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Sapere aude! La Notte del Liceo Classico ci ricorda l’importanza delle humanae litterae

Domani 17 Gennaio si terrà in oltre 430 licei classici sparsi su tutto il territorio nazionale la Notte del Liceo Classico… quel liceo che ci insegna a restare uomini in un mondo di mostri.

In una società tecnocratica come quella in cui viviamo, lo spazio per arti nobili quali la letteratura, la filosofia, l’arte e più in generale per il sapere è spesso precluso a vantaggio di scienze più pragmatiche e con un immediato riscontro nel presente. Gli studia humanitatis sono davvero da buttare via?

Il sapere… per il sapere

Correva l’anno 1784 quando il filosofo tedesco Immanuel Kant, nella sua opera “Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?”, facendosi trascinare da una quantomai accesa ispirazione poetica, riportò l’espressione “Sapere aude!” (Abbi il coraggio di conoscere), frase poi diventata il motto dell’Illuminismo europeo. Pur diventata celebre grazie a Kant, l’espressione affonda le sue radici in un tempo più remoto e per rintracciare il suo uso originario dobbiamo affidarci al poeta latino Quinto Orazio Flacco. Orazio, infatti, nella seconda lettera del primo libro delle Epistolae, raccolta che il poeta di Venosa compose tra il 23 e il 20 a.C., si sofferma su una delle più note figure della mitologia greca, il grande Odisseo, e sulla sua proverbiale sete di conoscenza che sarebbe poi stata condannata da Dante nel XXVI canto dell’Inferno. Quella che compie Orazio in questa lettera è una vera e propria lode dell’eroe greco la cui voglia di conoscere, non volta ad un fine ultimo diverso dal sapere in quanto tale, lo ha portato, nell’arco dei dieci anni che lo hanno tenuto lontano da Itaca, a non farsi irretire dagli inganni tramati dal crudele permettendogli così di non vivere “da cane sudicio e scrofa fangosa come il resto dei suoi compagni” (Epistolae I, 2 v. 20-21). A nulla gli avrebbe giovato, continua Orazio, ogni forma di ricchezza, di onore, di glorificazione perché nessun bene terreno può eguagliare in importanza la conoscenza che conduce alla saggezza: è proprio a questo proposito che il poeta latino pronuncia la frase “Sapere aude!”, un invito quantomai vivo in ogni epoca e che potrà considerarsi desueto solo col la fine della civiltà umana. Eppure oggi cosa ce ne facciamo di questo invito? A cosa serve una conoscenza seppur erudita se quest’ultima non ci porta guadagno? Forse per rispondere a questi sciocchi ma quantomai diffusi interrogativi potrebbe bastare la frase che Italo Calvino pone a chiusura della sua premessa al libro “Perché leggere i classici?”: 

Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando unʹaria sul flauto. “A cosa ti servirà?” gli fu chiesto. “A sapere questʹaria prima di morire.

È giunto però il momento di compiere un nuovo excursus nel mondo latino per vedere come uno dei più grandi oratori e scrittori che la Terra ha conosciuto possa anche in questo caso riuscire ad aprire gli occhi dell’uomo del XXI secolo.

In difesa delle arti liberali: il Pro Archia e il Brutus di Cicerone

Nemmeno in una società così dedita alla pragmaticità della guerra, della coltivazione dei campi, del dibattito politico come quella romana tacque mai la voce dell’eloquenza. Una conferma di quanto affermato la possiamo riscontrare all’interno della produzione poetica di uno degli uomini che incarnarono maggiormente gli ideali del civis Romanus del I secolo a.C.: l’arpinate Marco Tullio Cicerone. Retore, politico, scrittore e filosofo, Cicerone ha affidato ai posteri una produzione letteraria davvero sconfinata, al cui interno possiamo rintracciare quasi ogni tipo di genere letterario praticato al tempo nell’Urbs. Tra le varie orazioni pronunciate dal poeta di Arpino in aula, e poi messe per iscritto (ne furono pronunciate più di 100 ma ad oggi ne sono sopravvissute solo 58), vorrei che l’attenzione si concentrasse sulla Pro Archia, orazione probabilmente risalente al 62 a.C. e pronunciata per difendere Aulo Licinio Archia, un poeta accusato di usurpazione della cittadinanza romana. Nei 32 capitoli che compongono l’orazione, Cicerone tenta di difendere il suo protetto ricordando alla giuria tutti i meriti che hanno caratterizzato la vita di Archia in quanto poeta e, a partire da ciò, prende le mosse per un’appassionata difesa della poesia e degli studi letterari (non è un caso che questa orazione è il primo esempio in cui compare l’espressione “studia humanitatis”). Nello specifico, ai capitoli 13 e 14, il focus dell’attenzione dell’oratore si concentra sul potere che tali studi hanno nel far sì che, seppur condannate ad una breve e triste esistenza, le nostre gesta, le nostre azioni, insomma tutte quelle effimere tracce che lasciamo nel mondo sono eternizzate dal potere che ha la penna poetica nel glorificare e riempire di onore ogni cosa.

