Può l’uomo essere il dio di un nuovo mondo? Death Note e Eschilo dicono di no

Da tempo l’uomo riconosce la sua natura come divisa tra bestiale e divino. Ma può l’uomo divenire un dio? Le vicende di Light Yagami e del Re Serse possono darci una risposta. 

Il manga Death Note – poi divenuto un anime – è la storia di un giovane ragazzo giapponese che ritiene di potersi elevare dalla condizione umana agendo in maniera simile a un dio, sorvegliando, giudicando e spesso punendo gli uomini. Ma le persone con cui il “dio” si trova a doversi confrontare sanno molto bene di non avere a che fare con un essere sovrannaturale, bensì con una mente deviata che ha dimenticato di essere umana. 

DEATH NOTE: LA TRAMA

La storia di Death Note verte attorno a Light Yagami, un brillante studente giapponese annoiato e stanco dei crimini e delle ingiustizie di questo mondo. Un giorno Light trova per caso un quaderno, che poi scopre avere il potere di uccidere chiunque il cui nome sia scritto sulle pagine; questo quaderno è stato fatto cadere intenzionalmente sulla Terra da Ryuk, uno Shinigami – dio della morte – annoiato anch’egli come Light e curioso di osservare il modo in cui gli umani avrebbero usato il Death Note. A questo punto Light decide di usare questo nuovo potere per uccidere tutti i criminali, estirpare il male e diventare il “Dio del nuovo mondo”. Tuttavia, il sempre crescente numero di criminali deceduti mette in allarme grandi organizzazioni investigative internazionali come l’Interpol e l’FBI, che mandano diversi agenti: sebbene Kira – è questo il soprannome che la gente dà all’assassino – riesca con astuzia a eliminare gran parte dei detective inviati a stanarlo, egli deve fare i conti con il migliore degli agenti: L. L’investigatore comincia a dare serio filo da torcere a Kira-Light capendo con l’inganno che l’assassino si trovava nella regione giapponese del Kanto – solo nel Kanto era stato mandato in onda un messaggio televisivo in cui un criminale che si fingeva L provocava l’assassino; per tutta risposta Kira ne aveva scritto il nome sul quaderno, facendo capire al vero L che l’omicida si trovava necessariamente in quella regione -, ma attraverso diversi espedienti Light riesce a entrare a far parte della task force che cerca Kira, incontrando L – che sospetta fortemente che Light sia Kira – e ingaggiando una guerra di intelletto. Nel frattempo si viene a sapere che Kira ha incontrato un secondo assassino omonimo, dietro cui si cela Misa Amane, un’ingenua idol giapponese. Dopo una serie di eventi che quasi fanno scoprire le identità dei killer, Light riesce a manipolare Rem, lo Shinigami proprietario del quaderno usato da Misa, affinché uccida L per proteggere la ragazza. A questo punto Light sostituisce L nella direzione della task force che continuerà a vuoto la ricerca dell’assassino per cinque anni, fino a quando Mello e Near, due giovanissimi investigatori, ricominceranno a mettere alle strette l’assassino. In seguito a un inganno di Near, che finge di essere vulnerabile, Light confessa di essere Kira e di aver agito al fine di costruire un nuovo mondo fondato sulla sua giustizia: ma il protagonista fallisce nell’uccidere Near e viene mortalmente ferito da uno dei suoi colleghi investigatori, Tota Matsuda. Prima che siano le ferite a causarne la morte, Ryuk uccide Light scrivendone il nome sul suo quaderno.

I PERSIANI DI ESCHILO: LA TRAMA

Questa tragedia ha luogo nel 480 a.C. in una delle capitali dell’Impero Persiano, Susa, dove la regina madre Atossa attende inquieta notizie relative alla campagna militare del figlio Serse: ha infatti avuto un sogno che avrebbe preannunciato la sconfitta del Re. Con sommo dispiacere della regina, un messaggero annuncia la disfatta di Salamina e, sorpresa per questa sconfitta inaspettata, la regina invoca il fantasma del defunto marito Dario, che attribuisce l’esito della battaglia alla hybris di Serse, e predice la sconfitta di Platea che avrebbe messo in ginocchio i generali del Re. Nella scena finale, Serse, tornato in patria sconvolto e con le vesti lacere, piange la miseria sua e del suo popolo, e si pente di aver cercato di schiacciare gli irreprensibili Greci.

