Ripercorriamo la storia di Appio Claudio Cieco, attraverso le opere letterarie e l’affresco di Maccari

Appio Claudio Cieco è una figura poco conosciuta della storia romana, eppure ha avuto una grande importanza storica

Dettaglio del Maccari

Appio Claudio Cieco è stato un grande politico, statista, dell’epoca repubblicana di Roma. Ha giocato un ruolo fondamentale in varie occasioni, tra cui la guerra contro il re epirota Pirro, che gli è valso un affresco in una sala particolare dell’odierno Senato di Roma. Inoltre è stato anche un grande letterato, e attraverso le sue opere ha voluto, oltre che raccontare se stesso fare ciò che tendenzialmente cercano di fare tutti i bravi intellettuali, raccontare il proprio tempo.

Chi è Appio Claudio Cieco

Una parte consistente delll’epoca repubblicana di Roma fu caratterizzata dalla perenne lotta tra patrizi e plebei. Secondo alcune versioni, i primi sarebbero discendenti dei ”patres”, ossia quella sorta di corte fatta di anziani che aiutavano e controllavano i re nell’epoca monarchica, che poi avrebbe dato vita nel tempo al Senato e che in origine sarebbe addirittura stata nominata da Romolo. Mentre i secondi sarebbero tutti coloro che non discendono dai patres. Un’altra versione vede i patrizi come i Latini che si erano insediati sul colle Palatino, e i plebei invece come i Sabini insediatisi sul Quirinale.

Fatto sta che buona parte della storia repubblicana è attraversata da questo conflitto, che vede ribellioni, rivendicazioni e piccole vittorie, che unite tra di loro nel tempo avrebbero portato al superamento di queste due categorie e la creazione di una nobilitas patrizio-plebea.

Appio Claudio Cieco si posiziona proprio in quest’epoca di lotte, più precisamente nel IV sec. a.C. e ne fu un grande protagonista.

La sua ispirazione politica la prese da Publio Filone, che fu il primo pretore ad appartenere alla plebe, il primo dictator plebeo durante la seconda guerra sannitica, il primo personaggio della storia romana a vedersi prorogato l’imperium da magistrato, nonché un grande difensore dei diritti dei pleblei, che nel 339 fece passare una legge che limitava il potere di veto del Senato. Infatti si può dire che Appio Claudio fosse un vero e proprio erede di Publio Filone, dal momento che a distanza di anni ne proseguì le lotte.

Appio Claudio Cieco fu censore tra il 312 e il 311, e quindi aveva il potere di compilare la lista dei senatori. In quell’anno avrebbe cercato di fare una vera e propria rivoluzione. Contravvenendo ad ogni regola imposta dal patriziato, Appio Claudio, avrebbe incluso nella lista personaggi plebei, che seppure abbienti, non avevano mai rivestito alcuna magistratura in precedenza (infatti all’epoca per diventare senatore bisognava aver compiuto un cursus honorum ben preciso nelle magistrature di Roma). Una seconda misura riguardava la composizione delle tribù. I comizi tributi infatti, che avevano potere legislativo per alcune materie ed eleggevano questori ed edili curuli, prevedevano che i plebei potessero iscriversi soltanto nelle quattro tribù urbane e non potessero invece iscriversi nelle 31 tribù rustiche, che evidentemente avevano un grande peso politico. Appio Claudio in quella circostanza decise di favorire i membri della plebe urbana, consentendo loro di iscriversi in una delle qualsiasi tribù esistenti, anche quelle rustiche, dando loro di conseguenza più peso politico.

Introdusse poi dei nuovi criteri di valutazione del censo. Infatti il censo dei singoli cittadini veniva calcolato in base ai terreni e ai capi di bestiame posseduti. Da quest’epoca in poi verrà preso in considerazione anche il capitale mobile, ossia il metallo prezioso, che molti plebei avevano, soprattutto i più ricchi.

In relazione a quest’ultima misura, si può dire che negli stessi anni Roma inizia a coniare una vera e propria moneta e si tratta della monetazione romano-campana, chiamata così poiché coniata da zecche collocate in Campania per conto di Roma.