Nam nisi multorum praeceptis multisque litteris mihi ab adulescentia suasissem, nihil esse in vita magno opere expetendum nisi laudem atque honestatem, […] numquam me pro salute vestra in tot ac tantas dimicationes atque in hos profligatorum hominum cotidianos impetus obiecissem. Sed pleni omnes sunt libri, plenae sapientium voces, plena exemplorum vetustas: quae iacerent in tenebris omnia, nisi litterarum lumen accederet.

Infatti, se grazie agli insegnamenti di molti e a molte letture non mi fossi convinto fin dall’adolescenza che nella vita nient’altro si deve desiderare ardentemente se non la gloria e l’onore […], mai mi sarei esposto per la vostra salvezza a tante è tanto grandi lotte e a questi assalti quotidiani di gente abietta. Ma di esempi sono pieni tutti i libri, piene le voci dei saggi, piena l’antichità: cose che giacerebbero tutte nelle tenebre, se non vi si accostasse la luce della letteratura.

 

In quanto esseri finiti, tutti noi siamo destinati a scomparire e a sprofondare nel buio della dimenticanza. Nulla può salvarsi a questa legge di natura, gli esseri viventi muoiono, le costruzioni crollano e il ricambio è continuo e totale: alla nostra generazione se ne sostituirà un’altra, sulle ceneri di una città rasa al suolo ne verrà edificata un’altra, sui resti delle foreste incendiate nasceranno nuovi germogli. E cosa ne sarà di quello che c’era prima? Chi ne serberà il ricordo? Ecco che interviene il potere imperituro della parola, delle lettere, dell’arte, l’unica forza capace di opporsi alla finitezza di questo mondo e di andare oltre la morte, facendo sì che tutte quelle gesta, quelle scoperte, quegli ingegni superiori vengano glorificati per l’eternità nei ricettacoli della memoria.

 

La Notte Nazionale del Liceo classico: quella notte che svela le tenebre

Nel 1883 fu dato alle stampe “Al paradiso delle signore”, l’undicesimo romanzo della raccolta dei Rougon-Macquart del maggior esponente del Naturalismo francese, Emile Zola. Al suo interno, lo scrittore fa prununciare ad uno dei personaggi, Octave Mouret, un discorso rivolto a un suo amico di infanzia che racchiude un po’ tutte le critiche mosse al giorno d’oggi agli studi umanistici e di cui ne cito una parte:

Certo, il denaro non è tutto. Però, se devo scegliere tra i poveri diavoli infarciti di scienza che invadono le professioni liberali per fare la fame e i ragazzi pratici, armati per la vita, che conoscono a fondo il loro mestiere, no, non ho il minimo dubbio a schierarmi dalla parte di questi ragazzi, perché loro sì che l’hanno capita l’epoca in cui viviamo!

L’apparente scarsa ricadenza degli studi umanistici nella realtà del mondo contemporaneo ha fatto sì che nel tempo si siano intensificati pensieri di questo tipo, che hanno portato addirittura alla proposta dell’abolizione del liceo classico che fa di questi studi il suo perno. E proprio domani, 17 Gennaio, avrà luogo in ben 430 licei sparsi su tutto il territorio italiano la sesta edizione della Notte Nazionale del Liceo classico, un appuntamento ormai fisso e che è riuscito a produrre un’inversione di tendenza nel modo in cui la gente guarda a tale liceo. È una vera e propria serata di festa quella che si svolgerà dal tardo pomeriggio fino a mezzanotte circa di domani, durante la quale gli studenti si metteranno in gioco con recite, spettacoli teatrali, mostre, il tutto volto a far rivivere quel tanto caro e amato mondo antico spesso più attuale e vivo della mortifera ignoranza che inebria lo spento presente. I classici, ed in generale tutto ciò che è stato prodotto dalle felici penne di celebri scrittori, non muoiono col tempo, non si arrendono all’ineluttabile ma sopravvivono e fanno sopravvivere, danno linfa vitale a noi uomini racchiusi nel freddo pragmatismo del mondo odierno e permettono di eternare ciò che va eternato… e allora forse di quello κτήμα ες αιεί (possesso per sempre) di cui parlava Tucidide per riferirsi alla storia possiamo ampliarne il raggio d’azione ed utilizzarlo anche per riferirci a tutto ciò che di grande la penna di uno scrittore, il pennello di un’artista, la voce di un attore, tragico o comico che sia, hanno prodotto. La parola è il più grande mezzo di cui è stato dotato l’uomo nel corso dei tempi e quello che lo fa vivere davvero ed essa, al giorno d’oggi, sta subendo un attacco terribile dovuto alla sempre maggiore voglia di unificazione e banalizzazione. Il risultato? Un imbarazzante assottigliamento e piattezza linguistica, che fa sprofondare tutto ciò che di magico e misterioso è racchiuso nel linguaggio. Le parole vanno pesate, vanno amate, vanno comprese… e cosa più dei classici è in grado di farci comprendere il modo in cui una parola è stata usata nel corso del tempo, le variazioni che ha subito, gli usi che se ne possono fare? Adorniamo la nostra vita di parole, adorniamola di letteratura, adorniamola di arte e di cultura… perché come ho avuto il piacere di ascoltare quando ero ancora una matricola sui banchi dell’Alma Mater dalla bocca dell’ex rettore Ivano Dionigi:

«Chi stacca la spina della storia e della memoria ha una sola alternativa: l’ignoranza e la negazione di sé»

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