Scoperta della dimensione della follia tramite la personalità di Tasso e l’arte di Goya

La follia è una dimensione universale: ogni uomo conserva, dentro sé, quel pizzico di follia e di insania che lo rende unico rispetto agli altri.

Torquato Tasso

Spesso la follia prende le forme di un rifugio sicuro: qualcosa in cui rintanarsi perché ci si sente incompresi e fuori dal mondo, un luogo in cui essere se stessi senza dover indossare delle maschere e senza dover filtrare ogni azione e pensiero. Raccogliersi nel proprio eremo consente di osservare la realtà con una percezione del tutto superiore rispetto a chi è inabissato nel mondo regolato da sistemi piuttosto fissi e rigidi. Ed è proprio qui che entra in gioco il genio: colui che riesce, tramite la sua percezione “deformata” ed inusuale a recepire forme e idee che vanno al di là delle cose comuni.

Torquato Tasso tra genio e follia

Torquato Tasso è l’emblema di un’individualità cucita dalla Follia: la sua mente contaminata da una malattia e dalla sensibilità lacerante sono parte fondamentale del suo essere e della sua attività in ambito letterario. La radice della sua inquieta esistenza risiede nella figura vaga e nebulosa di suo padre: anche egli era un cortigiano e Torquato è costretto a lasciare la sua infanzia e buona parte di se stesso a Sorrento per seguire il padre da una corte all’altra. Sorrento sarà il luogo che Tasso vedrà sempre come una sorta di miraggio: qualcosa che avrebbe potuto donargli armonia e felicità ma che invece ha causato l’inizio di una frattura con se stesso e con il mondo circostante. Egli si stanzia a Ferrara e comincia a lavorare alle dipendenze del duca d’Este ma ben presto verrà recluso nell’ospedale di Sant’Anna dove rimarrà per circa 7 anni a causa delle sue continue smanie, inquietudini, angosce e manie di persecuzione che lo tormentano e lo portano ad angosciare e ad opprimere chi gli sta intorno, provocando molto spesso episodi spiacevoli e violenti. La sua follia nasce dal profondo dolore, dalla disperazione e dall’infelicità, le quali si nutrono della sua stessa malattia causando un circolo vizioso che annienta Tasso, lo schiaccia sotto il peso di una coscienza enorme che prende le forme di un’intelligenza spiccatissima e di una sensibilità percettiva oltremondana che lo distrugge con il passare del tempo sempre un po’ di più. La sua perspicacia intellettiva è la sua stessa condanna: la conoscenza lo porta a riflettere e ad interrogarsi, a comprendere cose che lo divorano e che sente troppo grandi ed invasive per la sua piccola ed insulsa identità. Fondamentale per comprendere a fondo la follia geniale di Tasso è il suo epistolario: scritto negli anni del ricovero nell’ospedale di Sant’Anna, è un’analisi dettagliata e puntigliosa della sua malattia, della sua angoscia e delle patologie presenti nella sua mente. Tasso descrive esattamente il suo stato d’animo: egli diventa la sua stessa follia e ci si attacca perché è l’unica cosa che ha, l’unica cosa che lo rende vero ed autentico nonostante l’angoscia e l’inquietudine perenne. Sa di poter sempre fare affidamento a quel mostro che risiede dentro di lui da molto tempo perché è tutto ciò che gli rimane in un mondo che sembra rifiutarlo.

“Saturno che divora i figli”, Francisco Goya

La follia oscura di Saturno raccontata da Goya

Rappresentativo del tema della follia legata al dolore e alla disperazione è il quadro di Francisco Goya, pittore spagnolo attivo nel periodo a cavallo tra il ‘700 e l’800, denominato “Saturno che divora i suoi figli”. L’opera fa parte delle cosiddette “pitture nere” di Goya che comprendono una serie di 14 dipinti realizzati da Goya sulle pareti della sua casa nell’ultimo periodo della sua vita, nel bel mezzo dell’anzianità: sono caratterizzati da temi chiave quali l’ossessione della morte, l’oscurità incombente, il dolore e l’angoscia disperata. Il pittore era tormentato dal pensiero della morte incombente, avvertiva il suo arrivo come qualcosa di mostruoso e demonizzante e cercava di canalizzare il suo timore e la sua angoscia costante nella pittura e nella realizzazione di dipinti che potessero esternare le immagini vivide e tetre che pullulavano nel suo cervello. “Saturno che divora i suoi figli” rappresenta la figura mitologica di Saturno il quale, secondo la mitologia, divorava tutti i figli partoriti dalla sua compagna per timore che potessero ucciderlo ed estrometterlo della sua regalità proprio come lui aveva fatto con suo padre Caelus, appropriandosi del suo potere. Il dipinto, infatti, raffigura Saturno stravolto dalla pazzia, dalla smania e dalla bramosia di potere, di morte e di fama circondato dall’oscurità e da una nube tenebrosa mentre è intento a divorare violentemente un neonato circondato dalla luce del suo corpo che sta per essere sbranato e risucchiato dalla crudeltà e del sangue che sgorga dalle sue membra.

Giorgia Pizzillo

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