina per regnare sull’isola, ma che nel frattempo abusando del loro diritto di ospitalità depredano i viveri della corte, maltrattano schiavi e schiave e minacciano Telemaco, il quale vorrebbe ribellarsi all’autoritarismo dei principi greci che, teoricamente, non dovrebbero esercitare alcun potere nella sua terra, ma che di fatto tengono in coltello dalla parte del manico. Letteralmente. I pretendenti di Penelope sono infatti armati fino ai denti e tutt’altro che intenzionati ad abbandonare la corte. Telemaco parte per diverse località della Grecia col fine di interrogare alcune delle personalità protagoniste della guerra di TroiaNestore, Menelao e addirittura Elena, la ragione dello scoppio della guerra! – su dove possa trovarsi suo padre che, ne è certo, è sicuramente vivo da qualche parte. Alla fine della Telemachia inizia la sezione della Feacide, in cui la vera star dell’opera, Odisseo ovviamente, dopo aver fatto naufragio si  ritrova sull’isola di Scheria, dove abita il felice popolo dei Feaci: per farla breve è questa la sezione in cui Odisseo incontra la principessa Nausicaa, la quale conduce lo straniero alla corte del re Alcinoo e della regina Arete i quali gli accordano ospitalità e, per vie traverse, scoprono la sua vera identità. A questo punto della narrazione l’eroe narra quanto avvenutogli negli ultimi dieci anni in cui ha dovuto affrontare ogni sorta di ostacolo – la dea Calipso che lo ha trattenuto nella fatata isola di Ogigia per sette anni, la dea Circe, Scilla e Cariddi, le Sirene, il ciclope Polifemo, i Lestrigoni, i Mangiatori di Loto, l’ostile dio Poseidone – pur avendo ricevuto degli aiuti importanti – da parte del dio Eolo che aveva donato all’eroe e alla sua ciurma un otre pieno dei venti necessari per ritornare a Itaca, dal fantasma di Tiresia, dalla dea Ino e da Atena Glaucopide -; la narrazione scuote molto i re di Scheria, i quali si offrono di aiutare l’ospite a fare ritorno in patria. Una volta tornato ad Itaca, dopo diversi eventi in cui avviene il riconoscimento di Odisseo da parte di servi, della nutrice Euriclea e del cane Argo, l’eroe grazie all’aiuto del porcaio Eumeo e di Telemaco assassina i pretendenti – che avendo scoperto che Penelope li aveva raggirati col celebre inganno della tela volevano costringerla a sposare uno di loro – riprendendo il controllo nella corte. Ma sebbene Odisseo abbia ora un saldo controllo sul suo palazzo, rischia di perdere tutto per la vendetta che i parenti dei pretendenti reclameranno a sfavore della casa reale: nonostante l’esitazione, l’eroe si riconcilia con le famiglie dei principi, concludendo l’opera.

Euploia, buon viaggio!

Da quando è possibile documentarlo tutte le civiltà, dunque tutti gli uomini, hanno viaggiato. Da est ad ovest, da sud a nord e viceversa non siamo mai stati fermi, abbiamo attraversato regioni anche diversissime per clima e popoli, all’occorrenza vi ci siamo stabiliti e seppur con difficoltà ci siamo anche adattati: una testimonianza convincente del nostro dinamismo e duttilità. Ecco, anche Lo Hobbit e l’Odissea – seppur in modi diversi – ci insegnano che la vita è un viaggio, e che sognare o pensare di avere una vita stabile o fissa è irrealistico, o quantomeno molto raro. Ciò non è negativo di per sé: il viaggio/movimento – che può essere considerato in senso concreto o astratto – ci insegna che fuori dalla nostra comfort zone c’è dell’altro che come in Lo Hobbit e l‘Odissea può essere spaventoso o addirittura nocivo, ma che d’altronde può anche giovare ed essere utile. Nell’Odissea abbiamo la testimonianza del percorso di un uomo particolarmente astuto e favorito dagli dèi, ma pur sempre solo nel suo percorso, che, dopo aver visto le meraviglie e gli orrori del suo mondo sceglie con cognizione di causa di tornare laddove vivono i suoi affetti più cari: sua moglie, suo figlio, il padre. Ne Lo Hobbit  conosciamo un individuo monotono che lungo l’assetto di un viaggio capisce di essere quello che non avrebbe mai creduto, e dopo questa esperienza si ritira alla sua vita di tutti i giorni cambiato, arricchito per così dire. Possibilmente Lo Hobbit, profondo debitore del racconto omerico o comunque epico di viaggio, compie un passo in più rispetto all’illustre precedente dando un insegnamento prezioso: non bisogna mai accontentarsi, la vita è un viaggio avvincente, basta viaggiare coi compagni giusti!

Questa è la storia di come un Baggins ebbe un’avventura e si trovò a fare e dire cose del tutto imprevedibili.

J. R. R. Tolkien, Lo Hobbit

 

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