“Shark 2 – l’abisso”: ripercorriamo gli argomenti scientifici trattati dal nuovo film di Ben Wheatley

I due film basati sui romanzi di Steve Alten non trattano solo di supersquali, ma anche di altre pillole scientifiche!

Spendere due ore del proprio tempo per vedere, per di più sul grande schermo, un megalodonte sbranarsi un bel po’ di persone potrebbe non essere l’idea di ‘sabato sera perfetto’ di molti. Tralasciando il sangue, le sparatorie e le uccisioni però, “Shark 2 – L’abisso” tratta numerosi argomenti cari alla ricerca scientifica. In questo articolo parleremo non solo di squali, ma anche di tutto ciò che gli oceani celano ancora ai nostri occhi.

Il film

Nel 2018, era già uscito “Shark – Il primo squalo”, film nel quale un team di biologi marini e scienziati, sulla stazione “Mana one”, aveva iniziato a studiare il fondale marino oceanico e gli organismi ivi residenti. In una missione di salvataggio, l’esperto esploratore marino Jonas Taylor, sceso nelle profondità della Fossa delle Marianne, prova l’esistenza di una specie animale ritenuta estinta: i megalodonti.

La pellicola del 2023, riparte dalla scoperta che, sotto una spessa nuvola chiamata termoclino, esiste un habitat inesplorato e ricco di specie marine ancora sconosciute alla scienza. È proprio qui che vivono i megalodonti (o MEG), insieme a numerosissimi altri animali dei fondali oceanici.

Esplorando nuove sezioni della parte più profonda della Fossa delle Marianne, Jonas Taylor e gli altri protagonisti scoprono la presenza di una base sottomarina, fuori dalla giurisdizione internazionale, che sfrutta il fondale per tornaconti personali. L’attività di sfruttamento viene svolta ad insaputa del team di scienziati, scesi nelle profondità con il solo fine di studiare e preservare la biodiversità marina.

Il termoclino

I due film nei quali i megalodonti sono i protagonisti si basano su una ipotesi. Il team di scienziati ha infatti ipotizzato che il fondo della fossa oceanica più profonda al mondo fosse fittizio e che, quindi, la depressione in oggetto di studio arrivasse a profondità ancora più elevate di quelle inizialmente previste.

Si scopre, infatti, l’esistenza di quella che assomiglia ad una “coltre di nubi”, al di sotto della quale la fossa continua, nascondendo un nuovo habitat popolato  da comunità marine di profondità mai viste prima. Ciò che il sottomarino oltrepassa sul grande schermo viene chiamato termoclino, ma da un punto di vista scientifico, che cos’è esattamente?

I raggi solari assorbiti dalla massa d’acqua superficiale determinano un innalzamento della temperatura degli oceani. Gli strati a contatto con l’atmosfera assorbono più radiazione solare, mentre quelli più profondi tendono ad assorbirne di meno. La variazione della temperatura dell’acqua che ne deriva, comunque, non segue esattamente la quantità di calore che viene assorbita. Il vento rimescola le masse di superficie facendo “salire” l’acqua più fredda e facendo “scendere” quella più calda. Questo moto delle colonne marine fa sì che la temperatura dei primi strati resti costante.

Questo fenomeno vale, però, fino ad una certa profondità, alla quale invece la temperatura dell’acqua descresce in modo repentino. Si è davanti ad una zona di transizione chiamata, appunto, termoclino. Al di sotto di questa zona, la temperatura ritorna nuovamente ad essere costante, anche se rimane decisamente molto più fredda di quella superficiale.

Come nel film, questo strato transazionale è ben riconoscibile. Succede, infatti, che se la variazione di temperatura registrata è abbastanza brusca, il termoclino sia visibile ad occhio nudo, assomigliando ad una lastra di plastica, sospesa nel bel mezzo della colonna d’acqua. Il fenomeno, in particolare, è dovuto dalla distorsione dei raggi di luce che lo attraversano.

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Il megalodonte

È il predatore dei predatori, in grado di mangiare chiunque si trovi in acqua e che gli sembri anche solo lontanamente appetitoso. Peccato, o forse meglio dire per fortuna, che però è estinto!

