Self-help: l’harakiri della psicologia “fai da te”

Negli ultimi anni si sta sempre più diffondendo il paradigma della psicologia positiva. Dal metodo del life-coaching al ruolo del counselor, si sparge a macchia d’olio la continua rincorsa al miglioramento di . Cosa risulta così attraente di un processo volto a “risvegliare” le proprie risorse? In un articolo della rubrica “Salute e benessere”, ANSA riporta le parole di Svend Brinkmann, professore dell’Università di Aalborg, in Danimarca. In questo articolo, si trattano i contenuti del libro pubblicato dal professore e l’impatto che la psicologia del self-help sta avendo sulle persone.

Così l’autore si esprime in un passaggio del suo libro intitolato “Contro il self help – come resistere alla mania di migliorarsi”:

“La nostra cultura chiede il continuo migliorarsi, non importa quanto sei in gamba, non lo sarai mai abbastanza; ciò crea una mentalità depressiva, infatti chi soffre di depressione ha questa idea di non essere all’altezza. […] Le moderne epidemie di depressione e burn out ne sono il risultato.”

In effetti, le parole del professor Brinkmann sono veritiere. La cultura occidentale è permeata dal modello della performance, ove non conta la partenza ma solo la capacità di “stare sul pezzo”. La “vita veloce”, la costanza e la tenacia nel raggiungere obiettivo dopo obiettivo, senza la possibilità di fermarsi un momento e contemplare i propri risultati. O la persona che si sta diventando.

La deriva è questa continua rincorsa verso il futuro. Il tentativo di morderlo, ma senza mai riuscire ad addentarlo davvero. Ne consegue un senso di inadeguatezza profondo e doloroso. È la percezione personale di mancanza di valore, di non essere sufficientemente preparati alla vita, al lavoro, alla famiglia o alle relazioni il motore che muove questa supposta necessità.

Il problema del correre costantemente è il fatto che, in realtà, non ci si riposa mai. Non si riesce a trovare il tempo di soffermarsi sui propri errori, prerogativa indispensabile della possibilità di fare tesoro delle esperienze. Questo genera un senso di cecità e di frammentazione soggettivo così marcato al punto che, alla prima occasione, tentiamo di cogliere al volo l’opportunità di “crescere”, “evolvere” o “migliorare” in pochi semplici step. Facile no?

Il dramma si verifica quando ci accorgiamo che non è sufficiente masticare e digerire tonnellate di aforismi, di citazioni sui leader o sulla motivazione. Quando ci rendiamo conto che il cambiamento avviene solo in parte e va costantemente alimentato da nuovo materiale. Ma senza che una parte essenziale di noi stessi si modifichi davvero. Quali sono le conseguenze di questa presa di coscienza?

Innanzitutto, si tenterà di trovare nuovo materiale. Una nuova dose con cui alimentare il senso personale di efficacia e dell’essere-nel-mondo-in-modo-confidente. Tuttavia, la costanza nel cambiamento è qualcosa di difficilmente sostenibile, specialmente se desideriamo sia reale e autentico. Un cambiamento che emerga spontaneo partendo da ciò che siamo. Se mai ci siamo presi il disturbo di porci davvero questa domanda, o del perché siamo diventati così, prima di provare a cambiarci.

Tuttavia, la rincorsa al riempirci di frasi o di libri volti a insegnarci “come vivere al meglio la nostra vita di coppia in 10 step“, o “come andare d’accordo con i colleghi di lavoro in pochi passi“, finisce ben presto. Giunge a un epilogo in quanto ci si limita, spesso, a tentare di applicare un modello comportamentale che non viene assimilato veramente. Specialmente quando la metodica è fai-da-te.

Il comportamento è la diretta espressione di come siamo fatti, in relazione a particolari condizioni ambientali. Una riflessione autentica e personale su quale sia la nostra situazione e delle motivazioni che ci hanno portato lì è fattore imprescindibile per qualunque tipo di cambiamento. La sua mancanza rende vano ogni tentativo di “evoluzione”. Vano in quanto manca una reale comprensione, che tocchi il piano emotivo, cognitivo e sociale. I nostri sforzi, purtroppo, serviranno solamente a restituirci l’idea che non siamo nemmeno in grado di applicare banali trucchi o consigli.

La diretta conseguenza è un senso personale di incapacità ed estraneità. Una sensazione di sovraccarico, stress e frustrazione. E nelle forme più gravi, di depressione e burn-out lavorativo. Prosegue così l’autore parlando della psicologia self-help.

“Il problema del self-help è che fa promesse illusorie di felicità e successo seguendo pochi semplici passi. Come se l’individuo potesse controllare tutto e se la felicità fosse una scelta, quindi se sei infelice è solo colpa tua. Il self help è come una droga: compriamo un libro di auto-aiuto che dà l’illusione momentanea di funzionare. Ma poi ce ne serve un altro e poi ancora, come accade a un tossicodipendente. La ragione per cui sugli scaffali delle librerie abbiamo tanti libri di self-help è probabilmente che nessuno funziona veramente. Bisogna combattere l’illusione di potersi auto-migliorare venduta senza la minima traccia di evidenza scientifica”.

Un secondo fenomeno, associato direttamente alla psicologia self-help, è quello della diffusione sempre maggiore di figure professionali come i counselor e i coach. Promotori del cambiamento, maestri motivazionali, esperti attivatori di risorse. Queste figure professionali sono impiegate in  molti contesti differenti. Queste le parole del segretario generale di Asso-counseling e del CEO di Wikikom.

Il counseling ha come obiettivo è il miglioramento della qualità di vita del cliente, aiuta le persone ad attivare e/o a riattivare energie e risorse interne ed esterne”. E ancora: “Il coach agisce sulla psicologia positiva, sulle motivazioni. Lo psicologo è chiamato a intervenire nelle situazioni cliniche. Il primo pone domande, il secondo può cercare risposte”.

La maggior parte delle persone che decide di lavorare come psicoterapeuta deve seguire un percorso di analisi personale. Nel tempo, ci si rende conto in prima persona di come funzioni il processo, di quanto sia vitale questo investimento. Nel caso delle figure sopra citate esso non è previsto. Il problema, inoltre, si pone quando chi si pubblicizza come “ottimizzatore” o “attivatore” di risorse varca il confine della consultazione psicologica. Purtroppo – e questa notizia non è così diffusa – senza nemmeno essere tenuti al segreto professionale. Ludopatia, dipendenze da sostanze, depressione, disturbi di personalità. Questi disturbi, così come tutti gli altri, sono prerogativa di chi ha conseguito titoli accademici in materia psicologica.

Per concludere, vorrei condividere un fatto: nel percorso di psicoterapia fin qui sostenuto, dalla mia analista ho solo ascoltato ipotesi e domande. Le risposte, quelle vere, sono sempre personali. Ma difficilmente, quelle che desideriamo davvero, arriveranno con il self-help.

Fiorenzo Dolci

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.