Nell’entourage di Appio Claudio Cieco vi era anche un altro personaggio importante per il diritto romano: Cneo Flavio.

Cneo Flavio riuscì a farsi eleggere edile curule nell’anno 304, grazie a Cieco, e pubblicò con lo ”Ius civile Flavianum”, le formule giuridiche che era necessario rispettare in sede processuale, in tribunale, rendendo dunque il giudizio più equo soprattutto per i plebei.

Infine, è da attribuire alla censura di Appio Claudio la costruzione di due opere importantissime per l’epoca successiva: il primo acquedotto della città di Roma e la via che congiungeva Roma a Capua, la via Appia.

Per tutte queste riforme, Appio Claudio Cieco può essere considerato come il vero creatore degli assetti istituzionali di quella fase della Repubblica in cui vi è il dominio del cosiddetto principio di uguaglianza ”geometrica”, secondo il quale ciascun cittadino a maggiori diritti politici corrispondono maggiori doveri in ambito fiscale e militare. Dunque si può dire che ciò che davvero da quest’epoca in poi avrebbe dato potere politico al cittadino romano non era più la sua condizione gentilizia, quindi la sua appartenza o meno ad una gens, una famiglia, aristocratica, quanto una condizione censitaria rilevante, che esula del tutto dalla differenziazione tra patrizi e plebei.

Viso di Claudio

Appio Claudio Cieco fu anche un letterato

Oltre al mestiere del politico, Claudio Appio Cieco si distinse anche per una interessante produzione letteraria. A suo nome ci è giunta una raccolta di Sententiae, ossia delle massime che avevano un carattere fortemente moraleggiante e filosofeggiante, che secondo il parere di Cicerone, risentivano molto dell’influenza della dottrina pitagorica. Si tende però oggi a contraddire in questo senso Cicerone, perché pare, dai frammenti che ci sono giunti che sia probabile uno stretto collegamento delle opere, non tanto alla dottrina pitagorica, quanto alla commedia nuova greca, contemporanea al censore.

Gli argomenti che Cieco sviluppa in questi versi sono di carattere sapienziale, e arriva addirittura, per la gioia dei filologi e dei latinisti, a spiegare varie questioni linguistico-grammatica del latino dell’epoca, che come ogni lingua viva muta nel tempo.

Uno dei frammenti più belli, arrivatoci con lo pseudonimo ”Sallustio” (da non confondere coll’altro grande storico e politico dell’antichità) è questo:

Fabrum esse suae quemque fortunae

Ciascuno è artefice del proprio destino

Orazione di Claudio Appio Cieco in Senato, di Maccari

Nella sala d’Onore di Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica Italiana, si trova uno degli affreschi più interessanti sulle vicende del Senato, quella dell’orazione di Appio Claudio Cieco, ad opera del Maccari.

Dopo la battaglia di Eraclea del 280 a.C., dove Pirro aveva sconfitto i romani grazie al devastante effetto psicologico che i 20 elefanti da guerra ebbero sui militari romani, il re epirota avanzò delle richieste al Senato di Roma, tra cui: libertà e autonomia per tutte le città greche del sud Italia e la restituzione dei territori strappati a Bruzi e Lucani.

Il Senato, vedendo le condizioni sfavorevoli in cui versava la guerra contro Taranto, presero seriamente in considerazione le richieste di Pirro, se non che una appassionata orazione di Claudio Appio Cieco, portò i senatori a decidere di continuare la guerra.

L’accettazione di tale accordo avrebbe portato i romani a non avere poi l’egemonia sul Mezzogiorno d’Italia, elemento cardine che portò nel tempo Roma a un vero e proprio imperialismo e alla lunghissima storia di dominio in buona parte del continente della città eterna.

Nell’affresco Claudio Appio è il senatore a destra, attorniato da tutti gli altri senatori, mentre a sinistra, il personaggio vestito di colori differenti, è l’ambasciatore di Pirro, l’eloquente tessalo Cinea.

Cinea

 

 

 

 

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