Il titolo del film “Shark” ci dice subito che il megalodonte era una squalo dalle incredibili dimensioni: da ciò che dicono i fossili, questo animale sembrerebbe poter superare i quindici metri di lunghezza e i dieci di diametro. Si ritiene che si sia estinto verso la fine del Pliocene e i primi resti fossili ritrovati risalgono a oltre venticinque milioni di anni fa (Oligocene). Facendo due calcoli, quindi, il megalodonte è vissuto sulla Terra per oltre tredici milioni di anni!

È strabiliante pensare che un animale delle sue dimensioni fosse in grado di mangiare un’odierna balena. Nella sua dieta non mancavano di certo grossi pesci e altre specie di squali all’epoca presenti negli oceani.

Come sappiamo, i due film parlano della presenza indisturbata dei MEG nella Fossa delle Marianne. La scienza, però, sembrerebbe confutare l’ipotesi che animali del genere possano essere ancora in vita, nonostante depressioni profonde quanto quella delle Filippine siano ancora per la maggior parte inesplorate.

La fossa delle Marianne

Nonostante i megalodonti non esistano per davvero e siano solo un lontano ricordo di ciò che un tempo popolava gli oceani, la fossa in cui sono ambientati i romanzi di Steve Alten e le due pellicole cinematografiche, invece, è reale.

The Mariana Trench è la più profonda depressione oceanica del mondo e si estende vicino alle Isole Marianne, tra il Giappone, le Filippine e la Nuova Guinea. Si è formata dall’incontro di due placche tettoniche in una zona di subduzione, lungo la quale si trovano, come si vede anche nel film, numerosi camini vulcanici sottomarini.

Oggi si sa che la fossa è formata da tre profondissimi bacini. In particolare, il punto più irraggiungibile è l’abisso Challanger, situato nella parte più meridionale. Questo abisso prende il nome dalla nave da ricognizione Challenger che, per prima, nel 1875 stimò approssimativamente una profondità di ottomilacentottantaquattro metri, Le successive spedizioni, però, e i numerosi rilevamenti seguiti al primo hanno confermato una profondità di circa undici mila metri.

Le spedizioni

Nonostante sembri impossibile, la prima vera immersione portata a termine con successo fu quella del 23 Gennaio 1960. Dopo la seconda guerra mondiale, le batisfere utilizzate per scendere negli abissi furono sostituite dai batiscafi a propulsione autonoma, tra cui il batiscafo Trieste di produzione italiana che, guidato da due persone, Don Walsh e Jacques Picard, toccò il fondale marino arrivando a  diecimilanovecento metri di profondità.

Dopo questa spedizione ne seguirono altre, evitando però di inviare persone in carne ed ossa, preferendo discese completamente “robotizzate”. Le cose rimasero così fino al 2012, quando il registra James Cameron prese l’iniziativa di diventare il terzo uomo a toccare il fondo della Fossa delle Marianne, a bordo del batiscafo Deepsea Challenger. A lui seguì poi il miliardario Victor Vescovo, nel 2019.

In totale, al mondo, solo ventisette persone possono dire di aver toccato il fondo della Terra, scomparendo in un abisso in grado di contenere al suo interno addirittura il monte Everest.

La biodiversità

Già durante la spedizione del batiscafo Trieste, i due esploratori a bordo descrissero il fondo della Fossa delle Marianne come una distesa bianca – grigiastra ricca di vita pulsante. Nell’acqua limpida, Walsh e Picard riconobbero un animale simile ad una comunissima sogliola e anche qualche diatomea.

Oggi, si stima che nel profondo blu della Mariana Trench vivano quasi ottocento mila specie marine ancora sconosciute alla scienza, a partire da vari batteri a vita libera a quello che viene descritto come “il pesce fantasma”. Questo animale, come dice il nome, avrebbe un aspetto pallido o addirittura trasparente, in grado di nuotare senza nemmeno muovere l’acqua.

Di particolare importanza, va citata una nuova specie di Anfipode della lunghezza di circa cinque centimetri. Questo animale, molto simile ad un gamberetto, sarebbe la testimonizana diretta che l’inquinamento da plastica non riguarda solamente le acque superficiali. È stato chiamato Eurythenes plasticus perchè, nonostante viva a undici mila metri sotto ai mari, nel suo stomaco sono state ritrovate tracce della stessa plastica che si usa giornalmente nelle nostre case.

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