Scopriamo come la filosofia e la letteratura ci possono indicare la giusta strada per il raggiungimento del nostro equilibrio interiore.

Ne “L’arte di essere felici” Schopenhauer affronta un tema da sempre dibattuto in filosofia e in molti autori della letteratura per aiutarci nella ricerca e nel raggiungimento di quella felicità che l’uomo per tutta la vita spera di ottenere.
“L’ARTE DI ESSERE FELICI”
“L’arte di essere felici” è uno scritto del filosofo Schopenhauer, trovato tra le sue carte postume, che lui stesso con termine tecnico definisce “Eudemonologia” o “Eudemonica”. L’opera è composta da 50 massime che furono annotate in periodi diversi e si trovano sparpagliate nei vari quaderni, volumi e plichi in cui sono raccolte le carte inedite del filosofo. Ma cosa spinse Schopenhauer a occuparsi della filosofia umana e a escogitare possibili strategie per ottenerla? Il suo pessimismo rende infatti difficile anche solo associare alla sua filosofia l’idea della felicità. Il filosofo pur rimanendo convinto che la vita umana oscilli tra la gioia e il dolore trae la conclusione che per cavarsela in una tale situazione l’uomo debba utilizzare l’ingegno, trovando cioè una serie di regole di comportamento e di vita utili ad alleviare le sue pene e a sperare di ottenere quella relativa felicità che consiste nell’assenza di dolore. In questo la filosofia, i grandi classici della letteratura e la moralistica con le loro massime e le loro sentenze secondo il filosofo svolgono un’importante funzione parenetica, di educazione e conforto. In particolare tutto il senso de “L’arte di essere felici” viene riassunto nella prima massima nella quale Schopenhauer dice che:
“L’esperienza ci insegna che i piaceri sono soltanto chimere che un’illusione ci mostra in lontananza, mentre la sofferenza e il dolore sono reali e si annunciano direttamente da sé, senza bisogno dell’illusione e dell’attesa. Se l’insegnamento viene messo a frutto, smettiamo di cercare la felicità e i piaceri e ci preoccupiamo solo di fuggire per quanto possibile alla sofferenza e al dolore. Ci rendiamo conto che il meglio che il mondo ci può offrire è un presente sopportabile, quieto e privo di dolore; se esso ci è dato sappiamo apprezzarlo e ci guardiamo bene dal guastarlo aspirando senza posa a gioie immaginarie o preoccupandoci con timore di un futuro sempre incerto, che, per quanto lottiamo, rimane sempre completamente nelle mani del destino”.
Da queste parole si evince chiaramente che in realtà l’atteggiamento pessimistico di Schopenhauer rimane presente anche negli scritti in cui tratta il tema del raggiungimento della felicità, la quale infatti, secondo la sua opinione, è impossibile da ottenere e dunque all’uomo non rimane altro che accontentarsi di un presente privo di dolore che dovrebbe considerare proprio come il massimo della felicità a cui può aspirare. Tuttavia Schopenhauer ci lascia intendere che una reale forma di felicità esiste e lo fa dicendo che: “La verità principale dell’eudemonologia rimane che tutto dipende molto meno da ciò che si ha, o da ciò che si rappresenta, che da ciò che si è. La personalità è la felicità più alta”. Il tema della ricerca della felicità è stato un tema molto ribattuto da sempre ed è stato affrontato anche nel mondo classico dal filosofo Epicuro e da Seneca e poi, nei primi decenni del 1800, da Giacomo Leopardi.

EPICURO E LUCREZIO
Secondo Epicuro il fine dell’esistenza è il raggiungimento della felicità, che consiste nella privazione del dolore fisico (detto “aponìa”) e del dolore morale (detto “ataraxìa”): questa privazione del dolore fisico costituisce il piacere “catastemàtico”, ossia “in quiete”, “statico”, che è fondato sull’equilibrio e la stabilità interiore, a differenza del piacere “cinètico”, cioè “in movimento”, che è turbato dai desideri e non può mai appagarsi. Per condurre una vita beata, il saggio epicureo deve dunque seguire i principi del cosiddetto “tetrafarmaco” (cioè “quadruplice rimedio”), che insegnano a non avere timore degli dei, a non temere la morte, a raggiungere il piacere e a sopportare il dolore. Inoltre secondo Epicuro l’agire umano non sarebbe condizionato né dagli dei né dal fato: il rifiuto di ogni determinismo, lo induceva ad essere a favore del libero arbitrio, cioè della possibilità data all’uomo di compiere le proprie scelte morali con l’aiuto del sapere. Il modello ideale di vita era, dunque, offerto dal Giardino; il saggio avrebbe dovuto trascorrere la propria esistenza lontano dalla politica e da qualsiasi occasione di turbamento, possibilmente impegnandosi nella conquista dell’equilibrio interiore. Solo in questo uomo l’uomo avrebbe potuto raggiungere la felicità. Epicuro viene preso come modello principale da Lucrezio per la stesura della sua opera intitolata “De rerum natura” in cui fine dell’impegno dell’autore sarebbe stato proprio quello di assicurare il raggiungimento della felicità o almeno della felicità interiore. Tuttavia però anche il poema di Lucrezio è pieno di sconvolgenti scenari di cataclismi naturali oppure macabri quadri delle malattie che devastano la psiche e il corpo togliendo all’uomo dignità. Da queste immagini pessimistiche si evince la convinzione che il dolore sia radicato nella natura e che l’uomo possa fare ben poco per difendersi da esso.
SENECA E LEOPARDI
Seneca nel “De vita beata” esalta la virtù come valore dell’esistenza e come chiave della felicità; infatti chi vuole vivere una vita felice deve dedicarsi all’esercizio della virtù, mentre il piacere non consentendo autosufficienza e libertà interiore non può procurare la vera felicità. Dunque Seneca propone una tesi del tutto contrapposta a quella dell’epicureismo, in cui la felicità veniva identificata con il piacere fisico. Intorno ai primi decenni del 1800 sarà poi Giacomo Leopardi a parlare nuovamente del concetto riguardante il raggiungimento della fedeltà e lo farà nello Zibaldone. Egli, un po’ come Schopenhauer non crede che l’uomo riesca a trovare nel corso della propria esistenza la felicità e questa sua tesi verrà ribadita soprattutto nel periodo del “pessimismo cosmico”. Per Leopardi infine la felicità viene identificata con il piacere, infatti nello Zibaldone scrive:
L’anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benchè sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt’uno col piacere”.