“Se ti stuprano te la sei cercata”: ecco perchè lo pensava anche Federico II

La lotta per l’emancipazione femminile è cominciata secoli fa, eppure ancora oggi le donne vengono spesso trattate come esseri inferiori. Scopriamo insieme un corpus di leggi misogine appartenenti al regno di Federico II e la storia di due donne che hanno avuto il coraggio di dire no.

Federico II è una delle figure storiche più controverse su cui molti storici hanno condotto i propri studi esaminandone le sfaccettature della personalità e della politica: la sua figura è stata considerata contemporaneamente come Stupor Mundi ma anche come Anticristo. Nonostante la dicotomia che permea la sua vita, una cosa è certa: egli si ricollega indissolubilmente al suo più importante corpus di leggi, le Constitutiones Melfitanes, redatte da Pier Della Vigna e da Michele Scoto. Queste ultime hanno relegato ai margini della società le donne, da sempre denigrate. Allo stesso modo due giovani ragazze, zittite dalla società maschilista, hanno avuto la forza di denunciare i soprusi scatenando un forte senso di emancipazione nelle vittime di abusi.

LE DONNE NELLA LEGISLAZIONE FEDERICIANA: LA SOPPRESSIONE DELLA LIBERTÀ

Le Constitutiones Melfitanes, chiamate anche Constitutiones Regni Siciliarum, costituiscono un corpus legislativo contenuto nel Liber Augustalis e promulgato nel 1231. Quest’ultimo è formato da 204 leggi basate sulla Lex Iustinianea, di cui cinquantadue riguardanti la vita delle donne nel regno d’Italia: alcune di queste sono state create ex novo, altre si rifanno ai decreti di Guglielmo I e di Guglielmo II, alle assemblee del re normanno Ruggero II ma anche al diritto romano e longobardo. Inutile dire quanto la donna fosse completamente sottomessa all’uomo, spesso costretta dalla famiglia a prostituirsi e a diventare schiava in un matrimonio di convenienza essendo così costretta a subire il mundio (la potestà) da parte del padre, marito e figli. Il re Svevo regolamentava la violenza sulle donne a prescindere dalla loro classe sociale: nel Medioevo, infatti, l’atto della violenza sessuale era diffusissimo. Le leggi federiciane garantivano la completa innocenza dell’aggressore sessuale poiché la colpa ricadeva sempre sulla donna, considerata per natura come uno strumento di perversione a cui gli uomini non potevano cedere. La pena capitale poteva essere data solo a colui che applicava violenza ad una monaca. Un aspetto particolare di questa legge è l’istituzione della cosiddetta defensa: quest’ultima costituiva il diritto di violenza carnale su una donna invocando solennemente il nome del sovrano e dando del denaro alla famiglia della vittima. Qualora l’aggressore avesse pronunciato una particolare formula, ovvero “Viva l’imperatore, grazie a Dio!”, la famiglia della fanciulla violentata non poteva assolutamente fargli del male perché aveva pagato la tassa per lo stupro.

“ROSA FRESCA AULENTISSIMA” E IL DIRITTO ALLO STUPRO

Questo documento anonimo datato tra il 1231 e il 1250 è stato attribuito al poeta Cielo (o Ciullo) d’Alcamo. La forma più antica di questa celeberrima lirica è pervenuta a noi grazie al vescovo e umanista rinascimentale Angelo Colocci. Si tratta di un testo programmatico avente un linguaggio di patina siciliana e toscana con impostazione prettamente occitanica. Lo scritto che molti hanno creduto essere inerente alla tematica amorosa, in realtà nasconde una buffa parodia del modello provenzale-borghese appartenente alla scuola poetica siciliana. Difatti secondo una lettura filologica e letteraria del premio Nobel Dario Fo, il quale dedicò l’inizio del suo arcinoto spettacolo “Mistero Buffo” proprio a questa lirica,  riusciamo a capire che si tratta di una poesia ricca di doppi sensi, allusioni e metafore iperboliche. Che dire invece del nome del presunto autore? Dario Fo sostiene che il nome non sarebbe Cielo D’Alcamo ma Ciullo: difatti questo termine starebbe a indicare l’organo genitale maschile e potrebbe trattarsi del soprannome di uno dei giullari di corte dato che questi erano soliti ad assumere soprannomi volgari data la loro condizione sociale non elevata. In superficie “Rosa fresca e aulentissima” vorrebbe convincerci che il livello sia aulico, ma la comicità consiste proprio nel ribaltamento dello stilema! La metafora della rosa fresca che sboccia nella bella stagione, il motivo della passione, il bel volto della donna sono motivi cortesi, che vengono però ridicolizzati, poiché inseriti in una visione amorosa assolutamente materialistica e corporale. I due personaggi che dialogano nel corso dei versi fingono di essere aristocratici utilizzando un linguaggio elevato ed elegante, ma sono in verità dei popolani: questo viene reso esplicito dal fatto che l’interlocutore maschile allude alle incombenze di lavandaia svolte dall’ interlocutrice femminile. Segue un dialogo carico di pathos in cui il fanciullo cresce nella sua dichiarazione d’amore in un climax ascendente di voluttà e volgarità.

