Sei tu stesso il tuo peggior nemico? Rispondono il film “Il cigno nero” e Vittorio Alfieri

Nella realizzazione di noi stessi, dei nostri sogni e desideri troviamo sempre delle difficoltà… Ma da dove derivano? Dagli altri o da noi stessi?

Chi sono i nostri nemici? Potrebbero essere persone che incontriamo quotidianamente, che magari sono più astute di noi, invidiose e che aspettano solo il momento giusto per metterci i bastoni fra le ruote. Tuttavia Nina, protagonista del film “il cigno nero” e Vittorio Alfieri ci indicano un probabile modo per scoprire la risposta: guardarci allo specchio.

Natalie Portman in una scena del film (Google)

“Il cigno nero” e l’ossessione della rivalità

L’unico vero ostacolo al tuo successo sei tu: liberati da te stessa. Perditi, Nina.

Ecco la chiave d’interpretazione dell’intero film “Il cigno nero”, diretto da Darren Aronofskye e uscito nelle sale nel 2010. Sono le parole rivolte dal direttore artistico Thomas Leroy alla protagonista Nina, mentre lei si sta preparando per andare in scena nell’importantissimo spettacolo de “Il lago dei cigni”. La trama infatti ruota tutta intorno a questa performance e alla sua preparazione. Natalie Portman, premiata con l’oscar  come miglior attrice per la sua interpretazione, veste i panni della tormentata e fragile Nina. La ballerina, ossessionata dal conseguimento della perfezione ed estremamente repressa psicologicamente a causa del rapporto morboso con la madre, viene scelta per la parte principale. Deve impersonare sia il cigno bianco, a lei congeniale in quanto espressione di delicatezza e fragilità, che il cigno nero, caratterizzato da una marcata voluttuosità, aspetto in lei totalmente assente. La pellicola altro non è se non lo svolgersi della tragedia interiore, insana e visionaria di Nina che proietta tutte le proprie angosce e insicurezze sugli altri. La sua mania di persecuzione s’incarna principalmente nella nuova ballerina della compagnia, Lily, percepita come un’accanita rivale, in quanto, per il suo fascino, risulterebbe perfetta per la controparte del cigno nero. Nelle scene di questo thriller, che adotta il punto di vista deviato di Nina, spesso la realtà si confonde con l’immaginazione allucinata e molte circostanze sono solo rappresentazioni mentali della giovane. In preda al delirio, durante una pausa del tanto atteso balletto, in seguito ad una discussione arriva addirittura ad assassinare Lily con un pezzo di specchio. Forte di una nuova energia, esegue il ruolo del cigno nero con estrema sensualità e sicurezza. Solo quando la ‘rivale’, prima dell’ultimo atto, bussa alla porta del camerino per congratularsi con lei Nina si rende conto di aver in realtà colpito se stessa, la sua unica vera antagonista, di cui la Lily ‘uccisa’ era una figurazione della sua psiche. Così nel suicidio la ballerina ritrova la pace e la sua morte è simultanea a quella del cigno bianco, delicato e disperato, da lei interpretato.

“Ritratto di Vittorio Alfieri” di François-Xavier Fabre (Google)

“Tiranno” e “liber’uomo” in Alfieri, forze interne in costante scontro

Vittorio Alfieri è stato un poeta e scrittore vissuto nella seconda metà del XVIII secolo e dotato di una personalità estremamente forte, inquieta, appassionata e per certi versi pre-romantica. A livello politico, il suo carattere esasperatamente egocentrico e individualistico lo inducono ad essere insofferente verso la situazione contemporanea e a nutrire un “odio purissimo della tirannide in astratto“. Al rifiuto del potere in assoluto si contrappone l’esaltazione dell’ideale astratto di libertà che, non esplicandosi in un progetto d’azione concreto, rimane per lo più un’ansia di autorealizzazione. Lo scontro apparente fra i concetti di tirannide e libertà, incarnati rispettivamente nelle figure di “tiranno” e “liber’uomo” nel trattato “Della tirannide”, è in ultima analisi una lotta interiore, proprio come lo era nel film la rivalità tra le due ballerine. Questi ideali sono proiezioni di forze insite nell’anima: un io immenso ed eccezionale teso all’affermazione più completa che si scontra con un limite che gli è interno, che rende impossibile la grandezza. Il tiranno” è quindi la personificazione dei turbamenti, dei sensi di colpa e della consapevolezza dell’impotenza ed insufficienza umana. L’unica via per il “liber’uomo” di ottenere la libertà in una società oppressiva è ritirarsi in uno sprezzante isolamento, ricorrendo poi al suicidio oppure uccidere il tiranno e comunque trovare la morte.

“Uomo disperato” Gustave Courbet (Google)

“Saul”, la tragedia di una personalità tormentata

“Saul” è una tragedia di argomento biblico che presenta il re d’Israele Saul come una figura gravemente tormentata e intimamente lacerata. La sua volontà immensa di autoaffermazione s’infrange contro il superiore volere divino che incombe oscuramente su di lui. Ciò che Saul chiama Dio, e contro cui si ribella in modo inutile, è in realtà una parte di se stesso. Il re proietta nel trascendente i suoi incubi più tremendi, i suoi rimorsi e i suoi sensi di colpa, provocati dal desiderio spregiudicato e smodato di grandezza che non si ferma di fronte a nulla, nemmeno agli affetti. Allo stesso modo il rapporto con il genero David risulta inquinato dai turbamenti del suo spirito. Il David spietato e bramoso di potere, con cui Saul si scontra, è un fantasma della sua follia persecutoria, diverso dall’autentico, fedele e amorevole. Anche David è, come Dio, la proiezione di un limite interiore. Nella sua forza e nella predilezione divina accordatagli, rappresenta ciò che il vecchio sovrano è stato e non può più essere. Solo nel suicidio finale, ultima affermazione del suo titanismo sconfitto, il re trova la liberazione dall’angoscia e accetta eroicamente il suo destino funesto. Anche il personaggio alfieriano, come la ballerina Nina, proietta il proprio tormento psicologico in nemici esterni, in verità inesistenti. Come nel film le allucinazioni si sostituiscono alla realtà nella prospettiva alienata della ragazza, così in questa tragedia alla fine dei conti vi è un unico grande monologo: Saul con i suoi demoni che prendono il posto delle persone in carne ed ossa, riducendo il regnante in uno stato di costante farneticazione.

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