Fleabag come Anna Karenina: cercare il proprio io è un’epopea meravigliosa

Due donne che nel tentativo di realizzarsi a pieno e raggiungere la felicità diventano martiri moderni.

 

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Simmetrie e intrecci, chiasmi come in una partita a scacchi delle vicende umane più esemplarmente eterne che si possano immaginare. Fleabag, così come Anna Karenina, ci regala una visione di quel malinconico e gioioso teatro che è la vita.

 

La grandiosa banalità dell’adultera

“Conosco i miei istinti”

dice Anna Karenina in uno dei passaggi più alti dell’omonimo romanzo di Tolstoj. La parola conoscenza si affianca alla parola istinto per tratteggiare luminosamente uno dei personaggi più discussi della storia letteraria: la donna che sceglie consapevolmente di appagare il proprio desiderio.

Spesso banalmente chiamata l’adultera, la traditrice, o ancora la “povera Anna”, in maniera riduttiva ci si fa l’idea che Anna Karenina sia solo l’ennesima Francesca da Rimini, la nuova Madame Bovary, che abbandona la sua vita monotona per seguirne una nuova ed emozionante con l’amante, ma è molto più di questo.

Anna Karenina non si può ridurre a una donna unidimensionale delineata dal capriccio dell’Eros, ma è un personaggio a tutto tondo, che si erge pagina dopo pagina (e le pagine del romanzo sono più di 800) perché è una donna dalla psiche complessa, che in maniera perfettamente consapevole rifiuta l’obbligo di moglie, di madre, di buona donna aristocratica, per inseguire la libertà tanto agognata, fuori da una falsa ed ipocrita società ottocentesca.

“Il libro sull’adulterio” di Tolstoj, epiteto più che offensivo, non parla- sorpresa- di adulterio, ma di desiderio, di ricerca interiore e di morte. È così che si conclude il romanzo, del quale Dostoevskij giustamente diceva “in quanto opera d’arte è la perfezione”, si conclude con il suicidio di Anna. Il suo è un personaggio troppo grande per quelle 800 pagine, per quel mondo rigido che non le restituisce più il rispetto che l’ha sempre contraddistinta nelle prime righe. Anna ha la forza di ribellarsi ad una condizione che la rende insoddisfatta, che le è stata imposta, ma non ha la medesima forza nel sopportare gli sguardi del marito, del figlio e di tutta l’aristocrazia russa. Pone fine così alla sua esistenza gettandosi sotto un treno, divenendo l’ennesimo martire della società moderna.

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Anna Karenina nell’omonimo film del 2012, interpretata da Kiera Knightley

 

Fleabag: sulle orme di Anna

Fleabag, letteralmente sacco di pulci, ha lo stesso appeal di Anna. Fleabag è una giovane donna bella, che ha una famiglia che può essere perfettamente descritta con questo passaggio del romanzo di Tolstoj:

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia felice è infelice a suo modo”.

Ed infatti è il peso della famiglia uno dei sassi che pesa nella tasca della nostra protagonista, spingendola verso il baratro, assieme alla perdita della migliore amica (morta in un incidente) e a relazioni sempre burrascose.

La serie tv è un’esilarante e intensa finestra nella mente di una londinese sarcastica, sensuale, arrabbiata e straziata dal dolore. La pluripremiata commediografa Phoebe Waller-Bridge ha scritto e recitato nel ruolo di protagonista di Fleabag (che ha vinto ben 4 Emmy quest’anno), una donna priva di filtri inibitori che cerca di superare un lutto, ma si ostina ed allontana chiunque tenti di aiutarla mantenendo un atteggiamento spavaldo.

I suoi fantasmi la spingono verso il basso, fungono da forza gravitazionale ineluttabile, che impedisce a Fleabag di spiccare il volo e di poter essere semplicemente libera. La ricerca della libertà e dell’indipendenza è una costante, testimoniata dai continui sfondi della quarta parete ottenuti conversando con lo spettatore e guardando in camera. Forse è proprio la presenza di un confidente a fare la differenza tra Fleabag, e la solitaria Anna, che è invece corrosa dal dolore.

In entrambi i casi ci troviamo dinanzi ad un amore che appare salvezza ed è carnefice, con il conte Vronsky e con il Priest– o hot priest come è noto ora al web, grazie alla magistrale interpretazione di Andrew Scott (ve lo ricordate Moriarty di Sherlock?). Non è casuale la scelta di usare un prete come simbolo dell’interesse amoroso di Fleabag, simbolo per eccellenza della salvezza dell’anima e della redenzione. Eppure Anna Karenina e Fleabag ci risvegliano dal mondo delle fiabe: l’amore non salva, non lo ha mai fatto e non lo farà mai. È solo una luce accesa in una stanza già illuminata dal sole, se c’è è meglio, se non c’è non è mica la fine del mondo (per citare Xavier Dolan)

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La resa dei conti

L’unica differenza nella travagliata storia di queste due donne è nel finale: mentre Anna sceglie il suicidio, la nostra giovane londinese non cede. Lotta imperterrita, anche quando tutto sembra perduto e persino il bus per tornare a casa le viene cancellato, come ennesimo schiaffo della vita, si alza e sorride alla telecamera- in uno degli innumerevoli squarci della quarta parete- e si incammina, mentre la colonna sonora ripete “it feels so nice to know I’m gonna be alright” (è così bello sapere che starò bene) perché in mezzo a tanti fiori del dolore, si nasconde sempre il seme della felicità.

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