«Rosa fresca e profumatissima che sbocci all’inizio dell’estate, le donne nubili e maritate ti desiderano»

In poche parole, l’interlocutore spiega all’amata che anche le fanciulle e le donne sposate desiderano possederla carnalmente. Non mancano poi le preghiere disperate dell’uomo affinché la fanciulla possa accettare il suo amore e si conceda completamente a lui. Verso la metà del componimento l’interlocutore comincia ad affermare insistentemente la propria volontà di congiungersi carnalmente con la fanciulla assicurandole che, qualora si rinchiudesse in convento pur di allontanarlo, egli l’avrebbe seguita ugualmente. La fanciulla, disperata, comincia ad avvertirlo proferendo testuali parole:

«Che il nostro amore si unisca non voglio che mi piaccia: se ti trova qui mio padre con gli altri miei parenti, sta’ attento che questi forti corridori non ti raggiungano. Come sei stato rapido a venire qui, ti consiglio di esserlo altrettanto ad andartene».

Dunque la ragazza intima all’uomo imperterrito che, nel caso in cui l’avesse toccata, i suoi parenti sarebbero accorsi in suo soccorso facendola pagare al violentatore. Ma egli, con l’arroganza di chi è sicuro di essere protetto da una legge che legalizza lo stupro (ovvero la defensa citata prima), afferma con spavalderia:

«Se i tuoi parenti mi trovano, cosa mi possono fare? Ci metto una difesa di duemila augustali: tuo padre non mi toccherà per quante ricchezze ha a Bari. Viva l’imperatore, grazie a Dio! Capisci, bella, quello che ti dico?»

L’interlocutore fa capire alla donna che, qualora l’avesse stuprata, gli bastava gettare gli augustali (denaro) sul suo corpo e recitare la celeberrima formula affinché il crimine non fosse mai stato commesso. La fanciulla, ormai rassegnata al triste destino, prova ancora a desistere preferendo essere uccisa piuttosto che accettare di stare con un uomo come lui. Comincia dunque a convincerlo di trovare altre donne, perché sicuramente ne esistono di più belle rispetto a lei. La donna è sicura che tutto quello che le sta accadendo sia una punizione da parte di Gesù Cristo, probabilmente adirato con lei per cause ignote.

«Ahimè, povera me, che destino crudele è il mio! L’altissimo Gesù Cristo si è proprio adirato con me: mi hai creato per incontrare un uomo sacrilego. Cerca nel mondo che è molto grande, perché troverai una donna più bella di me».

Egli le riferisce che ha provato a cercare la donna perfetta in tutte le parti d’Italia ma ogni tentativo si è rivelato futile. A questo punto l’interlocutrice gli chiede quantomeno di chiederla in sposa ai genitori, ma l’uomo non ne vuol sapere niente. Ogni tentativo è ormai inutile e nell’ultima delle 32 strofe che compongono questa lirica, l’uomo giura sul Vangelo che ha rubato da una chiesa di non tradirla mai e lei, poiché c’è stato un giuramento religioso, accetta finalmente di offrirsi a lui chiedendogli addirittura perdono per le parole dette precedentemente.

«Mio signore, poiché hai giurato, io sono tutta un fuoco. Mi offro a te, non mi difendo più da voi. Se ti ho disprezzato,  perdono, mi arrendo a voi. Andiamo subito a letto, poiché questa cosa ci è stata assegnata dalla sorte».

IL CORAGGIO DI DIRE NO: LE STORIE DI ARTEMISIA GENTILESCHI E FRANCA VIOLA

Le separano quattro lunghi secoli ma, nonostante abbiano vissuto in epoche completamente diverse, queste due donne sono accomunate da una tremenda esperienza che ha cambiato la loro vita: lo stupro e la proposta di un matrimonio riparatore, che entrambe hanno rifiutato con fermezza subendo sulla propria pelle le conseguenze delle loro decisioni. Passano i secoli ma la violenza che le donne subiscono rimane sempre la stessa… dobbiamo sempre ricordare la forza con la quale queste donne hanno fatto valere i propri diritti andando contro la mentalità patriarcale dell’epoca.

