«Per sgomberare CasaPound serve una denuncia», ha detto ieri (21 febbraio) il prefetto di Roma, Paola Basilone, svelando sul Messaggero che il palazzo dell’Esquilino occupato dall’ultra-destra non è mai stato segnalato all’autorità giudiziaria. E che per questo non è in cima alla lista degli immobili da sfrattare con la forza pubblica. «Manca l’ordine di rilascio di un giudice, che può essere emesso solo su denuncia del proprietario», ha chiarito il prefetto. Come a dire, non si sfugge: è questa la condizione necessaria per inserire l’indirizzo di via Napoleone III nella black-list degli sgomberi «prioritari», come prevedono i paletti del Viminale.

Queste le parole riportate da un articolo del Messaggero della settimana scorsa. L’articolo ragiona sul fatto che per sgomberare un immobile privato è necessaria la denuncia del rispettivo proprietario. In mancanza di questa non è possibile agire in alcun modo. Ma ragioniamo meglio non tanto sul significato dello sgombero, quanto su quello dell’occupazione di un’immobile.

Violenza e Nonviolenza

Occupare un immobile (palazzo, casa, scuole) è di per sé un’azione violenta. Un’azione che utilizza la coercizione e la forza fisica per imporre con estrema assertività la propria decisione o visione della realtà. In questo modo si pone in secondo piano la minoranza oppositrice e si dà per scontato che un’azione violenta sia la migliore soluzione al problema.

Di conseguenza per azione violenta si intende quell’azione che non tiene conto delle altre proposte di cambiamento, ma preferisce imporre la propria, anche se non portano a conclusioni positive. L’essenziale è porre in evidenza il fatto che in realtà una decisione è stata presa e che ci potrebbe essere il pericolo che se ne prendano altre. Delle volte questo tipo di soluzioni sono adatte ad alcune problematiche, ma non sempre si adattano con la volontà effettiva di chi le vive dal realmente quelle problematiche, e soprattutto non coincide con l’idea di nonviolenza che ci dovrebbe essere dietro.

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Nonviolenza, non solo un’idea da intellettuali

Con nonviolenza si intende un’idea di libertà religiosa, democrazia diretta, scuola pubblica e pacifismo con iniziative sociali e richiamandosi al metodo della nonviolenza di Gandhi. La nonviolenza è un metodo di lotta politica consistente nel rifiuto di ogni atto che porti a ledere i rappresentanti e i sostenitori del potere cui ci si oppone. Questo non vuol dire che l’azione politica sia limitata, perché di per sé non dovrebbe implicare violenza, ma viene solo pensata in modo differente.

Dietro ciò vi è un’idea ben più complicata di quanto sembri, non del tutto conosciuta da tutti. Il semplice fatto che non sia presente una definizione di azione nonviolenta nell’Enciclopedia Treccani, sta ad esemplificare la realtà che non sia del tutto chiara la concezione di nonviolenza e le sue accezioni pratiche. Non è solo un’idea o un’ideologia, ma un agire quotidiano e perseverante volto al pieno rispetto del prossimo e al trasmettere un messaggio significativo, quello della possibilità di fare politica, e quindi di relazionarsi con l’altro, anche senza utilizzare la violenza.

Un pensatore di frontiera, Aldo Capitini

Fondatore del movimento nonviolento in Italia è stato Aldo Capitini. Un libero pensatore, l’uomo della religione aperta e convinto assertore dell’omnicrazia. Capitini è stato un intellettuale e un uomo d’azione nello stesso tempo poliedrico e controcorrente, ma soprattutto nonviolento. Filosofo e pensatore religioso, Aldo Capitini è stato attivo nella vita pubblica italiana (dagli anni Trenta fino agli anni Sessanta), mantenendo una dialettica aperta tra teoria e prassi e presentandosi con un profilo di «indipendente» rispetto a qualsiasi appartenenza filosofica, politica o religiosa. Teorico della «nonviolenza», si è opposto al fascismo senza partecipare alla Resistenza; animato da un profondo sentimento religioso, si è schierato contro ogni forma di dogmatismo teologico e contro le gerarchie ecclesiastiche.

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Colonna portante della Nonviolenza in Italia, si è adoperato in molti modi per sottolineare l’importanza della nonviolenza in ambito politico e non attraverso delle reali azioni nonviolente. Per esempio la costituzione del primo Centro di Orientamento sociale (COS) a Perugia (personale città natia) in cui si tengono discussioni, aperte a tutti, sulle questioni amministrative e sociali, promuovendo forme di democrazia diretta attraverso la costituzione di consigli di quartiere e centri sociali. Con l’obiettivo di rimarcare l’essenzialità dell’azione nonviolenta organizza la prima Marcia per la pace (Perugia-Assisi) nel 1961, manifestazione che avviene ancora oggi, a cui partecipano migliaia di persone e che diventerà un appuntamento centrale per i movimenti pacifisti.

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La concezione pratica della Nonviolenza

La centralità della dimensione pratica e della militanza politica (come indipendente) non può non avere conseguenze sul terreno dell’elaborazione teorica: in Capitini è infatti assente il rigore concettuale e argomentativo tipico del pensiero filosofico, a favore di un linguaggio metaforico e allusivo, a metà tra esperienza religiosa ed esperienza letteraria, che chiama all’impegno diretto in vista di una profonda riforma spirituale e sociale, religiosa e politica condensata nell’idea di «religione aperta»

Al centro dell’intera opera, teorica e pratica, di Capitini vi è il tentativo di definire la nonviolenza come un modo «positivo» – dunque di resistenza attiva, e non semplicemente passiva – di essere e di agire politicamente: la nonviolenza non è solo un atto di amore aperto a tutti, è lotta e attiva opposizione al male e all’ingiustizia sociale, alle leggi esistenti e alle abitudini consolidate in vista di una tramutazione della realtà fondata sull’educazione alla partecipazione democratica del potere.

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