Il Superuovo

Se vuoi capire chi sei, è semplice: viaggia per mare. Byron e Marlin lo confermeranno

Se vuoi capire chi sei, è semplice: viaggia per mare. Byron e Marlin lo confermeranno

Solo il mare permette di capire chi si è veramente, lasciando l’uomo solo con se stesso a fronteggiare gli ostacoli.

Quest'opera di Christian Schloe mostra una barca che naviga tra i capelli d'onda delle ragazza, come se volesse entrarle dentro e scoprire di chi si tratti veramente; o per sottolineare quanto gli uomini e il mare siano intimamente legati
Quest’opera di Christian Schloe mostra una barca che naviga tra i capelli d’onda delle ragazza, come se volesse entrarle dentro e scoprire di chi si tratti veramente; o per sottolineare quanto gli uomini e il mare siano intimamente legati

L’esigenza di capire chi si è veramente unisce tutti gli umani. Fortunatamente, esiste un modo per riscoprirsi: viaggiare, soprattutto quando lo si fa in mare. Perché? Il poeta George Gordon Byron e il pesce pagliaccio Marlin hanno delle ottime ragioni.

 

Il mare secondo George G. Byron, una ”pleasing fear

All’epoca dei poeti Romantici, il viaggio era visto come una parte essenziale della propria esperienza, non solo da poeti, ma anche da uomini. Credevano che la libertà dell’animo che tanto anelavano si potesse trovare solo in questo modo. Allontanarsi dalla famosa comfort zone e riscoprire le magie della natura, alla quale erano legati indissolubilmente.

Per questo si recavano spesso in Italia. La Liguria in particolare era una delle mete preferite. Nella zona orientale della regione troviamo infatti la ”Baia dei Poeti”. I coniugi Shelley avevano una casa a Lerici, in cui si incontravano spesso con l’amico Byron. A lui in particolare è intitolata una grotta a Portovenere, un paese nei pressi di La Spezia. Questa dedica viene da una leggendaria azione del poeta, che avrebbe percorso a nuoto il tratto di mare, di quasi 9 km di lunghezza, che separa la cittadina da Lerici, per raggiungere Shelley.

Non vi sono prove storiche di questa impresa, ma nonostante ciò essa rimane rilevante per comprendere l’attaccamento che il poeta inglese provava verso il mare. Esso pensava che se il viaggio fosse importante, il viaggio mare fosse addirittura necessario. Solo il grande blu avrebbe infatti lo spirito giusto per insegnare all’uomo come comprendere se stesso. In ”Apostrophe to the Ocean” descrive il mare con una quantità immensa di ossimori. Questo serve per definirne più precisamente la natura duplice: una forza immensa ed incontrollabile, in grado di vincere sull’uomo senza sforzo, ma anche un compagno che merita amore ed è sempre pronto a darne.

Insomma, qui il mare viene descritto come un essere ribelle che non può essere sottomesso e che evita di tendere la mano all’uomo. Ma, allo stesso tempo, come un’entità che, così facendo, lo spinge a crescere in autonomia, costituendosi come una pleasing fear. Una paura che fa piacere provare, e che è necessario provare se si vuole crescere nell’animo. Quale altro modo esiste per rendersi conto di chi siamo, che non sia ritrovarsi costretti da soli a risolvere i propri problemi?

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L’avventura di Marlin, che parte alla ricerca di Nemo ma finisce per ritrovare se stesso

Una pleasing fear è anche quella che prova Marlin, il papà del piccolo Nemo nel film d’animazione ”Alla Ricerca di Nemo”. Byron scriveva: ”Man marks the earth with ruin […] [but], like a drop of rain,// He sinks into thy depths with bubbling groan,// Without a grave, unkelled, uncoffined, and unknown” (L’uomo rovina la terra […] [ma], come una goccia di pioggia, affonda nelle tue profondità con un lamento gorgogliante, senza una tomba o una sepoltura, come un signor nessuno). Si capisce il terrore referenziale del poeta verso l’oceano, e non solo dal significato delle parole. Anche i suoni sono duri, il lessico è crudo ed evocativo. Sembra di vederlo, l’uomo che affonda impotente nelle profondità marine, inerme come una goccia d’acqua, che nulla può contro la potenza che l’oceano gli può scagliare addosso.

Se però ci si pensa, si nota come un’altra immagine potrebbe fuoriuscire da quelle parole. Si intravede infatti lo sguardo di Marlin all’inizio del film, mentre guarda sconsolato e perso il punto dell’oceano da cui è sbucato il barracuda che ha ucciso la sua famiglia. Se un attimo prima il pesce pagliaccio era entusiasta di trovarsi così vicino all’oceano, un attimo dopo teme quella distesa blu. Ma non appena il figlio Nemo si perde tra le onde, Marlin non ci penserà due volte ad affrontarla.

Se all’inizio non si sente esaltato da quel viaggio imprevisto, alla fine impara ad amare e rispettare il mare aperto. Il viaggio in cui si è imbarcato lo cambia, lo mette di fronte a nuove sfide da cui non può scappare. Nonostante non sia da solo, il mare riesce a far compiere a Marlin un viaggio parallelo a quello con Dory. Alla fine del film, il pesce riesce a superare i suoi problemi di fiducia e si apre all’avventura. E tutto questo perché il mare lo ha messo alla prova, presentandogli ostacoli che sapeva avrebbe potuto superare, senza però essere mai troppo accomodante. Ha spinto in superficie il pesce pagliaccio sepolto in lui. Alla fine, riesce addirittura a fare una battuta divertente, o no?

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Il mare come palestra di vita insostituibile

Sia George Gordon Byron che Marlin, quindi, finiscono per conoscersi grazie al mare. Il poeta ne apprezza la natura forte, affermando che ”le sue bolle erano, per lui, una delizia; e se il rinfrescante mare avesse fatto di loro un terrore, sarebbe stata una paura piacevole”. Continua ad affrontarlo e stargli vicino, conscio della sua grandezza e gloria. Non è mistero che i Romantici amassero il mare più di ogni altra dimostrazione della natura, proprio per la sua imprevedibilità e conseguente perfezione per essere controparte dell’uomo.

Il pesce, invece, finisce per tornare ad amarlo. Ha finalmente la consapevolezza che il mare può dare quanto può togliere, e che, senza di esso, non sarebbe mai riuscito a superare i suoi limiti.

Le due sono indubbiamente storie molto diverse. Nonostante ciò, il loro comun denominatore è rilevante. In modi, se si vuole, anche opposti, riesce a sottolineare la necessità dell’avventura che solo il mare può dare. D’altronde, come si fa a riscoprire se stessi stando ancorati in porto, in piena comfort zone? Bisogna avere il coraggio di buttarsi in un luogo nuovo e poco ospitale, che ci fa mancare la terra sotto ai piedi. Solo così c’è la possibilità di fare nuove scoperte. Insomma, Cristoforo Colombo e i grandi navigatori del passato non ci hanno insegnato proprio niente?

Come i marinai di Turner, anche l'uomo comune si ritrova sopraffatto dalla potenza del mare. Ma è proprio questa stessa potenza a far uscire la parte più nascosta di noi
Come i marinai di Turner, anche l’uomo comune si ritrova sopraffatto dalla potenza del mare. Ma è proprio questa stessa potenza a far uscire la parte più nascosta di noi

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