Molti autori, scienziati e artisti del passato hanno sostenuto che le droghe da loro assunte avessero giocato, in positivo o negativo, un ruolo nelle loro composizioni o scoperte. Due di questi casi, pur antitetici, sono quelli di Charles Baudelaire e Kary Mullis.

“I paradisi artificiali” di Baudelaire

Charles Baudelaire è stato uno scrittore, critico e filosofo francese, fra i più influenti del panorama letterario mondiale. Egli non nascose mai l’utilizzo di droghe (e talvolta l’abuso) durante la sua quotidianità e lo palesò in uno dei suoi scritti più celebri, ovvero “I paradisi artificiali” (“Les Paradis artificiels”). In tale opera, esternò fortemente il suo disappunto verso la credenza secondo la quale le droghe stimolassero la creatività umana, dichiarando che sarebbe triste se avessimo costantemente bisogno di droghe per aizzare il nostro processo immaginativo. Baudelaire descrisse accuratamente l’effetto di determinate droghe che possiedono la capacità di alterare temporaneamente la sfera senso-percettiva e lo stato di coscienza di un soggetto, ma giudica esse inutili (o addirittura dannose) per lo sviluppo creativo.

Mullis e la scoperta della PCR

Kary Mullis è un biochimico statunitense, arrivato all’apice della sua carriera grazie al Nobel per la chimica conferitogli nel 1993, conseguente alla scoperta della PCR (reazione a catena della polimerasi). In una intervista del 1994 per il giornale “California Monthly”, Mullis dichiarò che non sarebbe mai arrivato alla scoperta della tecnica della PCR, qualora non avesse abusato di LSD, forte sostanza allucinogena. Mullis arrivò a sostenere che le droghe assunte nel corso della sua vita, sono state di gran lunga più utili di qualsiasi corso universitario lui avesse mai seguito.

Spunti di riflessione

Vi sono parecchie testimonianze che giudicano positivamente o negativamente l’utilizzo di droghe come stimolante per il nostro sviluppo estroso, molte di queste contraddittorie o complici dell’esaltazione momentanea per sostanze da poco scoperte e sottovalutate. Ad esempio, Sigmund Freud aveva teorizzato (per esperienza personale) che la cocaina potesse essere un efficace rimedio contro l’ansia, la stanchezza e la tensione, ma aveva di molto sottostimato la dipendenza che essa provoca, sostenendone l’effetto contrario. Di certo è noto l’effetto esilarante che molte droghe possono provocare a primo acchito, ma è ugualmente riconosciuto che a lungo andare esse stesse portano effetti collaterali disastrosi e senza dubbio nocivi. Con il progresso della scienza attuale, ha davvero senso sostenere aspetti positivi di droghe pesanti? Magari bisognerebbe soltanto razionalizzare un contesto-tabù?

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