HYBRIS

Il concetto di hybris è un elemento fondamentale della morale greca. Per lo più tradotto come “violenza”, “tracotanza”, il termine mostra un significato di base molto più complesso, che mette capo all’irrequietezza che l’uomo mostra verso la propria condizione: egli si vede un po’ come l’anello mancante tra ciò che animale e ciò che è divino. E’ superiore agli animali in quanto detentore della Ragione, ma inferiore agli dèi in quanto mortale. Non è difficile capire come mai l’uomo greco senta questa conflittualità: per così dire, non è né carne né pesce. Hybris si verifica nel momento in cui l’uomo rifiuta la sua natura per assumerne un’altra, bestiale o divina che sia: ma questa natura di cui si appropria non è reale, e puntualmente egli viene punito per essersi creduto qualcosa di diverso da ciò che veramente è. In tal senso è emblematica la visione di hybris proposta ne I Persiani di Eschilo, del 472 a.C. Sono passati sette anni dalla conclusione della Seconda Guerra Persiana, e i Greci sono ancora increduli dell’esito: il Re Serse aveva impiegato quasi cinque anni per radunare un esercito sterminato, creare accordi con altri stati e mantenere i suoi guerrieri, il tutto al fine di arrivare in Grecia senza troppi problemi e sconfiggere una volta per tutte quel gruppo di pastori ellenici che tanto gli davano fastidio, predicando gli ideali della libertà e dell’autonomia. Eppure aveva perso, come mai? Gli stessi Greci stentavano a crederlo. Ciononostante autori come il nostro Eschilo cominciarono a interrogarsi sulla questione, giungendo alla conclusione che i Persiani non avrebbero potuto vincere in nessun caso, per via di errori commessi sia dal Re che dal suo popolo: da un lato, il popolo aveva sbagliato, sottomettendosi al Re e privandosi della libertà – infatti i Greci avevano combattuto in maniera più agguerrita per proteggere la loro libertà -, d’altra parte Serse aveva osato troppo. Ritenendosi un dio superiore alla natura aveva fatto costruire un ponte di barche affinché l’esercito passasse da un lato all’altro dell’Ellesponto – l’attuale Stretto dei Dardanelli – e aveva fatto frustare per trecento volte le acque dello stretto. Gli dèi lo avevano punito.

HA SENSO NON VOLER ESSERE UMANI?

Le vicende di Light Yagami e di Serse ci fanno riflettere. Light, una personalità dissociata che ha scelto di porsi al di sopra degli altri uomini, viene da questi deposto, e nel momento della morte, quando gli si palesa la sua finitezza e limitatezza, non se ne capacita; Serse, invece, avendo assistito allo sgretolarsi del suo piano, afferma di essere stato punito da qualcosa che gli è superiore, e capisce di essere soltanto un uomo. In questo i due protagonisti, che fino ad ora avevano mostrato tante analogie, si differenziano. E’ inutile voler rifiutare la natura umana per assumerne una divina: in quanto uomini siamo capaci di grandi cose, il nostro ingegno ci ha permesso di toccare notevoli livelli di conoscenza e, come dice Pindaro, di “cogliere le cime di tutte le virtù“, ma sebbene siano molte le possibilità a nostra disposizione, è essenziale ricordarci di essere limitati e frangibili. Questa consapevolezza non è necessariamente un male, anzi può tramutarsi in un pregio.

Dario: “Non deve chi è mortale essere troppo superbo, perché la superbia – hybris – dopo il fiore dà frutto: ed è spiga di rovina da cui si miete messe di pianto. Guardate quindi il castigo di quest’impresa e sempre ricordate Atene, ricordate la Grecia! Nessuno dovrà mai disprezzare ciò che il dio gli accorda …

 

 

 

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