Il Superuovo

Saturday afternoon fever: il sabato fascista

Saturday afternoon fever: il sabato fascista

La propaganda ‘velata’ e fascista durante il Ventennio: giochi, attività sportive e culturali. Come il Duce ha fascistizzato l’Italia del tempo.

Durante il Ventennio fascista era concesso anche un po’ di svago, un insieme di attività culturali e sportive occupava il sabato di grandi e piccoli: la giornata lavorativa e scolastica terminava alle 13:00, per dare spazio a esercitazioni militari e paramilitari, ginnastica e lezioni di dottrina fascista. Gli eventi erano organizzati dall’Opera Nazionale Balilla e da quella del Dopolavoro (OND) e tutti erano obbligati a partecipare. Tutti, ragazze incluse. Si trattava, ovviamente, di un mezzo un po’ più soft per garantire la fascistizzazione della popolazione.

 L’iniziativa nacque nel giugno 1935, per poi essere seguita, nell’anno successivo, dal ‘sabato teatrale’, altra via alternativa pensata dal regime, per avvicinare i lavoratori, specialmente i meno istruiti (e quindi operai e contadini) al mondo del teatro, offrendo biglietti a prezzi agevolati; tra le righe: per ottenere maggiore consenso.

Il fascismo considerava fondamentale la missione educativa, dedicando le cure maggiori all’educazione giovanile attraverso istituzioni di carattere assistenziale, risolvendo tutti i problemi attinenti alla scuola ed esplicando opera rigorosa nelle istituzioni educative, scolastiche e parascolastiche, come la Gioventù Italiana del Littorio (GIL)

La G.I.L. rappresentava ‘la primavera sana, pura, ardita della nostra razza che si prepara a tutti i primati e tutte le vittorie’.

Gli sport fondamentali che venivano praticati erano l’atletica leggera, gli sport invernali, il ciclismo, il nuoto, il pugilato, il tiro a segno. In tutta Italia vennero costruiti stadi, piscine e palestre per permetterne lo svolgimento appunto.

Un’altra istituzione educativa furono i Gruppi Universitari Fascisti (GUF) nei quali si adunavano gli studenti universitari per partecipare alla vita del partito.

Un particolare aspetto della creazione del consenso nel regime fascista fu il fascino delle feste per cui furono recuperate molte tradizioni popolari, soprattutto quelle religiose per non dimenticare i principi ispiratori del regime: Dio e Patria. Ma le tradizionali manifestazioni erano caratterizzate da elementi nuovi e moderni: le storiche processioni e i cortei venivano arricchiti da carri, canti popolari, gare sportive e, alla conclusione, da fuochi d’artificio per il prestigio che il Duce voleva conquistare. Essendo Roma il centro del nuovo Impero, la città era oggetto di attenzioni e cure particolari, per cui le feste romane erano le più prestigiose e famose.

Indubbiamente, anche in questo caso,  l’interesse per le feste popolari non era solo un indice di amore per l’italianità, era piuttosto strumentale ad altri fini, collegati a scelte politiche ed economiche importanti. Infatti con la politica dell’autarchia il Duce esigeva che il mondo rurale con i suoi costumi, le sue tradizioni e il suo modo di vita fosse rivalutato e propagandato perché la gente contadina non solo non sentisse il bisogno di trasferirsi in città, ma fosse addirittura fiera dei modelli culturali e comportamentali propri dello “spirito italico”. Tutto ciò era per Mussolini un pretesto per il suo progetto di uno stato forte ed autoritario, con una popolazione ordinata, disciplinata, obbediente e, al bisogno, pronta e unita nel rispondere alle “chiamate” del regime, un’adesione che la repressione e la forza di certo non avrebbero potuto ottenere.

Le feste rientrarono in quest’ampia ed articolata operazione: i messaggi passavano facilmente, dissimulati con abilità tra i festeggiamenti, senza creare quel clima di diffidenza o di noia che produce in genere la propaganda diretta e ufficiale.

Evidentemente Mussolini temeva che i palazzi tappezzati dalla scritta ‘DVCE’ non fossero abbastanza.

Facciata di palazzo Braschi durante la propaganda fascista

Ma cosa ne pensava la popolazione italiana del tempo? I fedelissimi al regime la vedevano come un’altra delle ottime iniziative introdotte dal fascismo, chi invece era costretto (o il Partito o la morte) non vedeva ciò come un modo sano e divertente di trascorrere il sabato.

‘Tutti i sabati dovevamo andare in piazza, i ragazzi a fare il pre-militare e le ragazze le piccole italiane. Sfilavamo in mezzo ai fratelli, agli avanguardisti; era una cosa che bisognava fare. Non lo facevamo volentieri. I miei fratelli erano già antifascisti e si stavano ribellando, già prima della caduta del Fascismo. Un sabato hanno sfilato con i fratelli Piol e parecchi altri con gli zoccoli che usavano i montanari. Li hanno lasciati fare, però poi li hanno portati dentro, gli hanno dato tante di quelle botte… Sono stati due mesi dentro per quel motivo.”

 

                                                                                            Ida Luisa De Luca

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