Sex and the city e femminismo: la donna occidentale del nuovo millennio secondo HBO
Il nuovo femminismo raccontato dalla serie TV americana Sex and the city. Le protagoniste di Sex and the city, in ordine: Charlotte York, Carrie Bradshaw, Samantha Jones, Miranda Hobbes Basata sul romanzo omonimo di Candace Bushnell, Sex and the city è una delle prime opere del cosiddetto chick lit, espressione inglese con la quale si definisce quel genere letterario nato negli anni Novanta e rappresentato da scrittrici soprattutto britanniche e statunitensi, che si rivolgono dichiaratamente ad un pubblico di giovani donne, single e in carriera. Ambientata a New York, la serie racconta la vita sentimentale di quattro ragazze, con quattro caratteri completamente diversi e che quindi vivono le proprie esperienze amorose in modi ben differenti. Tra i focus principali della serie ritroviamo lo status delle donne nella società e il loro ruolo nella famiglia, nonché la libertà di espressione sessuale delle stesse. Un’opera significativa sia dal punto di vista sociale oltre che culturale, se pensiamo che gli anni Novanta sono anche gli anni della terza ondata femminista, che muove in maniera totalmente diversa rispetto al passato e spesso proprio attraverso queste forme alternative di espressione culturale e di protesta.

Il sesso e la città (e l’amicizia)

La serie, prodotta da HBO a partire dal giugno 1998, racconta la vita di Carrie, voce narrante, e delle sue amiche Miranda, Charlotte e Samantha. Sullo sfondo newyorkese le quattro percorrono la loro vita da single sessualmente attive, alla volta del nuovo millennio. Famoso per le scene ambientate in bar chic, club esclusivi e ristoranti di lusso, Sex and the city è stato accolto positivamente dalla critica fin da subito, come prodotto televisivo in cui per la prima volta le donne parlano apertamente di sesso con gli uomini. Al punto che, come riconoscono anche i suoi detrattori, la serie ha influenzato molto il modo di parlare e di mostrare il sesso in televisione. Si tratta di uno show che dà tutto un nuovo risalto alla figura femminile, e che non si ferma tuttavia solo ai temi della sessualità e dell’affettività, che pure rappresentano la parte centrale: guarda anche a problematiche come la malattia, l’invecchiamento, il lutto e l’infertilità, che in vari momenti colpiscono profondamente certi personaggi della serie. Che poi gli archi narrativi ruotino attorno alla ricerca del giusto compagno, è appurato. Nonostante tutto, nonostante sembrino bastare la carriera e l’indipendenza, le quattro protagoniste non possono non cercare amore. E infatti alla fine della serie saranno tutte felicemente accoppiate. Ciò che le rende diverse dalle altre storie di donne che trovano l’amore, forse, oltre al percorso difficoltoso di ciascuna è l’amicizia che sempre e comunque le lega. Le donne non sono più rivali in amore, ma complici, e si aiutano a vicenda provvedendo l’una per l’altra, offrendo ciascuna il proprio supporto morale ed emotivo. Ecco che l’amicizia fra donne assume allora tutto un altro valore, una rilevanza non trascurabile ed anzi centrale per la vita di ciascuna. Anche quando, nel finale di serie, Carrie Bradshaw, Miranda Hobbes, Samantha Jones e Charlotte York hanno trovato l’amore, sembra proprio che continueranno ad essere amiche per sempre. E forse la più straordinaria rivelazione femminista della serie sta proprio in questo. Da una scena di Sex and the city (1998-2004)

Storia della filosofia femminista

La prima traccia di femminismo nella storia del pensiero risale agli inizi del Quattrocento, anni in cui Christine De Pizan (1365-1430), letterata della corte francese, comincia a denunciare la misoginia del suo ambiente sociale. Lo fa principalmente attraverso poesie e romanzi, che insieme alle altre forme di letteratura sono da sempre la formula di espressione preferita del femminismo, predilette di gran lunga alla classica forma filosofica del trattato. Ma si tratta ancora di protofemminismo, termine con cui viene designata quella tradizione che riguarda un femminismo non ancora consapevole di sé, precedente quindi al femminismo moderno. Per il femminismo moderno infatti bisognerà aspettare Mary Wollstonecraft e la seconda metà del Settecento. La filosofa britanica muove nel contesto della rivoluzione francese, che le permette di inserirsi nel dibattito sui diritti e le libertà fondamentali dell’essere umano. La sua opera più importante arriva nel 1792, e porta il titolo di A vindication of the rights of women, in risposta al A vindication of the rights of men di Edmund Burke, importantissimo filosofo inglese. Quella della Wollstonecraft non è che la prima vera e propria, profonda definizione del pensiero femminista. Negli stessi anni esce la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, ad opera di Olympe de Gouges (1748-1793), attivista e rivoluzionaria. Cruciale per gli sviluppi del femminismo sarà poi la relazione e il successivo matrimonio tra Harriet Hardy Taylor, già sensibile alle battaglie dell’emancipazione femminile, e John Stuart Mill, noto filosofo inglese, che fin dall’adolescenza è attivista per i diritti civili, anche quelli delle donne. Lo scopo delle battaglie e delle opere della coppia sarà di portare a termine quanto iniziato dalla Wollenstonecraft: superare il pregiudizio dell’inferiorità della donna. La storia tra Mill e la Taylor ricorderà a molti, e giustamente, l’attività di Sartre e della moglie Simone De Beauvoir. È infatti a lei, la moglie dell’esistenzialista francese, che risale la fondazione della filosofia femminista contemporanea. Su influenza anche degli studi del marito, nel Secondo sesso (1949) Simone De Beauvoir studierà sulla base dell’esistenzialismo e della fenomenologia il significato di sesso nella società, trattando fra le altre cose dell’oppressione delle donne nelle società patriarcali e ponendo a fondamento della teoria femminista la parità di genere. Simone de Beauvoir (1908-1986)

La letteratura che parla

Più che mai nella diffusione del femminismo sono state e sono particolarmente rilevanti, come spesso accade, forme di espressione diverse da quella filosofica tradizionale. Romanzi, cinema e serie televisive permettono di insinuare nell’immaginario comune una concezione diversa della realtà, al punto da modificarla profondamente molto più di quanto non possano fare mere speculazioni teoriche, che restano non accessibili ai più. E Sex and the city ne è uno straordinario esempio. Si tratta anche di una forma forse anche più blanda, che è rivoluzionaria senza essere aggressiva. È importante che anche le forme di protesta, per quanto corrette a livello concettuale, non vengano portate al loro estremo, e che la parità dei sessi non diventi una frustrata pretesa di prevaricazione totale. In ambito femminista le forme di divulgazione più recenti hanno un’originalità tutta loro, che rende giustizia al concetto stesso di femminismo, per come certi suoi esponenti lo diffondono. Sono molto interessanti in questo senso i Monologhi della vagina di Eve Ensler, portati in tutti i teatri d’America, dove attraverso le interviste raccolte in giro per il mondo, la Ensler ci restituisce una visione completa del mondo femminile, affrontando anche temi come l’omosessualità e la violenza, ma anche quelli legati al piacere e all’affettività. Ad ogni modo, mettere in luce problematiche sociali e individuali così, con un giusto equilibrio tra l’ideale da trasmettere e la sua ottimale espressione artistico-culturale, è decisamente apprezzabile. Forse il modo migliore per insinuarsi nell’immaginario comune, mutandolo profondamente nella direzione che si ritiene migliore.

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