Artemisia nacque a Roma nel 1593 da Orazio Gentileschi, famoso pittore dell’epoca e anche amico di Caravaggio, e da Prudenzia Montone. Con l’età della giovinezza, Artemisia capì di possedere l’arte dentro di sé. Ella, come una studentessa modello, imparò poco a poco il mestiere del padre appassionandosi sempre di più. La sua casa familiare è frequentata da molti artisti volenterosi di affinare le loro tecniche e, tra questi, ce n’è uno in particolare: Agostino Tassi. Egli, sin dal primo momento, dimostrò di provare molto interesse per la giovane, ma Artemisia non teneva assolutamente in considerazione i sentimenti di Agostino preferendo concentrarsi sulla carriera artistica. Nonostante la giovane si trovasse spesso chiusa in casa, il pittore Tassi con la complicità di una vicina di casa della famiglia Gentileschi, Tuzia, riuscì ad entrare nella stanza della fanciulla e la prese con la forza, applicandole violenza sessuale. All’epoca Artemisia aveva solo 18 anni e, per evitare di scatenare la vergogna e lo scandalo sulla famiglia, il fatto fu nascosto. Alla fine il padre, vedendo la figlia distrutta dalla sofferenza, decise di denunciare il fatto. Durante il primo processo i giudici vollero far passare Artemisia per consenziente proponendo il matrimonio riparatore. Sorge però un problema: Tassi era già sposato. Allora i giudici optarono per la scelta di far cambiare idea ad Artemisia, costringendola attraverso torture a ritrattare le sue affermazioni. La giovane, assetata di giustizia, si oppose al matrimonio riparatore e rimase ferma nella sua decisione. È il 27 novembre 1612: Agostino Tassi venne definitivamente condannato per la deflorazione della giovane Artemisia, per la corruzione dei testimoni e per la diffamazione sulla famiglia Gentileschi. Il colpevole, pur di non finire in prigione, espatriò. Si direbbe una storia a lieto fine, e invece no: nonostante Artemisia avesse condotto questa battaglia personale e universale contro i violentatori, le malelingue hanno cominciato ad accusarla di qualsiasi cosa (addirittura anche dell’aver avuto rapporti incestuosi con il padre!) ledendone l’onore ormai compromesso. Anche Tuzia, la vicina di casa, fu pagata da Tassi per incentivare la diffusione di queste diffamazioni. Artemisia fu costretta a lasciare la città andando a viver a Firenze dove sposò un pittore del luogo solo per mettere a tacere le cattiverie sul suo conto. Nonostante ciò, Artemisia conquistò le prime vittorie professionali: è stata la prima donna ad essere ammessa all’accademia di Firenze, dove mostrò talento e capacità. Successivamente lasciò il marito e si recò a Roma, non ottenendo però molto successo. Infine si trasferì a Napoli, dove compose le prime opere di stile caravaggesco. Tutti i suoi quadri, in un modo o nell’altro, raccontano la sua via travagliata e costellata da sofferenze e vittorie personali.

“Troverai lo spirito di Cesare nell’anima di una donna” (Artemisia Gentileschi)

Franca Viola è nata ad Alcamo, piccolo comune trapanese, nel 1947. Franca è una ragazza di sani principi e, appena quindicenne, si fidanza con un tale di nome Filippo Melodia. Quando però scopre che il ragazzo è molto vicino al clan mafioso di Cosa Nostra, decide di lasciarlo scatenando in lui una forte rabbia  ha sempre difeso il suo onore. È l’inizio della fine: in un climax ascendente di minacce (prima viene bruciato il vigneto, poi l’aggressione di sua madre e infine la minaccia al padre con una pistola), la povera Franca comincia a temere il potere mafioso ma si rifiuta di tornare insieme a quel ragazzo che per lei rappresenta il male assoluto. Tempo dopo la giovane, ormai diciannovenne, viene rapita da Filippo e dal suo un gruppo di dodici amici con i quali devasta il domicilio della giovane e ne aggredisce la madre. Viene tenuta prigioniera per 8 giorni, tenuta a digiuno, violentata giorno e notte da tutti i ragazzi del gruppo. La famiglia di Filippo, durante la segregazione di Franca, si appresta a contattare il padre della ragazza per effettuare la cosiddetta “paciata“, ovvero per un incontro volto ad organizzare un matrimonio riparatore. Secondo i “costumi” dell’epoca e anche secondo la legge, una violenza sessuale poteva essere riparata attraverso un matrimonio e dunque il disonore provocato alla donna poteva scomparire del tutto. Pur di liberare la figlia, il padre e la madre di Franca collaborano con la polizia, facendo finta di accettare le nozze ma, il 2 gennaio 1966, la polizia fece irruzione nell’abitazione, liberando Franca ed arrestando Melodia e i suoi complici. Franca rifiuterà il matrimonio scatenando un caso mediatico che attirerà l’attenzione di tutto il paese e di tutta l’Italia. Il 17 dicembre 1966 Filippo Melodia viene condannato a undici anni di carcere per lo stupro, i suoi complici a cinque. Nel frattempo Franca, nel 1968, convolerà a nozze con Giuseppe Ruisi, caro amico di infanzia. Quando lei gli espose le sue paure sul matrimonio per paura di futuri problemi con la famiglia dei Melodia, egli rispose:  Meglio vivere dieci anni con te che tutta la vita con un’altra”. Per quanto riguarda Melodia, una volta uscito dal carcere nel 1976, fu ucciso da ignoti con un colpo di pistola. Grazie agli sforzi di Franca Viola, nel 1981 l’Italia abolirà la legge che cancellava il reato di stupro in caso di “matrimonio riparatore”. 

“Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce” (Franca Viola)

Artemisia Gentileschi: “Giuditta e Oloferne”

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